Le nuove leggende metropolitane

Tratto dalla scheda del libro presente nel sito del CICAP: http://www.cicap.org/new/prodotto.php?id=3429

Non passa giorno che in qualche parte del pianeta non esca fuori una nuova leggenda metropolitana.
Nell’epoca della comunicazione di massa proliferano frammenti di realtà che, ad un attento esame, si rivelano spesso voci infondate, leggende metropolitane o vere e proprie bufale.
A cosa servono questi racconti che sono presi per veri e che poi si rivelano totalmente infondati? Perché esistono queste narrazioni, espressione del pensiero simbolico e del folklore contemporaneo? E perché in tanti ci credono? Questo libro, scritto da sedici tra i massimi esperti della materia sia italiani che europei, offre gli strumenti per comprendere la genesi e i motivi più profondi che si celano dietro queste storie.
Insomma, tutto ciò che volevate sapere sull’argomento e che nessuno finora ha esposto in modo così completo e autorevole: un autentico manuale per detective antibufale.

Gli autori

Paolo Toselli è responsabile del Centro per la Raccolta delle Voci e delle Leggende Contemporanee (CeRaVoLC).
È un’autorità riconosciuta nel campo e al suo attivo ha numerosi articoli e libri tra cui 11 Settembre.
Leggende di guerra (Avverbi) e Storie di ordinaria falsità (Bur).
Stefano Bagnasco è laureato in Fisica e lavora presso l’Istituto Nazionale di Fisica nucleare.
È tra gli esponenti più attivi della sezione piemontese del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale (Cicap).
Tra gli altri autori vanno citati Cesare Bermani, storico e studioso della Resistenza, Jean-Bruno Renard, professore ordinario di Sociologia all’Università di Montpellier (Francia), Danilo Arona, autore di numerosi romanzi e saggi sull’immaginario collettivo, Lorenzo Montali, psicologo presso l’Università Milano-Bicocca, Paolo Attivissimo, divulgatore informatico e Laura Bonato, antropologa presso l’Università di Torino.

