ACCHIAPPALIKE “La delocalizzazione è un bene” in un libro di testo per la Scuola Media

Un post pubblicato oggi, 21 maggio 2018, sulla pagina Facebook Ufficio Sinistri. Il buco nero in cui è scomparsa la sinistra ha raggiunto un importante tasso di viralità nelle ultime ore:

La Buona Scuola del PD.

Libri di scuola degni di Goebbels, praticano il lavaggio del cervello e l’indottrinamento del dogma liberista e europeista ai bambini:

Delocalizzare è un bene, lavorare 15 ore al giorno in un paese straniero per una paga da fame fa di te una persona progressista e aperta.

Fuori il liberalismo dalle nostre scuole! 

Il post riporta la foto del brano di un libro di testo, con evidenziata una frase che ha sollevato l’indignazione dei lettori:

La delocalizzazione è un bene anche per il Paese in cui la produzione viene trasferita perché in quell’area vengono creati nuovi posti di lavoro che, per quanto poco pagati, sono sempre meglio della disoccupazione.

Per via delle insistenti richieste dei lettori, gli autori del post hanno pubblicato il titolo del libro in cui è contenuto quel capoverso, con il nome dell’editore e degli autori. Si tratta, come riportato nella scheda di De Agostini, di un libro di testo rivolto agli studenti della Scuola Secondaria di Primo Grado, dal titolo Leonardo, Le stanze della tecnologia di Cesare Benedetti e Corinna Romiti.

Il concetto espresso con tanto livore dagli autori della pagina – che scomodano Joseph Goebbels, il concetto di “lavaggio del cervello” e vocaboli come “dogma” – con il testo riportato, il Partito Democratico attraverso il provvedimento della Buona Scuola avrebbe scelto di worshippare la delocalizzazione delle aziende e insegnare ai ragazzi che ciò rappresenta un bene, per indottrinarli ad accettarla passivamente. Lo stesso concetto è ripreso da Il Primato Nazionale in un articolo pubblicato il 21 maggio dal titolo: «Il dogma liberista sui banchi di scuola: “La delocalizzazione è un bene”» nel quale, però, già dall’incipit tradisce una sottile insicurezza sull’attendibilità del post, pur supportandolo:

La delocalizzazione? Una sana scelta economica, anche se ha lo spiacevole effetto collaterale di creare nuovi schiavi a basso costo. Sembra dirci questo un paragrafo di un libro di testo per studenti che sta circolando in queste ore sui social network.

Grazie agli strumenti web, però, è possibile trovare un’anteprima del libro menzionato sul sito Scuolabook.it. A pagina 22 troviamo chiarezza:

Riportiamo di seguito la parte evidenziata:

La delocalizzazione è un bene anche per il Paese in cui la produzione viene trasferita perché in quell’area vengono creati nuovi posti di lavoro che, per quanto poco pagati, sono sempre meglio della disoccupazione.

Nel Paese di origine del prodotto si crea invece un grosso problema, perché qui, in seguito al trasferimento della produzione, le fabbriche chiudono e le persone che vi erano impiegate si ritrovano all’improvviso senza lavoro.

Il fenomeno della delocalizzazione può avere anche un altro effetto: quello della migrazione della forza lavoro. Questo si verifica quando una certa area non è più in grado di offrire un numero sufficiente di posti di lavoro e quindi i lavoratori sono costretti a spostarsi.

Decontestualizzare il primo capoverso dal resto del testo comporta, appunto, la creazione di una facile disinformazione che diventa un’ennesima strategia per procacciare lettori. La verità, come è ben evidente, è diversa da quella riportata. Non pare che il libro voglia fare un elogio alla delocalizzazione delle aziende, tanto meno per operare un lavaggio del cervello sugli studenti. Nell’apporre il tag al nostro articolo, dunque, abbiamo utilizzato lo stesso colore della categoria Precisazioni per evidenziare che il capoverso esiste, ma è decontestualizzato per una prevedibile mossa acchiappalike degli autori.

