Marco Polo è andato veramente in Cina?

Il Milione: Smontiamo la tesi secondo la quale il celebre viaggiatore veneziano non sarebbe mai giunto nella Terra di Mezzo.

Francis Wood, direttrice del Dipartimento cinese della British Library, nel 1995 pubblicò “Marco Polo è andato in Cina?”, un libro destinato a suscitare un certo scalpore, in quanto contraddicceva la tradizione secondo la quale Marco Polo fosse giunto in Estremo Oriente. Secondo la tesi della scrittice britannica, il noto viaggiatore veneziano, non sarebbe mai andato oltre il Mar Nero, dove la sua famiglia conduceva l’attività mercantile. “Descrizione del Mondo”, il nome con cui era conosciuto “Il Milione” in principio, il libro che avrebbe dettato a Rustichello di Pisa, suo compagno di prigionia nel 1298-99 nelle prigioni di Genova, non sarebbe altro che una scopiazzatura delle cronache di altri viaggiatori. Il dubbio nascerebbe in quanto Marco Polo nel suo libro, tra le altre contraddizioni, non avrebbe affrontato alcune questioni, che, a parere dell’autrice, non potevano non essere menzionate, quali la Grande Muraglia, la tradizione del te’, l’uso delle bacchette per mangiare, per non parlare della mancata presenza del viaggiatore italiano negli archivi ufficiali cinesi dell’epoca.

In realtà l’idea che Marco Polo non fosse realmente mai giunto in Cina non era del tutto nuova, e circolava da tempo in diversi ambienti accademici e non. Per esempio, già nel diciannovesimo secolo alcuni storici dubitavano dell’autenticità della sua storia. Nel 1996, il Journal Star, pubblicò un articolo che metteva in discussione il viaggio della durata di 24 anni, effettuato dal signor Polo, ispirandosi probabilmente al libro della Wood. David Selbourne, uno storico inglese, invece aveva attribuito la prima cronaca di un viaggio in Oriente di un occidentale al viaggiatore Giacobbe d’Ancona, il cui diario però sarebbe stato celato dai possessori privati. Per la dottoressa Wood, “Il Milione”, rimane una splendida storia, il problema però, è che non vi sono prove a suo sostegno. Come altre grandi leggende, si tratta solo di un mito. L’autrice si spinge anche oltre, accusando la maggioranza degli storici di accettare passivamente la tradizione. Un vero storico invece, secondo l’autrice britannica, dovrebbe sempre analizzare criticamente i fatti, scindendo ciò che è inoppugnabilmente dimostrabile, da quanto invece non lo è.

Il libro, come altri testi revisionisti, ha avuto prevedibilmente un grande successo ed ha portato molta fama alla sua fortunata autrice.
I punti principali su cui si basa la tesi della Wood e dei detrattori di Polo sono:

  1. Il viaggio del mercante veneziano è geograficamente incoerente, sia dal punto di vista dell’itinerario che da quello cronologico.
  2. I nomi delle località non sono quelli utilizzati in cinese o mongolo, come ci si aspetterebbe, ma sono in persiano, il che confermerebbe una teoria del sinologo tedesco H.Franke, secondo la quale Polo avrebbe utilizzato fonti persiane per redarre il suo testo.
  3. Polo descrive erroneamente alcuni importanti luoghi, come ad esempio il celebre ponte di Marco Polo a Pechino, che secondo lui avrebbe 24 archi anziché 11 o 13.
  4. Non affronta alcune descrizioni di celebri usanze cinesi quali il sistema di scrittura cinese, i libri e la stampa, il te’, la porcellana, l’uso delle bacchette e la pesca con i cormorani.
  5. Marco Polo ignora l’esistenza della Grande Muraglia
  6. Marco Polo dichiara che suo padre Nicolò e lo zio Maffeo erano presenti all’assedio mongolo di Xiangyang, l’importante roccaforte Song nello Hubei. Ma tale episodio apparirebbe falso in quanto questo assedio si è svolto nel 1273, ed il clan Polo sarebbe giunto in Cina solo un anno più tardi.
  7. Il viaggiatore veneziano afferma di essere stato governatore per tre anni di Yangzhou nel Jiangsu, ma il suo nome non apparirebbe negli archivi ufficiali della zona.
  8. Nessun componente della famiglia Polo, nonostante l’importanza da loro rivendicata, verrebbero mai menzionato nelle cronache ufficiali dell’epoca.

