ANALISI IN CORSO Attimi di follia nel napoletano, immigrato sfascia 7 auto e viene pestato

I nostri lettori ci segnalano un articolo pubblicato il 12 luglio 2018 su Il Meridiano News, che riporta un caso avvenuto ad Acerra, dove un immigrato ha sfasciato 7 auto:

Attimi di follia nel napoletano, immigrato sfascia 7 auto e viene pestato

Presumibilmente l’uomo è stato accompagnato in ospedale per ricevere le cure mediche

ACERRA – Attimi di pura follia quelli che si sono vissuti nella serata di ieri ad Acerra, dove un immigrato, forse sotto effetti di stupefacenti, ha sfasciato ben sette auto, due delle quali in sosta e le altre cinque mentre transitavano in zona con a bordo anche bambini.

Fermato dai residenti, l’immigrato è stato bloccato e pestato violentemente. Immediatamente dopo è stata chiamata la Polizia. Sul posto sono arrivati gli agenti che hanno ritrovato l’uomo a terra, dolorante e sembrava dicesse cose senza senso. Presumibilmente l’uomo è stato accompagnato in ospedale per ricevere le cure mediche.

Dal video si possono notare le auto sfasciate e la rabbia dei residenti della zona che oramai sono esausti di subire continue aggressioni.

Purtroppo non viene incorporato alcun video, ma troviamo un brevissimo filmato – di appena 5 secondi – sulla pagina Facebook La Rampa:

Il video mostra l’uomo riverso sull’asfalto, con maglietta alzata e calzoni leggermente calati, che solleva le braccia e dice “Fa male a tutti!”, circondato da alcune persone e dagli agenti. Un articolo pubblicato su La Rampa riporta più dettagli:

“Stasera mentre ero a casa di amici, abbiamo sentito diversi rumori simili a quelli di vetri sfondati. Affacciatosi dal balcone, abbiamo visto come un immigrato sfondava con una mazza di legno i parabrezza delle auto”. E’ la testimonianza di una persona che ha assistito la violenta scena accaduta questa sera in Via Giovanni Soriano ad Acerra, nel Napoletano.

L’extracomunitario, in balia di alcol, ha distrutto anche diversi finestrini della auto parcheggiate. Non contento e non cosciente si è catapultato anche sulle auto che transitavano in quel momento. Sul posto sono giunti Polizia e Carabinieri.

Una delle auto vandalizzate / La Rampa

Riepilogando, un immigrato, ad Acerra, durante la serata dell’11 luglio, ha cominciato a vandalizzare alcune auto: due in sosta ed altre cinque in transito, in Via Giovanni Soriano. L’uomo faceva uso di una mazza di legno, e all’interno delle auto in transito c’erano anche dei bambini. La RampaIl Meridiano News, rispettivamente, parlano di effetti dell’alcol e di sostanze stupefacenti, e specie in quest’ultimo caso non viene data certezza. In seguito, l’uomo è stato fermato e – solo secondo Il Meridiano News – pestato dai residenti poco prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.

Per testimoniare la vicenda sono state pubblicate alcune foto di auto danneggiate e un brevissimo video in cui viene mostrato l’uomo riverso sull’asfalto. Per il momento abbiamo solamente queste fonti, ma nessun altro riscontro. Dobbiamo considerare, quindi, questa analisi ancora in corso, nell’attesa di ulteriori aggiornamenti da parte delle testate locali e nazionali.

Sulla vicenda dell’immigrato sorpreso a danneggiare 7 auto ad Acerra saremo lieti di aggiornarvi in un prossimo articolo.

 

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ANALISI IN CORSO Un uomo picchia violentemente un bambino con calci e bastone (Video)

I nostri lettori ci segnalano un video violento e disturbante che mostra le immagini di un uomo che picchia violentemente un bambino facendo uso di calci e di un bastone.

