007: Missione Goldfinger

In Goldfinger, dopo il tradimento della segretaria Jill Masterson nei confronti del suo boss (il cattivo Auric Goldfinger), ella viene assassinata in stile dipingendo il suo corpo di vernice dorata. Come poi spiega James Bond, dopo il ritrovamento del cadavere, la vernice può causare la morte perché impedisce la respirazione da parte dei pori della pelle.

In effetti al tempo del film (1964) era opinione comune il fatto che la nostra pelle respirava attraverso i pori della pelle; e se questi venivano ostruiti il soggetto moriva in poche ore. Ovviamente ora sappiamo tutti che non si muore per soffocamento se non per problemi alle vie respiratorie (naso e bocca), e che quindi avere tutto il corpo dipinto non provoca problemi di insufficienza di ossigeno, se mai problemi dovuti alle tossine dei coloranti che possono essere sia inalate che assorbite dalla pelle. Quando Shirley Eaton, l’attrice che interpretava la sfortunata segretaria, fu coperta con la vernice dorata , lo studio aveva a disposizioni alcuni dottori pronti a intervenire. Tra l’altro non era completamente nuda (come da l’impressione), e aveva delle parti lasciate pulite per “far respirare liberamente la pelle”.

La Eaton non morì a causa della esperienza avuta in Goldfinger, tant’è vero che prima di ritirarsi dalle scene girò altre pellicole. La storia che si è venuta a creare prende alcune tonalità macabre, come se il regista, per rendere la morte più realistica, avesse ucciso veramente l’attrice. Per il tempo, però, la figura del corpo morto della donna, dipinta totalmente di vernice dorata, si insinuò tenacemente nell’immaginario collettivo; tanto da essere esposta dappertutto, perfino su riviste e giornali. L’impatto più immediato sul pubblico fu quello di diffondere la credenza che si possa morire per essere ricoperti di vernice dorata.

Robert Johnson e il Diavolo

Robert Johnson nacque nel 1911 sulle rive del Missisipi. Qui cominciò a suonare, apprendendo i primi rudimenti da due bluesmen locali, Charlie Patton e Willie Brown. Si sposò all’età di diciassette anni, ma la moglie morì di parto l’anno successivo. Dopo questo evento tragico Johnson si immerse sempre più nella musica, prendendo lezioni da un musicista arrivato a Robinsonville, Son House. Johnson non era affatto un prodigio, anzi sembra che non avesse alcuna particolare dote musicale. In seguito smise il suo lavoro di contadino e prese a girovagare. Finì a Hazelhurst, Mississippi, la sua città natale, alla ricerca del vero padre, Noah Webster. Non riuscì a rintracciarlo ma trovò, invece, il suo vero mentore, uno sconosciuto bluesman di nome Ike Zinneman. Zinneman amava raccontare che aveva imparato a suonare la chitarra di notte, al cimitero, tra le tombe, tanto che alcuni lo credevano Satana. Chiunque fosse, Zinneman fu un ottimo maestro per Johnson. Dopo un anno Robert ritornò a Robinsonville dove Son House e gli altri musicisti rimasero molto stupiti del suo grande miglioramento. Da quel momento in poi Johnson suonò continuamente per il resto della sua vita, viaggiando per il Sud e costruendosi rapidamente una solida reputazione di musicista, gran bevitore e donnaiolo. La sua vita, tormentata dalle donne, dall’alcool e dalla povertà, si spense di colpo nel 1938, all’età di 27 anni, in circostanze non troppo chiare.

Tra il 1936 e il 1937 incise circa 30 brani, molti dei quali entrati nella leggenda del Blues (I Believe I’ll Dust My Broom, Sweet Home Chicago, Love in Vain, Crossroad Blues, Terraplane Blues, Hellhound on My Trail, Me and theDdevil Blues), e ripresi più volte da quasi tutti i maestri del Blues odierno.
Nonostante questa breve carriera a lui va il merito di avere tracciato la rotta che il blues avrebbe preso negli anni a venire, compreso ogni segmento di questo genere che andò a confluire nel rock’n’roll.
Il suo stile chitarristico semplice ed evocativo fornì il perfetto complemento alla sua voce; il suo stile quasi contrappuntistico nel suonare la chitarra sviluppava delle linee melodiche dal canto, in un intreccio chiaramente polifonico.
Qualcosa però non torna.
Nessuno riusciva a spiegarsi come avesse potuto sviluppare una capacità così sorprendente in così poco tempo. E’ strano anche come un musicista così poco presente sulla scena musicale e molto spesso nell’ombra, sia riuscito ad entrare nella storia della musica Blues.
Nacque la voce che avesse fatto un patto con il Diavolo. Molti, infatti, sostengono che Johnson si rivolse alle pratiche voodoo per ottenere ciò che voleva. Grazie, quindi, agli abbondanti margini di speculazione permessi dall’oscurità che ha avvolto e avvolge la sua vita, e al soprannaturale potere della sua musica, molti si sono chiesti se Robert Johnson non avesse davvero stretto un patto con il diavolo. In effetti ci fu sempre qualcosa di insidiosamente potente e misterioso al lavoro nei fatti della sua vita. Come se non bastasse le sue canzoni non sono per niente estranee a riferimenti satanici.

Crossroad Blues

“I went to the crossroad
fell down on my knees”
“Asked the Lord above: Have Mercy now
save poor Bob, if you please”
“Standin’ at the crossroad
I tried to flag a ride”
“Didn’t nobody seem to know me
everybody pass me by”
“The sun goin’ down, boy
dark gon’ catch me here”
[…]
“Lord, that I’m standin’ at the crossroad, babe
I believe I’m sinkin’ down”

Tanto per cominciare sembra che Johnson, seguendo la tradizione del voodoo, abbia incontrato (o invocato) il diavolo in un incrocio. Proprio una delle sue canzoni più celebri “Crossroad Blues”, sembra racconti proprio di questo incontro. Il tono è oscuro, impaurito, disperato, e racconta di un uomo ad un punto di non ritorno. Una delle chiavi di lettura più note è quella secondo cui si tratti di una sorta di preghiera e di richiesta di perdono al Signore per aver venduto l’anima al diavolo in un incrocio.

Il cadere in ginocchio (“fell down on my knees”) è un chiaro simbolo di abbandono, di assenza di aiuto; tra l’altro l’essere inginocchiati è associato alla penitenza. Il tramonto da sempre richiama alla morte, e le tenebre sono il regno del demonio. Nessuno lo vuole aiutare, e tutti lo ignorano.
E si sente annegare…

Lei non sa chi sono io

Un professore di chimica sovrintende ad un importante esame scritto. E’ un docente molto esigente e anche un po’ stronzo. Ha detto agli studenti che devono smettere di scrivere quando ci sarà il segnale, e quelli che non smetteranno saranno automaticamente bocciati.L’aula è un grande auditorium dove sono riuniti gli studenti di chimica, biologia, etc. Alla fine tutti gli studenti tranne uno smettono così come è stato detto loro. Un unico studente continua furiosamente a scrivere per circa mezzo minuto fino a quando viene interrotto dal professore che gli dice che è stato bocciato.

Lo studente va davanti alla cattedra con il suo protocollo cercando di obiettare, ma il professore è inflessibile, così alla fine lo studente assume un’aria arrogante e dice: “Lei sa chi sono io?”. Il professore sogghigna e dice: “No, e comunque non conta”. A questo punto lo studente ribatte: “Ottimo!”. E dopo aver ficcato il suo protocollo in mezzo a quelli già consegnati, corre fuori dall’aula.