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ACCHIAPPALIKE Le foto dei finti tecnici ACEA, Telecom e Gas

I nostri lettori ci segnalano un post pubblicato il 20 febbraio da una delle tante pagine acchiappalike presenti su Facebook, in questo caso nominata Vizi e desideri:

Secondo il post, le persone raffigurate si spaccerebbero per tecnici di varie aziende, tra cui ACEA, Telecom, servizi luce&gas e via discorrendo. In realtà si tratterebbe di ladri d’appartamento. I lettori ignorano che un annuncio del genere è fuorviante in quanto attualmente queste persone – secondo gli organi di stampa – stanno ancora scontando la loro pena.

Tra l’ottobre e il giorno di Natale del 2017 erano stati portati a termine 8 arresti nel Padovano, tutti rivolti a cittadini dell’Est Europa. Le parole di avvertimento che gli autori del post hanno rielaborato erano state pronunciate da Oreste Liporace, capo della Sezione Provinciale dell’Arma di Padova, durante una conferenza stampa:

Attenzione a questi otto ladri, tenete a mente le loro facce. Li abbiamo arrestati tra ottobre e le vacanze di Natale per alcuni furti in abitazione e quando saranno di nuovo liberi potrebbero riprendere le loro attività illecite.

Eduart Xaka e Keljon Stafa

Un esempio lo troviamo nel caso di un arresto compiuto nella notte tra il 21 e il 22 febbraio 2017 a Cittadella, durante le indagini su una serie di furti perpetrati nel padovano. In quella notte erano stati fermati Eduart Xaka (classe 1989) e Keljon Stafa (classe 1991) a bordo di un’Alfa segnalata qualche giorno prima ai Carabinieri come sospetta.

Eduart Xaka e Keljon Stafa / Il Mattino di Padova

A fine anno 2017, dunque, si concludevano le operazioni per il ripristino della sicurezza tra le case. Non è dato conoscere l’identità degli altri arrestati, ma è chiaro che si trattasse di operazioni diverse, tutte accomunate dall’indagine sui furti negli appartamenti. Liporace, non a caso, durante la conferenza stampa illustrava una sorta di vademecum composto da 22 consigli su come agire qualora ci si trovasse di fronte a un furto in casa o in garage. Infine, Liporace ricordava che gli 8 malviventi: «quando torneranno in libertà, potrebbero riprendere le loro illecite attività. Sono di etnia albanese e appartengono a famiglie di gitani o di girovaghi».

La frase usata era dunque un avvertimento proiettato sul dato periodo in cui gli arrestati sarebbero tornati in libertà. Da nessuna parte, inoltre, troviamo riscontro sulla loro strategia di finti tecnici ACEA, Telecom e via discorrendo.

Per questo parliamo di acchiappalike: stando a quanto riportano gli organi di stampa, queste 8 persone non sono uscite dal carcere (non vi sono aggiornamenti, in sostanza) e soprattutto non esiste fonte che attesti un loro travestirsi da tecnici. Invitiamo tutti, più che mai, a non obbedire passivamente quando un post richiede di condividere. Diffondere questi contenuti senza verificare la fonte potrebbe dar luogo a disastrosi allarmismi che non sono mai senza conseguenze.

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BUFALA E ACCHIAPPALIKE La foto dei due bambini autistici in un ospedale americano del 1982

Ci segnalano un post pubblicato il 3 aprile 2018 dalla pagina Facebook Il sarcofago oscuro:

L’AUTISMO IN PASSATO

In questa foto sono ritratti due bambini autistici, legati all’interno di un ospedale psichiatrico americano nel 1982, dove venivano usati potenti psicofarmaci per mantenerli calmi.
La neurodiversità è sempre esistita e non c’è stato un boom di diagnosi.
Oggi di autismo si parla, una volta era un problema da nascondere.

Con lo strumento reverse image di Google possiamo affermare che siamo di fronte a una bufala acchiappalike, perché la realtà nascosta dietro l’immagine è diversa. Come riporta il sito All that’s interesting, la foto è stata scattata all’ospedale psichiatrico Deir el Qamar, in Libano, nel 1982 e non viene specificata la malattia dei due bambini.

La fonte ufficiale è lo stock Getty Images:

Il titolo dell’immagine è 1982 Lebanon War, dunque lo scatto risale all’anno in cui esplose la guerra del Libano. Non siamo, dunque, in America né si può parlare di bambini autistici. Le fonti ufficiali non parlano di autismo.

Creare un post in cui si utilizza un’immagine con semplice didascalia (leggi la nostra guida utile) e si distorce una realtà già drammatica, solo nel nome dell’indicizzazione social, è una pura strategia acchiappalike con i miasmi della bufala.