Dall’Introduzione

Una volta c’erano le leggende.
Narravano di fatti eccezionali, delle gesta di eroi, di esseri fantastici, di amori e tradimenti.
Oggi, nell’era di Internet, della tecnologia e delle comunicazioni di massa, le leggende sono quanto mai vive e continuano a intromettersi nella vita di tutti i giorni.
Quante volte ci siamo sentiti raccontare di un lontano cugino che una sera, dopo aver riaccompagnato a casa una ragazza da una festa, scopre che la giovane era in realtà morta molti anni prima? O la raccapricciante storia del gigantesco pesce siluro che emerge dalle acque di un fiume e si mangia un bambino che sta facendo il bagno? O che un misterioso arabo, per ringraziare di una gentilezza ricevuta, consiglia di stare alla larga dalla metropolitana di Milano in una certa data? Le chiamano in molti modi: urban legends, leggende metropolitane, miti moderni, leggende contemporanee.
Le studiano in tanti: psicologi, antropologi, sociologi, storici.
Eppure restano un fenomeno pieno di mistero.
A cosa servono dei racconti che viaggiano col più antico sistema di comunicazione, il passaparola, ma non disdegnano quelli più recenti, ad esempio Internet, e che vengono creduti veri, anche se molte volte si rivelano infondati? Perché esistono queste narrazioni, espressione del pensiero simbolico e del folklore contemporaneo? Pregiudizi, paure, eventi a cui non sappiamo dare un significato, ma anche celate aspettative, fanno da sfondo a queste storie, sempre più spesso promosse dai media al ruolo di notizie.
In una recente intervista, uno tra i maggiori esperti di leggende contemporanee, lo statunitense Jan Harold Brunvand, ha dichiarato: Quando ho iniziato a insegnare, ho notato che i miei studenti pensavano che il folklore fosse una cosa che riguardava solo i loro nonni o che esisteva nei tempi passati solo nei paesini di montagna o in piccole cittadine.
Allora ho cominciato a pensare che dovessero capire che il folklore esiste anche oggi e che fa parte della loro vita.
Così ho iniziato a chiedere loro che tipo di storie conoscevano, dove le avevano lette, se le avevano sentite raccontare da amici.
Le risposte che ottenevo erano gli esempi del folklore moderno.
Ho iniziato a raccogliere queste storie in un archivio e ho realizzato che molta gente conosceva queste storie ma non le riconosceva come folklore.
Fu così che nel giugno 1980 Brunvand pubblicò un articolo sulla rivista Psychology Today intitolato “Leggende urbane: il folklore odierno”.
Un testo che può considerarsi il fondatore di un genere, in quanto fornì agli specialisti in scienze umane un nuovo oggetto di studio e allo stesso tempo una definizione semplice che sarebbe divenuta negli anni a seguire sempre più di uso comune.
In Italia l’interesse per l’argomento si è attivato qualche anno dopo, ma ora finalmente ha raggiunto il dovuto riconoscimento.
Lo dimostra, tra l’altro, il notevole successo ottenuto dal primo convegno sulle “Contaminazioni: voci, bufale e leggende metropolitane nell’era di Internet”, organizzato a Torino nel novembre 2004 dal CeRaVoLC (Centro Raccolta Voci e Leggende Contemporaneee) e dal gruppo regionale Piemonte del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale).
Per la prima volta è stata data la possibilità ai maggiori esperti del settore, non solo italiani ma anche europei, di riunirsi assieme agli appassionati.
La manifestazione ha avuto pertanto una natura molteplice: convegno scientifico in cui presentare i risultati delle proprie ricerche e incontrarsi con altri ricercatori, convention di appassionati ed evento divulgativo per il pubblico.
Questo libro, grazie alla disponibilità dei partecipanti, raccoglie tutti i contributi presentati nel corso del convegno.
Ogni autore, sulla base della propria esperienza e specializzazione ha affrontato, attraverso l’analisi delle leggende metropolitane, le voci infondate, gli aneddoti di più recente diffusione, i diversi aspetti del problema.
L’insieme dei vari contributi ha fornito così un quadro completo delle tematiche affrontate, e anche per questo il presente saggio si differenzia e rappresenta una novità rispetto a quanto sinora pubblicato nel nostro Paese.
È stato qui volutamente mantenuto il tono discorsivo di molti testi in quanto insito negli interventi effettuati dai relatori nel corso del convegno (ad eccezione dei contributi a firma di Fabbri, Pannofino, Lo Cascio e Pace, che derivano dalla sezione poster).
Così come per i testi delle leggende che, quando ripresi da Internet o da racconti orali, sono stati riportati quanto possibile nella loro forma originale e dunque anche con qualche passaggio sgrammaticato.
Nelle prossime pagine verranno usati indistintamente i termini leggenda metropolitana, urbana, contemporanea, anche se gli studiosi preferiscono quest’ultimo, mentre il primo è quello più diffuso nel linguaggio comune.
Non è tanto la terminologia ad essere importante, ma quello che si vuol definire, ovvero una narrazione dai contenuti verosimili nata da una discussione collettiva e riferita come fatto realmente accaduto.
La leggenda contemporanea trae spunto di norma dalle nostre paure e angosce, ma anche dai nostri desideri.
Sovente contiene una morale.
Non è quasi mai rintracciabile la fonte primaria né il protagonista della storia, che resta nell’anonimato.
Di solito vive a lungo, trasformandosi attraverso numerose varianti collocate anche in luoghi geografici diversi (nazioni, continenti).
Le tematiche più frequenti o i problemi che ne sono alla base sono le nuove tecnologie, lo straniero, l’altro, il diverso, la violenza urbana, la natura selvaggia, il cambiamento delle abitudini e dei costumi, e, in minima parte, il sovrannaturale.
(…)