Per ovvie ragioni non incorporeremo il video segnalato. Il filmato è stato postato il 30 giugno dalla pagina Facebook Zgoomklzlhoa con la didascalia «Vi prego, condividete questo video e fate in modo che la Polizia lo veda e farmi questo criminale». La violenza brutale dell’uomo ha scatenato i commenti da ogni parte del mondo. Il bambino vittima della violenza piange e grida terrorizzato.

Trovare informazioni sui motori di ricerca si rivela complicato, per questo parliamo di analisi in corso. Le fonti provengono dalla Cina, in particolare dal social network Weibo (il 30 giugno) ma anche da alcune conversazioni di WeChat (9 luglio):

Il video in circolazione su WeChat / Xuehua

Il 1° luglio il sito Sohu.com ha pubblicato una piccola indagine citando come fonte l’Ufficio di Pubblica Sicurezza della città di Ma’anshan, che ha dichiarato che il video virale è arrivato tramite la piattaforma WeChat. La Polizia di Netan, un distaccamento di Ma’anshan, il 28 giugno ha dichiarato che le immagini provengono dalla contea di Muyang e che l’uomo è il padre del bambino.

Sohu.com riporta che il bambino si stava per arrampicare su un palo dell’alta tensione e che il padre, per redarguirlo e spaventarlo, gli ha inflitto la violenta punizione.

La polizia di Changsha, poco dopo, ha invitato gli utenti a non condividere il video soprattutto perché, in circolazione, esistono varie versioni sul luogo di provenienza. Gli utenti, intanto, continuano a far girare il video e a sostenere che l’uomo sia il padre adottivo del bambino.

Il 2 luglio jfdailycom ha aggiunto elementi all’indagine. Secondo la Polizia di Jiangsu, il bambino ha 6 anni e il padre è biologico. Ancora, jfdaily.com riporta che il 27 giugno la polizia di Xianyang ha dichiarato che le riprese sono avvenute nel villaggio di Bujia Xifeng, ma non è possibile confermare. Le voci circa la natura del video, le riprese, il luogo e i protagonisti si rincorrono ma non emerge la realtà dei fatti.

Siamo dunque in Cina e le fonti convengono nel fatto che il brutale atteggiamento dell’uomo sia una punizione messa in atto per aver visto il bambino tentare di arrampicarsi su un palo dell’alta tensione.

Di fatto, però, non esistono ancora riscontri sulle fonti autorevoli (i siti citati non contengono collegamenti ipertestuali) e, per il momento, le immagini non trovano spiegazioni.

Saremo lieti di aggiornarvi in un prossimo articolo.

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ANALISI IN CORSO Immigrazione, il nigeriano a cui viene concesso asilo dopo l’arresto perché è un petomane

In un articolo pubblicato su Libero Quotidiano l’8 luglio 2018, il noto giornalista Giuseppe Cruciani pone l’attenzione sul caso di un nigeriano al quale è stato concesso l’asilo per via dei suoi problemi di flatulenza e meteorismo, dopo il suo arresto.

Dopo una dura invettiva contro Magliette Rosse, Cruciani scrive:

Dove lo trovi un posto così umano? Pensate che per ottenere protezione umanitaria basta esibire un certificato medico, e succedono cose clamorose.

Sul Giornale di Vicenza, tanto per fare un esempio, raccontano la storia di un nigeriano arrestato mentre cercava di sfuggire alle forze dell’ordine. Essendosi ferito, gli agenti si sono preoccupati per un contagio avendo l’uomo un permesso di soggiorno per motivi di salute. Ma una volta tirate fuori le carte si è scoperto il problema del migrante: ha ottenuto accoglienza in Italia perché soffre di meteorismo e flatulenza. Scritto nero su bianco e controfirmato dalle apposite commissioni. Avete capito bene: abbiamo concesso a un delinquente un permesso di stare in Italia perché ha raccontato di avere problemi al deretano.

Altro che emorragia di umanità, qui accogliamo a braccia aperte pure quelli che ci scoreggiano in faccia.