 

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ACCHIAPPALIKE Ecco cosa combinano gli immigrati al centro rifugiati

La pagina Facebook Buona e Sincera, ma quando serve Bastarda, sulla tendenza dei mendicanti del web, pubblica una foto già smentita a più riprese da più strumenti web. Eppure, per tenere alto il tasso di odio e disinformazione, la ripropone oggi 3 aprile 2018:

Kondividi se sei indigniato!!!11! dovrebbe già tradire che quanto leggiamo sia un fake vero e proprio, nella tipica formula degli immigrati che – per i viralizzatori razzistoidi – deturpano, sprecano e disprezzano tutto ciò che l’italiano offre.

Di fatto, la foto mostra un piatto di spaghetti imbrattato con cenere e mozziconi di sigarette. Di fatto, ancora, nemmeno i condivisori compulsivi sanno dove sia stata fatta quella foto. Trattasi semplicemente di un’immagine con scritta sovrimpressa (leggi la nostra guida utile), completamente priva di fonti e dunque lontana dal rappresentare una notizia. Difficile da accettare per molti, ma la realtà è che non esiste verità, dietro l’immagine virale che ci segnalano.

Siamo di fronte, dunque, a una strategia acchiappalike che sfrutta l’indignazione facile dell’utente medio.

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ACCHIAPPALIKE Anno 1970: Ventimila italiani, spogliati di tutti i loro averi, vengono cacciati dalla Libia – bufale.net

C’è un fenomeno che troviamo sorprendente: persone che ci chiedono conferma di cose assurde, come improbabili parenti wrestler e supereroi parenti di questo o quel politico, convinti che Putin abbia davvero dichiarato guerra al Wakanda per cercare un parente di colore e supereroe di Salvini o che sia possibile telefonare al numero apparso in una fiction per convincere Rosy Abate, Regina della Mafia a pentirsi delle sue cattive azioni a colpi di insulti e minacce improvvisamente rivelano dosi di scetticismo tali da rivolgersi al fact checking quando tutto quello che dovrebbero fare è aprire un libro di storia.

Improvvisamente un post dell’anno scorso della pagina Indigeni Europei

Diventa il casus belli per richiedere l’asseverazione del contenuto e dell’immagine

Anno 1970: Ventimila italiani, spogliati di tutti i loro averi, vengono cacciati dalla Libia. A differenza di quanto accade oggi, tutti gli italiani in fuga furono bloccati dalle autorità militari italiane sulle navi al largo del Golfo di Napoli che, prima di autorizzare lo sbarco, fecero lunghi ed estenuanti controlli sanitari e amministrativi ai nostri connazionali (già umiliati dall’avvenuta espulsione), secondo un “protocollo di accoglienza” molto diverso rispetto a quello che viene eseguito con estrema disinvoltura nei confronti di profughi e clandestini che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste. Cosa ne pensate?
Da sapere. La Libia ha confiscato agli italiani tutti i conti in banca, 40 mila ettari di terra, 1.700 case, 500 attività commerciali: in totale 200 miliardi di lire del 1970. Ma non basta, le chiese divennero moschee, i monumenti polvere, il cimitero fu profanano e vennero rispedite in Italia anche 20 mila salme di soldati.

La foto contenuta nell’articolo, ed una versione estesa del testo, sono ancora disponibili per gli smemorati, gli scettici ed i San Tommaso della domenica sulle famose Teche Rai, gli archivi fotografici e di notizie della TV di Stato, che ci ricordano che

L’esodo di massa degli italiani di Libia inizia subito dopo il 1 settembre 1969, giorno in cui il giovane Gheddafi conquista il potere con un colpo di Stato. Nei quattro mesi successivi partono almeno 800 italiani: alcuni senza nemmeno un visto, organizzando piani anche rischiosi per approdare il Sicilia. Il decreto ufficiale di espulsione arriva nell’estate del 1970: dei 44 mila italiani residenti nel 1948 ne restano meno di metà. Sbarcano a Napoli, vengono smistati nei campi profughi in Campania, Puglia e Lombardia. La Libia confisca 40 mila ettari di terra, 1700 case, 500 attività commerciali: in totale 200 miliardi di lire del 1970. La chiesa diventa moschea, i monumenti polvere. Il cimitero viene profanano e Roma rimpatria anche 20 mila salme di soldati. Quello di ieri è il terzo esodo degli italiani. Prima degli anni 70 c’erano state le espulsioni del 1951, dopo l’indipendenza della ex colonia italiana.