Francis Wood a queste palesi contraddizioni già sollevate in passato, aggiunge che il suo testo non è scritto come un vero diario di viaggio, ma piuttosto come una guida per mercanti come la “Pratica della Mercatura” di Pogolotti. Alcuni resoconti, come quello che vede il ritorno di Marco in Occidente accompagnato dalla principessa mongola Kökechin fino in Persia per sposare Il-khan Arghun, potrebbero essere stati “presi in prestito” da altre narrazioni. Rustichello di Pisa, nel suo ruolo di redattore delle cronache è ambiguo. E difficile distinguere i contributi di Rustichello da quelli di Polo. Sicuramente però Marco Polo non ha introdotto in Italia l’uso degli spaghetti e del gelato (non essendo stato in Cina come avrebbe mai potuto fare altrimenti?).

Infine la Wood insinua la possibilità che suo padre e suo zio potrebbero anche avere effettuato il pericoloso viaggio verso la corte mongola giacché tuttosommato erano in possesso della tavola d’oro forse consegnata dallo stesso Kublai Khan, ma Marco potrebbe avere usurpato il loro ruolo attribuendo a sé stesso piuttosto meschinamente la gloria altrui. La conclusione finale della Wood è che Marco Polo avrebbe ottenuto le informazioni per stilare “Il Milione” parzialmente dai racconti della sua famiglia, e in parte da altri viaggiatori incontrati in Crimea e a Costantinopoli, con l’ausilio di guide e mappe Persiane.

Ma questi affascinanti dubbi sollevati dalla Wood, sono stati ampiamente criticati, confutati e smontati da molti storici cinesi, come Fang Hao o Yang Zhijiu, e di altre nazionalità, che si sono basati non sulle mancanze, in fin dei conti Marco Polo non stava scrivendo la Lonely Planet sulla Cina, ma sulle sue dettagliate descrizioni dei luoghi da lui visitati, e su altre prove.

Nel 1997 Igor de Rachewiltz, stimato docente universitario romano di origine polacche, ha analizzato e smantellato punto per punto le tesi revisioniste, nel suo articolo “Marco Polo è andato in Cina” pubblicato in Zentralasiatische Studien 27.

Marco Polo non era uno scrittore professionista, era un mercante. Le sue doti di scrittore erano limitate, e molto spesso faceva uso di formule classiche della mercatura. Lasciò Venezia ancora diciassettenne, e passò la maggior parte della sua vita all’estero. Era un osservatore attento, ma mancava di immaginazione. Considerazioni personali non emergono mai, e sono limitati esclusivamente al Prologo del libro, che lo studioso fa giustamente notare si chiama “Descrizione del Mondo”, e non è un diario di viaggio. Le descrizioni sono ciò che contano e il suo coinvolgimento personale è puramente accidentale. Il risultato è che gli eventi principali e i nomi sono generalmente corretti, ma non i dettagli. Bisogna tenere conto difatti che il libro è stato stilato molti anni dopo dal suo ritorno, Marco era anziano, e avrebbe potuto confondersi facilmente non potendo più verificare i suoi resoconti. Inoltre Marco Polo quasi certamente ha ingigantito il suo ruolo, infarcendo alcuni episodi con dettagli inesistenti. Non si può non considerare anche gli anni in cui è stato scritto il libro, un’epoca in cui i narratori indugiavano sui dettagli meravigliosi delle loro cronache. Se Marco avesse avuto realmente accesso alle cronache persiane non avrebbe commesso errori come quello della descrizione del ponte di Pechino o dell’esatta collocazione di talune città cinesi, errori molto più verosimilmente dettati da ricordi offuscati. Il libro di Marco non è neppure una guida per mercanti, anche se vi sono riferimenti continui a questo mestiere e lo stesso linguaggio ne risente. Lo stile è confuso ma non contradditorio, ed è dovuto proprio ai limiti stilistici di Polo e non alla mancanza di coerenza.