La sua opinione è stata espressa anche nel corso della trasmissione radiofonica da lui condotta su Radio24La Zanzara, il 6 luglio:

La voce del Trentino, riprendendo le parole di Cruciani, ha postato una foto dell’articolo pubblicato sull’edizione cartacea de Il Giornale di Vicenza:

 

Certificati medici per ottenere la protezione umanitaria. Vi ricorrono diversi richiedenti asilo, dato che il diritto alla salute viene considerato un diritto umano fondamentale e spesso, nei Paesi di provenienza, assistenza e cure mediche non sono dello stesso livello che in Italia. Ma non sempre le commissioni per il riconoscimento per la protezione internazionale sono in grado di approfondire le questioni sanitarie e così accadono episodi quantomeno singolari.

Il caso del nigeriano E. A. è emblematico. Di recente è stato arrestato nel Vicentino e si è ferito mentre cercava di sfuggire alle forze dell’ordine; essendo beneficiario di protezione umanitaria per motivi di salute, in attesa di ulteriori accertamenti diagnostici, gli agenti che lo hanno rincorso si sono preoccupati di un possibile contagio. Ma la “diagnosi” del profugo li ha tranquillizzati: E. A. infatti soffre di meteorismo e flatulenza, come attesta il certificato presentato alla commissione grazie al quale ha ottenuto la protezione umanitaria, per potersi sottoporre agli approfondimenti clinici del caso.

Il titolo dell’articolo è Malattie imbarazzanti valgono l’asilo politico, postato sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni nella giornata di ieri, 8 luglio:

Nonostante quanto scritto da La voce del Trentino, la notizia non compare su tutte le principali testate nazionali, e anche la pagina Imola Oggi riprende la stessa foto del Giornale di Vicenza, assieme ad altre pagine politicamente schierate a destra.

Per quanto concerne il permesso per motivi umanitari e la differenza dallo status di rifugiato vi rimandiamo a questo documento del Comune di Torino e a questo articolo de Il Sole 24 Ore:

La protezione umanitaria è una forma residuale di protezione per quanti, in base all’esame della commissione territoriale competente alla quale il migrante ha presentato domanda di asilo politico, non hanno diritto a una forma di protezione internazionale (status di rifugiato o protezione sussidiaria) ma si ritiene abbiano comunque diritto a una forma di tutela. Il permesso di soggiorno per motivi umanitari viene rilasciato dal questore a seguito di raccomandazione della Commissione territoriale qualora ricorrano “seri motivi” di carattere umanitario come ad esempio motivi di salute o di età, oppure vittime di situazioni di grave instabilità politica, di episodi di violenza o di insufficiente rispetto dei diritti umani, vittime di carestie o disastri ambientali o naturali. Ha una durata di 2 anni, è rinnovabile, e può essere convertito in permesso di soggiorno per lavoro. Si tratta di un titolo di soggiorno previsto dall’ordinamento giuridico italiano che dunque non ha un proprio esplicito fondamento nell’obbligo di adeguamento a norme internazionali o dell’Unione europea.

Sul caso del nigeriano E. A., per il momento non esistono approfondimenti né aggiornamento alcuno. Caso singolare, senza dubbio, ma sul quale non esistono altri riscontri, momentaneamente. L’unica fonte, ripresa da Giuseppe Cruciani, Giorgia Meloni La voce del Trentino è l’articolo cartaceo pubblicato sul Giornale di Vicenza.

Vi rimandiamo a un prossimo articolo per riportarvi i necessari aggiornamenti.

 

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ANALISI IN CORSO Immigrazione, il nigeriano a cui viene concesso asilo dopo l’arresto perché è un petomane

In un articolo pubblicato su Libero Quotidiano l’8 luglio 2018, il noto giornalista Giuseppe Cruciani pone l’attenzione sul caso di un nigeriano al quale è stato concesso l’asilo per via dei suoi problemi di flatulenza e meteorismo, dopo il suo arresto.

Dopo una dura invettiva contro Magliette Rosse, Cruciani scrive:

Dove lo trovi un posto così umano? Pensate che per ottenere protezione umanitaria basta esibire un certificato medico, e succedono cose clamorose.