La foto è anche riportata nella galleria relativa all’intervista a Giovanna Ortu, espulsa dalla Libia in quel fatidico 7 ottobre 1970, che Gheddafi stesso ribattezzò pomposamente Giorno della Vendetta, occasione per cementare il suo potere dando in pasto alla popolazione un nemico estero che riecheggiasse il passato coloniale e fosse facile da espropriare ed esiliare… colpendo persone che in Libia ci erano nate e cresciute.

Solo nel 2004, in vista dell’apertura di un Gasdotto Eni, Gheddafi decise di rinnegare la sua scelta convertendo il Giorno della Vendetta in un (invero alquanto tardivo) Giorno dell’Amicizia, i cui risultati sono comunque stati travolti dalla primavera Araba intervenuta a porre fine al dominio del dittatore.

La foto, e gli eventi narrati, sono quindi veritieri, con l’eccezione del paragone assolutamente gratuito con altre forme di immigrazione derivate da eventi non meno traumatici.

Il problema non fu certo la gestione dei rimpatri come viene insinuato nel testo, ma il dopo, sicché:

Ad accendere i riflettori sulla vicenda degli italiani in Libia è Luigi Scoppola Iacopini nel libro I “dimenticati”. Da colonizzatori a profughi, gli italiani in Libia 1943-1974 (Editoriale Umbra, I quaderni del Museo dell’emigrazione) che ricostruisce l’esperienza dei connazionali italiani a partire dalla fine del regime coloniale, attraverso l’amministrazione britannica e la monarchia e poi durante il regime di Gheddafi, che emana i decreti di confisca dei beni e l’espulsione dal paese degli italiani di “vecchio insediamento”. Questi sono costretti a rientrare in patria ma qui non trovano certo comprensione né adeguati riconoscimenti economici o morali. Perché di fatto i rapporti economico-finanziari fra i due paesi erano già consolidati, tanto che gli stessi documenti analizzati dall’autore finiscono per mostrare come «la comunità italiana fosse alla fine avvertita come un intralcio, un anacronistico legame che rischiava di compromettere le buone relazioni con la Libia che passavano anche attraverso i giganteschi fatturati dell’industria pubblica e privata».

 

 

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ACCHIAPPALIKE Anno 1970: Ventimila italiani, spogliati di tutti i loro averi, vengono cacciati dalla Libia – bufale.net

C’è un fenomeno che troviamo sorprendente: persone che ci chiedono conferma di cose assurde, come improbabili parenti wrestler e supereroi parenti di questo o quel politico, convinti che Putin abbia davvero dichiarato guerra al Wakanda per cercare un parente di colore e supereroe di Salvini o che sia possibile telefonare al numero apparso in una fiction per convincere Rosy Abate, Regina della Mafia a pentirsi delle sue cattive azioni a colpi di insulti e minacce improvvisamente rivelano dosi di scetticismo tali da rivolgersi al fact checking quando tutto quello che dovrebbero fare è aprire un libro di storia.

Improvvisamente un post dell’anno scorso della pagina Indigeni Europei

Diventa il casus belli per richiedere l’asseverazione del contenuto e dell’immagine

Anno 1970: Ventimila italiani, spogliati di tutti i loro averi, vengono cacciati dalla Libia. A differenza di quanto accade oggi, tutti gli italiani in fuga furono bloccati dalle autorità militari italiane sulle navi al largo del Golfo di Napoli che, prima di autorizzare lo sbarco, fecero lunghi ed estenuanti controlli sanitari e amministrativi ai nostri connazionali (già umiliati dall’avvenuta espulsione), secondo un “protocollo di accoglienza” molto diverso rispetto a quello che viene eseguito con estrema disinvoltura nei confronti di profughi e clandestini che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste. Cosa ne pensate?
Da sapere. La Libia ha confiscato agli italiani tutti i conti in banca, 40 mila ettari di terra, 1.700 case, 500 attività commerciali: in totale 200 miliardi di lire del 1970. Ma non basta, le chiese divennero moschee, i monumenti polvere, il cimitero fu profanano e vennero rispedite in Italia anche 20 mila salme di soldati.