Draghi

Il drago è una delle creature che più affascinano l’uomo; il suo mito è presente in innumerevoli culture, dall’occidente all’oriente, pur con connotazioni e sfumature diverse. In ogni caso essi sono sempre stati descritti come creature simili a enormi serpenti, con grandi arti anteriori e posteriori, dotati di fauci enormi e artigli taglienti. Essi compaiono nelle leggende del passato, ma mentre per la cultura occidentale essi erano considerati l’incarnazione del male, portatori di distruzione e morte, in oriente erano visti come potenti creature sagge e benefiche.
Le prime origini della mitica creatura si possono far risalire alla mitologia mesopotamica. Secondo la leggenda, dall’unione degli Spiriti primordiali Apsu e Tiamat nacquero gli dei, uno dei quali uccise il padre, Apsu. La rabbia di Tiamat (creatura descritta in modo molto simile ad un drago) generò dei mostri, incaricati di perseguitare gli dei. L’eroe Marduk lottò con Tiamat, facendolo sprofondare degli inferi.
Anche gli Egizi avevano il loro drago, Apopi, che veniva sconfitto ogni notte dal Dio Ra, che scendeva negli inferi ogni giorno dopo il tramonto. Nella cultura egizia viene sottolineata la malvagità della creatura. Sono stati poi i Greci a introdurre il motivo del fuoco, con il titano Tifone, sconfitto da Zues in un duro combattimento. Vuole la leggenda che Tifone non sia morto, ma continui ad esalare fuoco e fiamme; questa sarebbe la genesi dell’Etna secondo la mitologia greca.
Con la caduta dei greci e l’avvento dell’impero romano i draghi rimasero nell’immaginario collettivo del tempo come simbolo di virilità, di forza, di potenza. Nel Centro-Europa di loro si ritornerà a parlare nel medioevo. Ma in questo lasso di tempo essi non erano scomparsi, erano semplicemente emigrati a Nord, dove, secondo le cronache, avrebbero devastato la Scandinavia e la Russia, facendo nascere eroi come Beowulf.

A differenza dei draghi occidentali i draghi d’Oriente sono creature esistenti sin dalla notte dei tempi, pacifiche e amiche dell’uomo. Secondo tali tradizioni furono loro ad originare la vita, a governare la forza della natura, in attesa che l’uomo crescesse ed evolvesse.

A volte dotati di ali, a volte rossi o neri, i draghi nascono come animale mitico in Occidente durante il Medio Evo, presenti non solo nei tanti bastiari dai contenuti fantastici, ma anche nei trattati di scienze naturali del ‘500 e del ‘600.
Essi erano simboli di lotta e di guerra, tanto che la loro immagine veniva spesso usata come araldo in battaglia come simbolo di forza. Ma non solo, sono innumerevoli i documenti antichi contenenti descrizioni dettagliate sull’aspetto e sulle loro abitudini. Secondo molti la loro estinzione sarebbe dovuta proprio ai cavalieri erranti, avventurieri e cacciatori che cercando di compiere gesta eroiche li avrebbero cercati e poi uccisi. Non solo, i loro resti (dalla pelle alle ossa) erano ritenuti oggetti magici, dotati di poteri sovrannaturali; ciò potrebbe spiegare il fatto che non sia stata mai trovata alcuna traccia. Non sono pochi coloro che sostengono la reale esistenza dei draghi, come lo scrittore Peter Dickinson, il naturalista svizzero Konrad Gesner.

Anche in Italia non mancano le testimonianze. Ad esempio, nel 1572 un medico bolognese, Ulisse Aldovrandi, descrisse in modo molto particolareggiato un draghetto ucciso nei dintorni di Bologna. Lo stesso medico descrive anche il ritrovamento del 1499 in Svizzera di un drago molto più lungo, e di un’altro ritrovamento, in Francia, di un drago alato, portato poi al cospetto del Re Francesco I.
Un altro sarebbe stato sconfitto addirittura dalla Madonna a Terravecchia, in Calabria, e San Leucio incatenò il drago di Atessa (Chieti).
San Gottardo, in Trentino, avrebbe sconfitto addirittura un basilisco, una specie di drago ma dai poteri differenti, come quello di pietrificare esseri viventi solo con lo sguardo.

La Prinz Verde senza ritorno

Non sono riuscito a trovare la fonte di questa diceria tutta italiana, che risale agli anni Settanta.

Ogni volta che passava, gli altri automobilisti facevano gli scongiuri. La Prinz (prodotta dalla casa tedesca NSU), si diceva, porta una sfortuna nera. Peccato, perché era un’utilitaria conveniente e comoda, con tutte le caratteristiche ideali per diventare un auto di successo.