Igor de Rachewiltz fa notare che durante il suo lungo soggiorno in Cina, Marco Polo non si è mai mescolato ai cinesi, non ha mai imparato il cinese, e non era interessato alla loro antica cultura. Si muoveva piuttosto tra le comunità di stranieri, un po’ come fanno buona parte dei viaggiatori e studenti italiani in Cina oggigiorno, già presenti ancor prima dell’invasione mongola. Vi era un gran numero di mercanti persiani e turchi in grado di parlare lingue caucasiche, arabo, nonché altri viaggiatori da vari paesi occidentali, dall’Italia in particolare, che conducevano commerci con le repubbliche marinare. Il ruolo dell’inglese dell’epoca era stato preso dal persiano, che non solo era ampiamente utilizzato dai viaggiatori stranieri, ma era anche la lingua ufficiale straniera più utilizzata dagli stessi cinesi, come ha dimostrato l’Università di Hangzhou con gli studi di Huang Shiqian. Il cinese era la lingua dei dominati e il mongolo, e in misura minore il turco, quella dei dominatori. Un abisso separava queste due classi. I rapporti intessuti dagli stranieri con i cinesi erano puramente di natura economica o amministrativa, per cui questo genere di trattative avvenivano utilizzando la lingua franca persiana, e ciò dunque giustifica ampiamente l’utilizzo di Polo di nomi turchi e persiani. Inoltre molti dei nomi incorretti sono il risultato di ricordi offuscati, giacché, come detto precedentemente, il libro è stato redatto molto anni più tardi, in una prigione per giunta.

Le mancanze nelle sue descrizioni di abitudini dei cinesi vanno piuttosto interpretate come omissioni importanti, che tuttosommato sono comuni ad altri viaggiatori quali Ibn Battùta o Odorico di Pordenone. Marco in effetti accenna al processo di stampa, ma non lo definisce tale, definendola “suggellata”. Questo è chiaramente un suo limite culturale e spetta al lettore riuscire ad interpretare le sue descrizioni. Questi dettagli però molto probabilmente avrebbero potuto interessare viaggiatori più acculturati di Odorico o Marco. Non si deve dimenticare che all’epoca la maggioranza della popolazione era illetterata. L’usanza di bere te’, diffusa soprattutto tra i cinesi, era un dettaglio troppo banale per impressionare Marco. Neppure altri viaggiatori dell’epoca avevano accennato a questo costume, come neppure all’uso delle bacchette o della tradizione della fasciatura dei piedi. Per quanto riguarda la porcellana, Marco Polo in realtà la cita ben quattro volte, e Francis Wood dimostra di avere letto superficialmente il suo libro! Ricordiamo ancora che Marco Polo non frequentava cinesi per cui non era particolarmente interessato ai loro usi e costumi, per quanto ai nostri occhi di occidentali del 2000 possano risultare curiosi o importanti. La pesca coi cormorani è completamente omessa da Marco e da Ibn Battùta, ma non da Odorico.

Per quanto riguarda l’omissione della Grande Muraglia bisogna fare alcune semplici considerazioni storiche: la gloriosa opera d’ingegneria come noi oggi la conosciamo, non era ancora nella sua forma completa, ma era un insieme non uniforme di tratti di mura edificati in periodi differenti, ed è stata fortificata e terminata dai Ming, tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo. Per di più recenti studi hanno dimostrato che all’epoca i materiali utilizzati non andavano oltre il fango e terra puntellati da pali di legno. Molto difficilmente avrebbe potuto impressionare Marco Polo. L’unica leggenda ben chiara invece è quella che descrive la muraglia come un continuum dall’epoca del primo imperatore Qin Shi Huangdi. Neppure di questa meraviglia architettonica v’è traccia negli archivi ufficiali cinesi fino al tredicesimo secolo, ma non per questo non esiste! Per quanto riguarda l’assurdo episodio dell’assedio di Xiangyang si hanno solo due opzioni: vanagloria da parte sua, oppure si tratta di un aggiunta postuma di Rustichello in una edizione successiva per dare credito ai Polo. Sicuramente però l’episodio che vuole Marco Polo governatore di Yangzhou, è un’ esagerazione. Secondo Igor de Rachewiltz, non vi sarebbero ragioni per dubitare che egli abbia vissuto per un certo periodo nella città, giacché Yangzhou era un importante centro economico, e una comunità italiana di mercanti vi si stabilì tra il tredicesimo e quattordicesimo secolo. Ma Marco non fu di certo il suo governatore, sebbene molto probabilmente abbia avuto un qualche ruolo da funzionario. Questa invenzione può essere attribuita allo stesso Rustichello.