La foto contenuta nell’articolo, ed una versione estesa del testo, sono ancora disponibili per gli smemorati, gli scettici ed i San Tommaso della domenica sulle famose Teche Rai, gli archivi fotografici e di notizie della TV di Stato, che ci ricordano che

L’esodo di massa degli italiani di Libia inizia subito dopo il 1 settembre 1969, giorno in cui il giovane Gheddafi conquista il potere con un colpo di Stato. Nei quattro mesi successivi partono almeno 800 italiani: alcuni senza nemmeno un visto, organizzando piani anche rischiosi per approdare il Sicilia. Il decreto ufficiale di espulsione arriva nell’estate del 1970: dei 44 mila italiani residenti nel 1948 ne restano meno di metà. Sbarcano a Napoli, vengono smistati nei campi profughi in Campania, Puglia e Lombardia. La Libia confisca 40 mila ettari di terra, 1700 case, 500 attività commerciali: in totale 200 miliardi di lire del 1970. La chiesa diventa moschea, i monumenti polvere. Il cimitero viene profanano e Roma rimpatria anche 20 mila salme di soldati. Quello di ieri è il terzo esodo degli italiani. Prima degli anni 70 c’erano state le espulsioni del 1951, dopo l’indipendenza della ex colonia italiana.

La foto è anche riportata nella galleria relativa all’intervista a Giovanna Ortu, espulsa dalla Libia in quel fatidico 7 ottobre 1970, che Gheddafi stesso ribattezzò pomposamente Giorno della Vendetta, occasione per cementare il suo potere dando in pasto alla popolazione un nemico estero che riecheggiasse il passato coloniale e fosse facile da espropriare ed esiliare… colpendo persone che in Libia ci erano nate e cresciute.

Solo nel 2004, in vista dell’apertura di un Gasdotto Eni, Gheddafi decise di rinnegare la sua scelta convertendo il Giorno della Vendetta in un (invero alquanto tardivo) Giorno dell’Amicizia, i cui risultati sono comunque stati travolti dalla primavera Araba intervenuta a porre fine al dominio del dittatore.

La foto, e gli eventi narrati, sono quindi veritieri, con l’eccezione del paragone assolutamente gratuito con altre forme di immigrazione derivate da eventi non meno traumatici.

Il problema non fu certo la gestione dei rimpatri come viene insinuato nel testo, ma il dopo, sicché:

Ad accendere i riflettori sulla vicenda degli italiani in Libia è Luigi Scoppola Iacopini nel libro I “dimenticati”. Da colonizzatori a profughi, gli italiani in Libia 1943-1974 (Editoriale Umbra, I quaderni del Museo dell’emigrazione) che ricostruisce l’esperienza dei connazionali italiani a partire dalla fine del regime coloniale, attraverso l’amministrazione britannica e la monarchia e poi durante il regime di Gheddafi, che emana i decreti di confisca dei beni e l’espulsione dal paese degli italiani di “vecchio insediamento”. Questi sono costretti a rientrare in patria ma qui non trovano certo comprensione né adeguati riconoscimenti economici o morali. Perché di fatto i rapporti economico-finanziari fra i due paesi erano già consolidati, tanto che gli stessi documenti analizzati dall’autore finiscono per mostrare come «la comunità italiana fosse alla fine avvertita come un intralcio, un anacronistico legame che rischiava di compromettere le buone relazioni con la Libia che passavano anche attraverso i giganteschi fatturati dell’industria pubblica e privata».

 

 

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PRECISAZIONI E ACCHIAPPALIKE La OMSA chiude lo stabilimento di Faenza per riaprirlo in Serbia

Un post pubblicato il 9 febbraio 2018 ha totalizzato circa 23.000 condivisioni:

La OMSA chiude lo stabilimento di Faenza per riaprirlo in Serbia. 239 lavoratrici a casa. Eppure la OMSA non è in crisi, produce e vende tantissimo… Bene, per me da oggi OMSA (e visto che appartengono al gruppo OMSA anche Golden Lady, Filodoro, Philippe Matignon, Sisi, Hue, Arwa) per me le loro calze possono andarle a vendere in Serbia… boicottaggio totale e solidarietà alle lavoratrici licenziate… condividete per favore… GRAZIE!