Invece, a causa di questa sua pessima fama, le vendite in Italia non decollarono mai. Forse, all’origine della voce c’era il disprezzo verso un prodotto giudicato troppo popolare. Un ultima cosa, dicono che la Prinz, se di colore verde, amplifichi enormemente la sfortuna!

Stairway to Heaven: inno a Satana?

«Talvolta le parole hanno due significati», così recita un verso di quella che è forse la canzone più nota dei Led Zeppelin: “Stairway to Heaven”. Tale canzone è un continuo fiorire di dicerie, e leggende, data la sua complessita sia nella costruzione musicale che in quella del testo. La voce più persistente, è che sotto quell’immagine che richiama un’ascesa al Paradiso, si nasconde in verità un vertiginoso sprofondare verso il Maligno.
I Led Zeppelin, a ragione tra i Padri del Rock, non sono nuovi a dicerie e leggende, il voluto alone di mistero e magia che si sono sempre trascinati li ha resi sorta di creature metafisiche, al confine tra il bene e il male, tra il sogno e la realtà. Il loro interesse per l’occulto poi non è mai stato mascherato, basti pensare che il chitarrista Jimmi Page, oltre ad essere un seguace di Aleister Crowley, uno dei più famosi satanisti moderni, è anche proprietario di una famosa libreria londinese specializzata in testi esoterici ed occulti.

Consideriamo poi che il panorama storico-musicale dove si vanno a inserire, è un clima musicale denso di sperimentazione e di ribellione. E soprattutto, in questi anni si sperimentano per la prima volta i cosiddetti messaggi sulbiminali o nascosti. Essi sarebbero principalmente di tre tipi: i messaggi registrati al contrario che se ascoltati normalmente danno l’idea di rumori o farfugliamento di parole, ci sono poi i messaggi bifronti, ovvero messagi che sia al dritto che al rovescio hanno un significato; ci sono i messaggi registrati normalmente ma rallentati o velocizzati in modo da non essere subito riconoscibili, e quelli sussurrati e sono appena percettibili.
L’inserimento di messaggi nascosti non è una prerogativa, come alcuni potrebbero pensare di un particolare genere musicale, bensì è patrimonio comune del universo del rock, in tutte le sue più svariate sfaccettature. Diciamo anche che oramai questo pratica è stata talmente usata e abusata da tantissimi artisti, da risultare oramai, soprattutto per certi generi musicali, quasi scontata.

Tornando ai messaggi nascosti, la canzone in questione contiene diversi messaggi bifronti. Uno dei primi si trova nella seconda strofa, dove “there’s a feeling I get” , se ascoltato al contrario, diventa «I’ve got to live for Satan» («Devo vivere per Satana»!) .

“There’s a feeling I get” [MP3 File, 184 Kb] – mu_005a.mp3 (183,39 kb)
Messaggio: “I’ve got to live for Satan” [MP3 File, 114 Kb]mu_005b.mp3 (113,59 kb)

Proseguendo nella canzone, ci imbattiamo ancora in un’altro messaggio sempre di carattere satanico, ma stavolta molto più lungo. La strofa in questione: «It’s just a spring clean for the May-queen Yes, there are two paths you can go by But in the long run There’s still time to change the road you’re on» . Al contrario diventa: «Here’s my sweet Satan, the one whose little path, won’t make me sad, whose power is Satan. He will give the growth giving you six-six-six» («Ecco il mio dolce Satana, la cui piccola via non mi renderà triste, e il cui potere è Satana. Egli darà il progresso dandoti il sei-sei-sei»).