Sul Giornale di Vicenza, tanto per fare un esempio, raccontano la storia di un nigeriano arrestato mentre cercava di sfuggire alle forze dell’ordine. Essendosi ferito, gli agenti si sono preoccupati per un contagio avendo l’uomo un permesso di soggiorno per motivi di salute. Ma una volta tirate fuori le carte si è scoperto il problema del migrante: ha ottenuto accoglienza in Italia perché soffre di meteorismo e flatulenza. Scritto nero su bianco e controfirmato dalle apposite commissioni. Avete capito bene: abbiamo concesso a un delinquente un permesso di stare in Italia perché ha raccontato di avere problemi al deretano.

Altro che emorragia di umanità, qui accogliamo a braccia aperte pure quelli che ci scoreggiano in faccia.

La sua opinione è stata espressa anche nel corso della trasmissione radiofonica da lui condotta su Radio24La Zanzara, il 6 luglio:

La voce del Trentino, riprendendo le parole di Cruciani, ha postato una foto dell’articolo pubblicato sull’edizione cartacea de Il Giornale di Vicenza:

 

Certificati medici per ottenere la protezione umanitaria. Vi ricorrono diversi richiedenti asilo, dato che il diritto alla salute viene considerato un diritto umano fondamentale e spesso, nei Paesi di provenienza, assistenza e cure mediche non sono dello stesso livello che in Italia. Ma non sempre le commissioni per il riconoscimento per la protezione internazionale sono in grado di approfondire le questioni sanitarie e così accadono episodi quantomeno singolari.

Il caso del nigeriano E. A. è emblematico. Di recente è stato arrestato nel Vicentino e si è ferito mentre cercava di sfuggire alle forze dell’ordine; essendo beneficiario di protezione umanitaria per motivi di salute, in attesa di ulteriori accertamenti diagnostici, gli agenti che lo hanno rincorso si sono preoccupati di un possibile contagio. Ma la “diagnosi” del profugo li ha tranquillizzati: E. A. infatti soffre di meteorismo e flatulenza, come attesta il certificato presentato alla commissione grazie al quale ha ottenuto la protezione umanitaria, per potersi sottoporre agli approfondimenti clinici del caso.

Il titolo dell’articolo è Malattie imbarazzanti valgono l’asilo politico, postato sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni nella giornata di ieri, 8 luglio:

Nonostante quanto scritto da La voce del Trentino, la notizia non compare su tutte le principali testate nazionali, e anche la pagina Imola Oggi riprende la stessa foto del Giornale di Vicenza, assieme ad altre pagine politicamente schierate a destra.

Per quanto concerne il permesso per motivi umanitari e la differenza dallo status di rifugiato vi rimandiamo a questo documento del Comune di Torino e a questo articolo de Il Sole 24 Ore:

La protezione umanitaria è una forma residuale di protezione per quanti, in base all’esame della commissione territoriale competente alla quale il migrante ha presentato domanda di asilo politico, non hanno diritto a una forma di protezione internazionale (status di rifugiato o protezione sussidiaria) ma si ritiene abbiano comunque diritto a una forma di tutela. Il permesso di soggiorno per motivi umanitari viene rilasciato dal questore a seguito di raccomandazione della Commissione territoriale qualora ricorrano “seri motivi” di carattere umanitario come ad esempio motivi di salute o di età, oppure vittime di situazioni di grave instabilità politica, di episodi di violenza o di insufficiente rispetto dei diritti umani, vittime di carestie o disastri ambientali o naturali. Ha una durata di 2 anni, è rinnovabile, e può essere convertito in permesso di soggiorno per lavoro. Si tratta di un titolo di soggiorno previsto dall’ordinamento giuridico italiano che dunque non ha un proprio esplicito fondamento nell’obbligo di adeguamento a norme internazionali o dell’Unione europea.