Il post si riferisce a un caso esploso nel luglio 2010, quando Samuela Meci della FILCTEM CGIL faentina denunciava di aver appreso solo dai giornali la notizia di un accordo tra la Golden Lady Company – nella persona del fondatore Nerino Grassi – e il Ministro dell’Economia serbo Mladjan Dinkic per l’apertura di uno stabilimento – il terzo del gruppo – in Serbia, per la precisione a Loznica.

Il 27 luglio 2010 sul Resto del Carlino si leggeva:

SARANNO rimossi, insomma, quei macchinari che serviranno altrove, magari nel Mantovano dove la Golden Lady mantiene il proprio quartier generale; forse anche in Serbia, dove il gruppo ha già due fabbriche e dove ha intenzione di costruirne una terza. Ne ha dato comunicazione ufficiale il ministro per l’Economia e lo sviluppo regionale serbo Mladjan Dinkic, che un mese fa ha siglato con il fondatore di Golden Lady, Nerino Grassi, un memorandum d’intesa per realizzare uno stabilimento nella città di Loznica.

Per 350 lavoratori, in prevalenza donne, si sarebbe dunque parlato di cassa integrazione che sarebbe cessata qualora, entro il marzo 2011, almeno il 30% di essi non avrebbe trovato una ricollocazione.

Il 28 luglio 2010 la CGIL sollecitava a una soluzione con un comunicato:

Nell’accordo sottoscritto al Ministero c’è un impegno alla riconversione dell’OMSA di Faenza e per tale obiettivo devono essere investite risorse e costruite opportunità in grado di garantire livelli occupazionali compatibili con la drammaticità del trauma sociale prodotto dalla decisione della Golden Lady. Non ci serve una “soluzione qualunque” e vogliamo, come sindacato, lavoratrici e lavoratori, essere attori del nostro futuro. Per queste ragioni azienda e Governo devono presentarci urgentemente un piano sostenibile per il rilancio produttivo ed occupazionale su quel sito ed in quel territorio e la stessa Regione, assieme alle Istituzioni locali, devono lavorare per questo obiettivo ed essere parte attiva per impedire soluzioni industriali inadeguate o la pura cessione dello stabilimento senza mettere valore aggiunto in termini produttivi ed occupazionali.

Il 29 gennaio 2012 Nerino Grassi rispondeva alle perplessità sulla delocalizzazione in Serbia attraverso la redazione de La Gazzetta di Mantova:

Lo scenario già complesso, caratterizzato da una forte spinta al ribasso dei prezzi al consumo e, nei mercati meno legati al valore di marca, dalla progressiva erosione di quote di mercato da parte dei produttori del Far East, si è ulteriormente deteriorato con la crisi finanziaria internazionale che si protrae dal 2008, e che ha visto ridurre i consumi in tutti i comparti. Questa situazione ha accentuato ulteriormente una condizione di sovracapacità produttiva, il cui protrarsi nel tempo ci ha alla fine portato alle decisioni che riguardano lo stabilimento di Faenza.

Nerino Grassi – Gazzetta di Modena

Non siamo brutti e cattivi, crede che sia stato facile per noi prendere decisioni come questa? L’azienda ha sinora affrontato la questione confrontandosi con i sindacati e l’autorità di Governo, e ne sono prova tutti gli accordi sottoscritti dalle parti: azienda, lavoratori rappresentati dai sindacati e Ministeri. Gli accordi passati dimostrano che tutte le parti hanno riconosciuto le evidenti ragioni che imponevano la cessazione dell’attività produttiva, per cui questa non è frutto di decisione o di volontà lesiva dei diritti dei lavoratori, ma è imposta dalla congiuntura economica ed è condizione irrinunciabile, ripeto irrinunciabile, per la sopravvivenza competitiva del gruppo.

Il malcontento aveva dato voce a diverse campagne web di boicottaggio, tra cui quella promossa dal nostro viralizzatore, decisamente ignaro del proprio anacronismo.