“It’s a spring clean for the May-Queen…” [MP3 File, 341 Kb] – mu_005c.mp3 (340,13 kb)
Messaggio: “Here’s my sweet Satan, the only one whose…” [MP3 file, 294 Kb] – mu_005d.mp3 (293,59 kb)

“There’s still Time” diventa “Here’s my sweet Satan” [MP3 File, 143 Kb] – mu_005e.mp3 (142,57 kb)
“It’s just a spring” diventa “Six Six Six” [MP3 file, 102 Kb]mu_005f.mp3 (101,76 kb)

I Led Zeppelin in ogni caso non sono estranei ai messaggi nascosti nelle loro canzoni, cito per tutte un altro messaggio bifronte che si trova nel brano “Over the hills and for away” dall’LP “The house of the holy”, nella strofa «Many is word That only leaves you gessing Gessing ‘bout a thing You really ought to know You really ought to know». In essa la voce rovesciata di Robert Plant grida «We ‘re not really rich. It’s all for Satan. Yes, Satan’s really Lord. Yes, we’ll always stay in him» («Noi non siamo veramente ricchi. Tutto è per Satana. Si, Satana è il vero signore. Noi resteremo sempre in lui.»).

Many is the word / that only leaves you gessing …” [MP3 File, 315 Kb] – mu_005g.mp3 (314,00 kb)
Messaggio: “We’re not really rich. It’s all for Satan…”  [MP3 File, 297 Kb] – mu_005h.mp3 (296,45 kb)

Come nascono e si diffondono le Leggende Metropolitane

In passato le leggende nascevano laddove regnava l’irrazionalità, e queste avevano proprio lo scopo di razionalizzare ciò che razionale non appariva, per infondere uno stato di apparente sollievo e comprensione a chi ne avesse avuto bisogno. Da questo punto di vista non è cambiato nulla, a riprova del fatto che le leggende metropolitane sono il frutto del folklore moderno. L’uomo deve sempre trovare qualcosa che spieghi fenomeni altrimenti incontrollabili; anche se le storie sono campate in aria, basta che siano sufficienti a dare corpo ai fantasmi e placare così l’ansia. Più in generale possiamo dire le molti racconti ci turbano proprio perché parlano del diverso, l’animale esotico e feroce, il nero, il tossicodipendente; e proprio per questo la base narrativa e culturale da cui quasi tutte le leggende metropolitane traggono origine sono propri i pregiudizi e gli stereotipi.

Il protagonista, il primo autore di queste leggende, non si trova praticamente mai. È successo ad esempio nel 1989, quando, proprio per dimostrare la velocità di diffusione di una voce, lo psichiatra napoletano Claudio Ciaravolo fece sapere in giro che sui banchi del mercato di Forcella si potevano trovare delle magliette con, dipinta sopra, la cintura di sicurezza, permettendo così all’autista che l’avesse indossata, di non allacciare l’odiato strumento.
Quotidiani, periodici, telegiornali sono caduti nella trappola e hanno pubblicizzato le fantomatiche magliette, come dimostrazione della brillante creatività partenopea. Il suo scopo era quello di studiare la diffusione di una voce messa in circuito e la sua velocità di trasmissione; nonostante il suo “creatore” abbia più volte sottolineato che si trattava di un esperimento, sono tutt’oggi molti che considerano il fatto reale. L’esperimento della maglietta di sicurezza convalida l’idea che ad alimentare le leggende urbane è la tendenza a valorizzare ciò che è in linea con le nostre aspettative sociali e con il nostro sistema di credenze e pregiudizi.

Il fatto che queste storie resistano a lungo tempo, diffondendosi velocemente tra le persone, dipende dal fenomeno chiamato “legge del passaparola”. Ormai è noto come sia più convincente il messaggio giunto da un nostro amico o da un conoscente piuttosto che da uno spot pubblicitario tradizionale. Nel primo caso, infatti, la persona che riceve l’informazione è più disponibile psicologicamente ad accettarla essendo sicura che non esiste alcun interesse economico personale nascosto. Le leggende metropolitane si diffondono nelle grandi città poiché queste dispongono in quantità del mezzi di produzione del passaparola: piazze, scuole, bar, luoghi di ritrovo e centri di socializzazione. Il successo del passaparola è infine completo quando c’è un ritorno del messaggio, ossia quando la persona che partecipa alla trasmissione finisce per riceverlo. Allora l’invenzione diventa certezza, notizia. E continuerà, proprio perché mai verificabile, a circolare tra la gente, riproposta periodicamente in luoghi e tempi diversi.