E’ vero che i Polo non appaiono negli archivi ufficiali cinesi, ma ad ogni modo non siamo a conoscenza del suo nome in cinese, sempre che ne avesse uno, e neppure di quello mongolo, a dispetto del fatto che Marco asserisce di essere sempre stato chiamato “Maestro Marco Polo”. Ad ogni modo i mongoli avevano l’usanza di attribuire dei soprannomi al proprio enturage, che potrebbero essere stati trascritti in cinese. Questa cosa naturalmente è solamente ipotizzabile dal momento che il suo soprannome non è mai stato rintracciato nelle cronache. Molto più probabilmente però Marco Polo, così come moltissimi altri viaggiatori stranieri dell’epoca è totalmente ignorato dagli archivi. Neppure Giovanni di Montecorvino, il primo arcivescovo cattolico di Pechino e contemporaneo di Marco appare menzionato, così come il frate Odorico da Pordenone, o Giovanni di Marignolli, il capo di un’importante ambasceria papale.

Molti altre obiezioni sollevate da Francis Wood sono dovute a maleinterpretazioni del testo di Polo.

Per quanto riguarda la storiella secondo la quale Marco Polo avrebbe importato gli spaghetti in Europa è dovuta ad un semplice errore di traduzione, giacché nelle versioni anglosassoni il termine “lasagne” viene tradotto con “vermicelli” o “spaghetti”. Ciò che Marco descriveva con lasagne in ogni caso non era altro che una variante di pasta già molto diffusa in Asia e in Europa, in forme differenti.

Infine Francis Wood fa altri clamorosi autogoal citando la storia del viaggio di ritorno con la principessa Kökechin e il mistero che circonda i sigilli dorati mongoli affidati ai Polo dal Gran Khan in persona che sarebbero dovuti essere consegnati al Papa e ad altri importanti monarchi europei. La natura del viaggio della principessa era personale e molto delicata, un affare interno alla famiglia reale mongola. Non vi è traccia negli archivi della dinastia Yuan di questa principessa. Ma alcuni carteggi dimostrano che furono portate avanti alcune trattative per un’ambasceria guidata da tre diplomatici in Persia. Da questi documenti si evince che le date e i luoghi corrispondono con quelli riportati da Polo, anche se la principessa e lo stesso Polo non vengono mai menzionati. La scoperta è stata fatta nel 1941 dallo studioso cinese Yang Chih-chiu. Inoltre lo storico persiano Rashìd al-Dìn, che scriveva pochi anni dopo questi eventi, menziona questa ambasceria guidata da Khoja, nominato dallo stesso Polo più volte nei suo resoconti, al suo arrivo a Abhar, e cita inoltre una sposa mongola tra i viaggiatori. E’ d’altronde impossibile che Polo fosse venuto a conoscenza di questi dettagli giacché la prima testimonianza scritta persiana di questo episodio è del 1311.

Ma c’è di più. Sappiamo di una conversazione di Marco Polo avvenuta nel 1303 con il celebre fisico e astrologo Pietro D’Abano (1250-1316). Marco fece alcune osservazioni astronomiche, illustrandole con degli schizzi. Di questa conversazione non v’è traccia nel Milione, eppure è riportata nel “Conciliator Differentiarum ” scritto dallo scienziato veneto. Uno studioso tedesco, J.Jensen, ha pubblicato un articolo nel 1997, analizzando questo testo, ha scoperto che Marco Polo necessariamente dovesse essere andato a Sumatra e nel Mar Cinese Meridionale per essere a conoscenza di questi dettagli, fino allora sconosciuti agli studiosi occidentali. E questa è una prova inconfutabile del suo meraviglioso viaggio. Per quanto riguarda infine la tavola d’oro mongola consegnata ai Polo dallo stesso Gran Khan, le descrizioni fornite dal viaggiatore veneziano, coincide con quella riportata dagli storici cinesi dell’epoca.

Pertanto in ultima analisi le tesi di Francis Wood appaino fragili e in malafede, dovute più a incapacità di interpretare un testo scritto più di settecento anni fa più che a volontà di fare luce su un importante documento.

Matteo Damiani / www.cinaoggi.it

I cinesi sono andati in America prima di Colombo?

I cinesi sono andati in America prima di Colombo? Certamente, ma non come pensano i revisionisti

Di tanto in tanto viene scomodato il grande ammiraglio musulmano cinese Zhenghe per avvalorare la tesi che l’America è stata scoperta prima dai cinesi.

Come qualcuno ha suggerito però, anche se fosse vero, non ne è rimasta traccia nella storia dell’umanità e pertanto la scoperta risulterebbe quantomeno inutile. Questa tesi ad ogni modo, oltre a fare acqua in più punti, dato che di prove certe non ce ne sono, è smentita in ogni caso da due prove inconfutabili. Innanzitutto già nel 900 d.C. i Vichinghi avevano stabilito degli insediamenti sulle coste nord orientali del continente americano (anche se non in forma permanente) ; in secondo luogo, l’America era già abitata da una moltitudine di popolazioni paleo indiane provenienti per lo più dalla Siberia Orientale e … dalla Cina.