Nel gennaio 2012 arrivò la svolta: il gruppo ATL, società produttrice di divani, aveva annunciato di voler acquistare lo stabilimento OMSA di Faenza e di voler assumere, nell’occasione, almeno 120 operaie del gruppo Golden Lady:

All’incontro erano presenti una trentina di persone tra cui il presidente della Regione Vasco Errani, l’assessore regionale alle attività produttive Gian Carlo Muzzarelli, il rappresentante del ministero dello sviluppo economico Giampiero Castano, il presidente della Provincia di Ravenna Claudio Casadio, il sindaco del Comune di Faenza Giovanni Malpezzi, il presidente di Atl Group Spa Franco Tartagni e l’ad Luciano Garoia, la Golden Lady rappresentata da Federico Destro, l’ingegnere Marco Sogaro dell’advisor Wollo, i sindacali locali, regionali e nazionali di categoria ed i rappresentanti dei lavoratori.

Con un trasloco previsto nell’estate, il gruppo ATL aggiunse di intendere aprire un punto vendita all’interno dello stabilimento e assumere, così, altri 15 lavoratori. Il piano – presentato il 14 maggio 2012 – interessava un investimento di 20 milioni dei quali il 70% era fornito da 4 banche (Banca di Romagna, Credito cooperativo ravennate imolese, Popolare di Ravenna e CariForlì del gruppo Intesa).

Ovviamente, in quel contesto, altri posti di lavoro attendevano di essere reintegrati.

Nell’ottobre 2013, leggiamo sul Resto del Carlino, le assunzioni erano salite da 120 a 145 con contratti a tempo indeterminato. Per le restanti operaie in attesa di una ricollocazione, però, la speranza si spense il 31 marzo 2014. Erano state “promesse” per un outlet, Le Perle, che però si rivelò essere una cattedrale nel deserto.

La storia, dunque, è ben più complessa e decisamente più datata rispetto alla data di pubblicazione di un post il cui autore ignora totalmente l’intera vicenda dell’odissea delle ex-operaie OMSA. Pubblicarlo oggi è una strategia acchiappalike che non offre fonti di riferimento (leggi la nostra guida utile) e che richiede le giuste precisazioni.

Inutile chiedere di boicottare OMSA, insomma, se la protesta si era già consumata circa sei anni fa e se le cose, oltremodo, sono cambiate nel tempo.

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PRECISAZIONI E ACCHIAPPALIKE Questa è la parodia dell’allegro aborto fatta l’8 marzo davanti ad una Chiesa

Ci segnalano un post pubblicato il 10 marzo 2017 da un utente Facebook:

Poi dice che i femminicidi sono in aumento. Questa è una parodia dell’allegro aborto fatta l’8 marzo davanti ad una Chiesa, con la “madre” travestita da Madonna…. che sorride compiaciuta di questa oscenità.
Tra esibizioni di patate e questi spettacolini non si è registrata nessuna presa di distanza delle donne delle istituzioni (a cominciare dalla Boldrini). Ma se lì avessero fatto un saluto romano, la notizia sarebbe stata data in apertura di ogni TG e l’ANPI avrebbe già protestato e riprotestato….

Il post, in rete ormai da un anno, è ritornato a far condivisioni presumibilmente grazie allo strumento “Accadde Oggi“. Ciò che la didascalia riporta ha del vero – le donne immortalate inscenavano realmente l’aborto di Maria – ma citare Laura Boldrini, ANPI, TG e far riferimenti al saluto romano è oltremodo eccessivo, specie se tralasciamo l’orrendo incipit che quasi dà credito al femminicidio.

Come riporta Gospel Prime in un articolo, si tratta di un gruppo di femministe appartenenti al collettivo Socorro Rosa Tucuman. In quell’occasione partecipavano a una protesta contro l’8 marzo e avevano inscenato l’aborto di Maria di fronte alla Cattedrale di Tucuman. Sulla loro pagina Facebook spiegavano:

La Vergine interrompe il patriarcato cattolico, l’eterosessualità obbligatoria e i dettami della società repressiva

Come scrive Claire Chretien su Life Site News il 13 marzo 2017, il post originale è stato rimosso.

L’iniziativa era stata condannata dall’Arcivescovo di Tucuman Alfredo Zecca Horacio.

Inutile, dunque, parlare di Boldrini e ANPI se l’episodio si è verificato in Argentina. Parliamo di precisazioni, infatti, per ricordare che si tratta di una vicenda del 2017 e non verificatasi in Italia. Soprattutto, non fornire maggiori dettagli in un post che esordisce con “Poi si dice che i femminicidi sono in aumento” fa del contenuto una strategia acchiappalike.

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