Esame di Giurisprudenza

I)
Appello di Diritto Privato. Una tipa fa un’interrogazione piu’ che perfetta e il prof (il piu’ stronzo di tutti, a sentire le voci) congratulandosi con lei le dice che darle 30 e lode e’ poco… allora si sfila il Rolex e le dice di accettarlo per ricordo. Lei, dopo lunghi tentennamenti, si lascia convincere, prende l’orologio e porge il libretto, sentendosi dire: “Signorina, lei ha accettato la donazione di un bene di valore non modico: dovrebbe sapere che ci vuole il contratto scritto. Si ripresenti al prossimo appello”.

II)
Pare che un professore abbia iniziato una sessione bocciando uno dietro l’altro i poveri studenti in questo modo:
Battendo piano la punta di una chiave sulla cattedra, il professore chiedeva: “Cos’e’ quest’oggetto ?” Gli studenti rispondevano, chiaramente “Una chiave”. Dopo una ventina di studenti che venivano bocciati in questo modo, arrivò un tipo che alla solita domanda rispose: “Un oggetto contundente”. Il professore, sorpreso, sorride e aggiunge: “Bene, possiamo cominciare l’esame.”

III)
Professore: “Mi dica che cosa e’ il matrimonio”
Studente: “Il matrimonio e’ un contratto che…”
Professore: “No”
Studente: “Il matrimonio e’ un contratto che”
Professore “Noo”
Studente: “Ma professore, si, il matrimonio e’ un contratto che…”
Professore: “NO! Il matrimonio e’ IL contratto che… Ci vuole precisione. Torni al prossimo appello”
Studente: “Lei non e’ UNO stronzo, lei e’ LO stronzo”

IV)
Una ragazza mezza nuda si presenta all’esame di privato senza aver nemmeno aperto il libro contando solo sul suo vedo e non vedo. Dopo una decina di domande e tutte senza esito positivo il Professore offre una sigaretta alla ragazza dicendole che forse così si potrà sentire più a suo agio. Decide così di farle un’ultima domanda:
“Sa dirmi come finisce l’ultimo canto dell Illiade?”
La ragazza sorpresa della domanda risponde ovviamente di no. A quel punto il Professore risponde: “Finisce così: “Addio Troia fumante”, e la invita ad andarsene.

Questa è sicuramente una delle leggende universitarie più conosciute e diffuse, e soprattutto oggetto di innumerevoli varianti. A volte è ambientata all’esame di Italiano (o comunque di Lettere). In altre versioni è la ragazza stessa a chiedere di poter accendersi una sigaretta o di presentarsi all’esame con la sigaretta già accesa. Altre volte viene indicata, come frase conclusiva, direttamente la versione Latina: “Ecce, Troia fumans”.

I segni degli zingari

Articolo tratto dal sito di Paolo Attivissimo www.attivissimo.net/antibufala/zingari/segni.htm

Con le solite varianti tipiche delle catene di sant’Antonio, sta circolando da molto tempo, con periodici picchi di diffusione, un e-mail che contiene un elenco di segni in codice usati dagli zingari per contrassegnare le case facili da derubare e quelle da evitare. All’e-mail è solitamente allegato un documento Word o un’immagine che presenta questi segni.
[…]
Le prime segnalazioni di questo caso sono giunte al Servizio Antibufala il 15 aprile 2005, ma mi risulta che appelli analoghi siano in circolazione da anni, come indicato dall’esistenza di siti che presentano lo stesso elenco o sue varianti. Uno degli articoli riguardanti il cosiddetto “codice degli zingari” risale addirittura al 1997, e segnala che di questo “codice” hanno parlato numerosi quotidiani e telegiornali regionali. Paolo Toselli, coordinatore del Centro Raccolta Voci e Leggende Contemporanee, autorevole sito dedicato a questo tipo di appelli, mi scrive che “in Italia il caso esplode negli anni ’90, ma si riscontrano segnalazioni sin dagli anni ’60”.
Secondo il Corriere di Chieri, a giugno 1997 il cosiddetto “codice degli zingari ladri” sarebbe finito anche “sul tavolo del ministro degli Interni, Giorgio Napolitano, poiché il senatore della Lega Nord Luigi Peruzzotti chiedeva di diffonderlo per garantire maggiore sicurezza ai cittadini” (Peruzzotti è la grafia riportata dal sito del Senato; altre fonti scrivono “Perruzzotti“).
[…]
L’elenco è spesso contraddittorio e privo di senso: per esempio, “AM” viene spiegato a volte come “pomeriggio“, a volte come “mattina“. Inoltre non si capisce che senso abbia un’indicazione del tipo “evitare questo comune”: per essere utile, andrebbe scritta sul cartello stradale d’ingresso al comune, o su tutte le porte di tutte le abitazioni.
E’ inoltre estremamente improbabile che un’organizzazione criminale continui a utilizzare per anni simboli in codice il cui significato è (almeno così pare) noto alle vittime: sarebbe come un esercito che usa un codice cifrato conosciuto dal nemico.
Inoltre, come giustamente segnalato da un articolo sull’argomento, ci sono alcune incongruenze che il buon senso magari non coglie subito perché distratto dalla classica leva psicologica della paura per l'”altro”, il “diverso”.
[…]