Queste eterogeneo gruppo di popolazioni giunse in America in un arco di 30.000 anni passando per lo stretto di Bering, affrontando un pericolosissimo tragitto attraverso steppe, deserti, foreste e ghiacciai, costellato di pericoli insidiosi come i branchi di iene, grossi felini, il freddo e la fame pungente.

I Paleo-indiani o paleoamericani è la classificazione assegnata alle prime persone che sono entrate in America durante la fase finale della glaciazione avvenuta nel tardo Pleistocene. I primi gruppi di (coraggiosi) cacciatori, secondo le prove raccolte sino ad ora, sarebbero giunti nel continente americano attraversando lo stretto di Bering. All’epoca però un ponte naturale di terra, chiamato Beringia, connetteva l’Eurasia all’America. Beringia ha avuto vita relativamente breve (tra il 45.000 a.C e il 12.000 a.C). Il ponte non è stato utilizzato esclusivamente dagli umani, ma anche da grosse mandrie di bovini. Oltre a Beringia successivamente si formarono anche dei corridoi di ghiaccio tra i due continenti che furono sfruttati per ulteriori migrazioni di animali e uomini e che man mano percorsero l’intero continente americano, fino a giungere nel sud. Le datazioni di queste migrazioni sono tuttora oggetto di dibattito in quanto ovviamente non abbiamo testimonianze scritte di questi eventi, ma solo una serie di prove dirette ed indirette.

Gli oggetti più antichi rinvenuti dagli archeologi sono punte di freccia, strumenti in pietra e raschietti. I moderni indigeni americani sono legati da una lunga serie di prove scientifiche principalmente alle popolazioni della Siberia Orientale: queste prove variano da analogie linguistiche, alla distribuzione di tipi di sangue, alla composizione genetica riflessa dai dati molecolari come il DNA. Tra l’8000 e il 7000 a.C. il clima si stabilizzò e si mitigò, portando al fiorire delle nuove culture americane.

Il periodo litico: i Clovis e i Folsom

Dry Creek e la zona del lago Healy sono i due siti che offrono le prime prove del passaggio delle popolazioni asiatiche. I paleo indiani “ben presto” si sparpagliarono in tutto il continente, a cominciare proprio dalle immense praterie degli odierni Stati Uniti e Canada, fino ad arrivare a Monte Verde in Cile. Ad ogni modo tutti questi primi gruppi erano accomunati da una tecnica di fabbricazione di pietre scheggiate, utilizzate da piccoli clan nomadi formati da 20 a 50 individui. Queste prime tribù non avrebbero avuto capi e si guadagnavano il rispetto degli altri membri del clan esercitando l’arte della caccia, della pesca o della guarigione. Gli “anziani”, la cui aspettativa di vita all’epoca non andava oltre i 35 anni, venivano tenuti in alta considerazione in virtù della loro esperienza. Il periodo litico fu segnato da cambianti climatici che spinsero alcuni di questi gruppi a cercare nuove zone. Uno dei primi gruppi ad avere lasciato delle tracce è la cosidetta cultura di Clovis, che fabbricava strumenti in avorio e osso. Ad ogni modo i Clovis ebbero vita breve, e furono ben presto sostituiti da nuovi gruppi. Una curiosità; all’epoca in America vi sarebbero stati anche cammelli e cavalli, ma sarebbero morti in seguito alle glaciazioni. I cavalli vennero reimportati nel continente americano dagli spagnoli. Nello stesso periodo cominciarono a moltiplicarsi i bisonti, che ben presto cominciarono ad essere cacciati dai Folsom. La cultura Folsom era caratterizzata da uno stile di vita nomade e da piccoli gruppi di cacciatori. Verso la fine del litico, i ghiacci che ricoprivano buona parte dell’America settentrionale cominciarono infine a sciogliersi, lasciando nuovi territori da esplorare e abitare.

Il periodo arcaico

La fase arcaica è caratterizzata da un clima più tiepido o anche arido, ed è sostanzialmente la causa della scomparsa della megafauna. Gli ultimi gruppi di paleo indiani vennero ben presto assorbiti dalle nuove culture più sviluppate che si andavano formando. Alcuni di questi gruppi, come i Fuegian e i Patagoniani cominciarono a sviluppare strumenti più evoluti. Tra i materiali di lavoro, la pietra e l’osso, si vanno aggiungere il legno e la fibra delle piante.