Riassumo inoltre qui sotto le interessantissime note mandatemi dal già citato Paolo Toselli sull’argomento:

“Si tratterebbe di messaggi in codice: due pallini, casa facile; due linee in croce, donna sola e anziana; tre linee ondulate, girare al largo… e così via. Ad avvalorare le storie, un volantino, di norma anonimo – che elenca i simboli e il loro significato e avverte i cittadini di stare allerta all’apparire del “codice segreto”.
I commenti degli organi di polizia a tal proposito sono perlomeno ambigui: molte volte hanno smentito la veridicità della storia e quindi il contenuto del volantino, altre volte lo hanno avvalorato. Il CeRaVoLC nel corso degli anni ha raccolto molte notizie di stampa sui simboli che da noi si dice utilizzati dagli zingari, oltre a diverse copie dei volantini che ne interpretano il significato, recentemente apparsi anche su alcuni siti Internet.
Secondo quanto riferitomi da Peter Burger [studioso olandese di leggende metropolitane], a inizio dello scorso mese di marzo [2005] anche i Paesi Bassi sono stati colpiti da insistenti voci a proposito della comparsa di strani segni apparsi sui muri delle case. Questi sarebbero stati fatti da non meglio identificati ladri per indicare obiettivi più o meno facili. Pare che anche la polizia abbia preso sul serio l’allarme, che da loro non si era mai manifestato prima. Casi simili erano già accaduti in Portogallo e Spagna.
Al volantino coi “segni di riconoscimento utilizzati da zingari e ladri d’appartamento” ed alla sua diffusione oltralpe faceva già cenno Jean-Noel Kapferer nel suo libro “Le voci che corrono” (Longanesi, 1988, p. 18) pubblicato originariamente in Francia nel 1987.
Per comprendere l’essenza del “codice segreto” e la sua origine è significativo l’articolo pubblicato nel 1994 dal sociologo francese Jean-Bruno Renard e intitolato “Le tract sur les signes de reconnaisance utilisés par les cambrioleurs: rumeur et réalité”. (in “Le Réenchantement du monde. La métamorphose contemporaine des systèmes symboliques”, a cura di Patrick Tacussel, L’Harmattan, Parigi 1994, pp. 215-241).
La grande diffusione delle voci collegate ai contenuti del volantino è dovuta al fatto che le stesse fanno appello ad un tema su cui si focalizzano anche molte leggende metropolitane, ovvero l’insicurezza, e ad un elemento parimenti frequente quale la rivelazione di un messaggio nascosto.
Ma ancor più interessante è la dimostrazione operata da Renard che pressoché tutti i simboli presenti nell’attuale versione del volantino erano già noti da decenni, la maggioranza sin dagli anni ’20-30.
Alcuni sono rimasti identici nella forma e nel significato (la metà), altri hanno subito modifiche nella forma e altri ancora nel significato. All’origine questi segni erano attribuiti ai viandanti e ai vagabondi che li avrebbero utilizzati per comunicare ad altri loro simili se sarebbero stati accolti favorevolmente o meno dai proprietari delle case a cui avevano bussato.
Pertanto se il volantino si ispira a segni veramente utilizzati tempi addietro è probabile che questo “linguaggio” sia stato abbandonato negli anni ’50 con la scomparsa dei viandanti e l’avvento della delinquenza urbana individualista e priva di tradizioni.
Quanto all’uso corrente di questi simboli da parte degli zingari non vi sono prove. Ma anche supponendo che i simboli a cui fa riferimento il volantino siano utilizzati dai ladri di appartamenti, il solo fatto di averli resi pubblici (più volte anche sui quotidiani) in breve tempo annullerebbe la loro validità: sia per il fatto che i malfattori avrebbero cambiato simbologia, sia perché la gente comune li avrebbe utilizzati a sua volta come contromisura per tener lontani gli stessi malintenzionati.

Insomma, come tutte le voci e le leggende metropolitane, il volantino riduce l’incertezza legata ad avvenimenti imprevedibili. La sua circolazione crea una comunicazione, una coesione sociale attorno ad un sentimento di insicurezza. La figura arcaica del viandante e del vagabondo che chiede l’elemosina è stata sostituita dal ladro di appartamenti, o dallo zingaro, il quale incarna paure ancestrali. Come sottolinea infine Renard, il volantino e il suo codice segreto esprimono indirettamente la nostalgia dei tempi passati in cui esisteva una forte coesione nella comunità e dove la minaccia poteva venire solo dall’esterno: i nomadi e i vagabondi.

Il Cd Anti-Autovelox

Questa storia, etichettabile non tanto come leggenda metropolitana ma piuttosto come voce, ha cominciato a dilagare in Italia da qualche anno.

Non è facile risalire alla fonte, anche perché circolano diverse versioni. Il fatto è che si dice che un CD sarebbe in grado di riflettere il raggio laser del telelaser, uno dei rilevatri elettronici di velocità utilizzati dalla Polizia Stradale Italiana, o di riflettere il flash degli autovelox, impedendo così l’identificazione della vettura o causando un malfunzionamento all’apparecchio.

Incerti sono anche i posti dove posizionare il CD. C’è chi lo mette appeso allo specchietto retrovisore, chi sul lunotto posteriore, chi appeso al finestrino.

Prostituta Patentata

“Una turista americana a Città del Messico con suo marito, lo sta aspettando all’angolo di una strada. “Ci vuole seguire, signora?” I due agenti non hanno dubbi, si tratta di una prostituta. La signora purtroppo non ha con sé i documenti che ha lasciato all’albergo e le difficoltà con la lingua non fanno che ingigantire l’equivoco. Janet viene caricata suo malgrado sulla macchina della polizia e condotta al commissariato. Passa qualche ora e il marito di Janet, non poco preoccupato, la ritrova finalmente negli uffici della polizia e chiarisce l’equivoco ottenendo le scuse del commissario. Il poliziotto, tuttavia, fa notare al suo superiore che un rapporto denuncia è una denuncia a tutti gli effetti e che come tale deve fare il suo corso. Il commissario consiglia quindi alla coppia di recarsi il mattino dopo presso il tribunale e risolvere la faccenda, se vogliono evitare l’inevitabile processo con quel che segue. Il mattino dopo il giudice è chiarissimo: il costo del procedimento di annullamento della denuncia del poliziotto è dieci volte quello dell’acquisto di una licenza per esercitare il mestiere di prostituta: se la signora decidesse di ottenere la licenza oggi stesso, la denuncia decadrebbe automaticamente senza ulteriori spese. Pragmaticamente, l’americana sceglie la seconda soluzione. Prostituta patentata!”

Stavolta ritorna in gioco, come abbiamo già visto ne il cagnolino messicano, la paura verso l’esotico, il lontano, il diverso. Ecco che una distinta signora americana viene scambiata per prostituta in un paese diverso, lontano. Entra qui l’idea della relatività, delle differenze culturali, stavolta in chiave comica e divertente. La leggenda potrebbe essere vista, a mio parere, come un monito ad informarsi, quando si viaggia, sulle abitudini e sui costumi del paese che andiamo a visitare, sia per semplificare la nostra vacanza, ma anche per non cadere in imbarazzanti situazioni!