Prove genetiche: i cinesi in america!

La genetica molecolare prova che tutte le popolazioni amerinde derivano da un solo gruppo di fondazione originario, ma che è limitato per una percentuale che va dal 50 al 70%. Questo proverebbe che successive ondate migratorie avrebbero influenzato le differenze genetiche delle popolazioni americane. Lo studio è stato affrontato dall’ American Journal of Human Genetics, realizzato nel 2007 che dimostra come 86 genomi mitocondriali completi derivino da una singola popolazione. La differenziazione genetica dei gruppi indigeni aumenta con la distanza dall’ipotetico primo punto di entrata (ovvero lo stretto di Bering). Il primo gruppo è così senza dubbio di origine siberiana.

Abbiamo quindi provato come le prime migrazioni avvenute tramite lo stretto di Bering abbiano popolato le Americhe. Ma le migrazioni, più tardi continuarono e cambiarono i punti di entrata. La genetica ancora una volta ci aiuta a sollevare alcuni dubbi e a provare inconfutabilmente come in questa fase entrarono nelle Americhe popolazioni di origine cinese. Un aplogruppo è un gruppo di aplotipi tra loro differenti, tutti però originati dallo stesso aplotipo ancestrale. L’aplogruppo B è una aplogruppo mitocondriale del DNA asiatico, comune a tutte le popolazioni dell’Estremo Oriente. Ora, la medesima differenziazione genetica è riscontrabile tra alcune popolazioni indigene in America settentrionale e meridionale. La Cina è il paese con la più alta diversificazione dell’aplogruppo B. Gli altri aplogruppi che si trovano in America, ovvero A,C,D e X sono di origini siberiana. Secondo i genetisti pertanto le popolazioni americane, dell’Asia Orientale e del Pacifico, facevano parte di uno stesso gruppo originario influenzato da successive ondate migratorie.

Una curiosità: l’aplogruppo X è l’unico aplogruppo presente in Europa, Asia e America, quindi non solo riferibile all’Asia Orientale ed è riscontrabile nelle tribù Sioux, Navajo e Yakama.

Altri studi, più o meno condivisibili, dimostrerebbero inoltre analogie linguistiche tra i dialetti Sino-Tibetani e altri del Nord America, a cominciare dall’Athabascan. Non sono state però finora trovate prove apprezzabili a sostegno di questa tesi. Altre tesi più azzardate inoltre suggeriscono legami linguistici e culturali tra popolazioni amerinde, del pacifico, cinesi, indiane, semitiche e addirittura europee, ma sinceramente non possiamo sostenere una tesi del genere, in quanto le analogie riportate sono ben più tarde del periodo delle grandi migrazioni e potrebbero piuttosto risalire ad un archetipo inconscio della natura umana, anziché ad influenze esterne. Tra queste analogie si possono trovare ad esempio il gioco indiano del Pachisi (all’origine dell’odierno Parcheesi ovvero il celeberrino “Non ti arrabbiare”) e il Patolli diffuso tra gli aztechi e alcuni motivi stratigrafici mortuari, condivisi tra alcuni gruppi della Micronesia e del Guatemala. Esiste una lunga letteratura a sostegno di queste tesi e di successive influenze asiatiche sulle culture mesoamericane e viceversa. Secondo alcuni vi sarebbero almeno 120 specie di flora e di fauna condivise tra vecchio e nuovo continente. La spiegazione andrebbe ricercata in successivi contatti navali tra le due sponde del Pacifico. Del resto è possibile. Le isole del pacifico sono abitate da lungo tempo e sarebbero potute servire da scali per questo genere di missioni. Ma queste rimangono ipotesi e non sono state ancora avvalorate da prove a sostegno inconfutabili. Purtroppo poi il confine tra l’archeologia e la fanta storia spesso è labile e vi è chi invece estende queste similitudini in una scala di dimensioni davvero troppo vaste. Vi è difatti una lunga lista di discrepanze cronologiche che in effetti lasciano perplessi, ma che potrebbero benissimo essere elencate come semplici fraintendimenti interpretativi.

di Matteo Damiani / www.cinaoggi.it
Fonti: Wikipedia, Enciclopedia Britannica, Sino-Platonic Papers