Sul caso del nigeriano E. A., per il momento non esistono approfondimenti né aggiornamento alcuno. Caso singolare, senza dubbio, ma sul quale non esistono altri riscontri, momentaneamente. L’unica fonte, ripresa da Giuseppe Cruciani, Giorgia Meloni La voce del Trentino è l’articolo cartaceo pubblicato sul Giornale di Vicenza.

Vi rimandiamo a un prossimo articolo per riportarvi i necessari aggiornamenti.

 

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ANALISI IN CORSO Il sacerdote dà uno schiaffo al bambino perché piange durante il battesimo (Video)

Un video virale sta sconfinando oltre le bacheche dei più popolari social network, spostandosi anche tra le conversazioni private sulle principali app di messaggistica istantanea. Le immagini mostrano gli istanti di un battesimo durante il quale il bambino, accompagnato dai genitori, piange ininterrottamente. Il sacerdote, a un certo punto, gli dà uno schiaffo.

Il video è stato inizialmente condiviso da un profilo Facebook indicato anche dal Messaggero. Dopo avergli dato uno schiaffo, il sacerdote stringe il bimbo a sé, ma viene invitato a smettere dai presenti. Il padre del bimbo lo riprende con sé, nonostante una debole resistenza del prete. Si nota, per esempio, il mutamento repentino dell’approccio con l’infante: prima un sorriso, poi l’espressione contratta che tradisce un certo nervosismo.

La notizia è riportata dalle principali testate nazionali e internazionali. La francofonia dei protagonisti lascia dedurre che le immagini siano girate in Francia, ma TgCom24 parla, ad esempio, dei Caraibi. Ripartendo da questa località troviamo un articolo dell’agenzia russa RT, che riporta che il video è stato caricato inizialmente su un sito di notizie locali di Guadalupa e Martinica, territori francesi del Mar dei Caraibi.

Un fotogramma del film “Paura nella città dei morti viventi” di Lucio Fulci

Il sito si chiama People Bò Kay e riporta la notizia il 20 giugno. All’interno incorpora un video pubblicato lo stesso giorno dal canale YouTube L’Actu Choc, ma né video né articolo danno altre indicazioni sul luogo, sulla data e sul nome della chiesa.

Parliamo di analisi in corso, dunque, nell’attesa di venire a conoscenza di maggiori coordinate sulle immagini. Saremo lieti di aggiornarvi in un prossimo articolo.

Leggi l’aggiornamento del 21 giugno 2018, 23:41

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NOTIZIA VERA ANALISI IN CORSO Cannabis light, il Consiglio superiore di sanità: «No alla libera vendita» – bufale.net

Ci segnalano i nostri contatti la seguente notizia, targata Corriere della Sera

Il Consiglio superiore di sanità (Css) ha detto «no» alla vendita di cannabis light. In un parere richiesto a febbraio dal segretariato generale del ministero della Salute – come comunica il sito di «Quotidiano sanità» e conferma anche l’agenzia Adnkronos – l’organo consultivo sottolinea che «non può essere esclusa la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa» e quindi «raccomanda che siano attivate nell’interesse della salute individuale e pubblica misure atte a non consentire la libera vendita».

«La pericolosità non può essere esclusa»

Al Css sono stati posti due quesiti: se questi prodotti siano da considerarsi pericolosi per la salute umana, e se possano essere messi in commercio ed eventualmente a quali condizioni. Quindi, riguardo alla prima domanda, il Consiglio «ritiene che la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di ‘cannabis’ o ‘cannabis light’ o ‘cannabis leggera’, non può essere esclusa». «La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni (0,2%-0,6%, le percentuali consentite dalla legge, Ndr) – si legge nel parere del Css – non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine». E ancora, al Css “non appare in particolare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l’assunzione inconsapevolmente percepita come ‘sicura’ e ‘priva di effetti collaterali’ si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, guida in stato di alterazione)».

Ci rincresce molto per chi dovesse aver deciso che era un ottimo momento per aprire uno store dedicato alla vendita di Cannabis “light”, oppure per chi già sperava di poterne fare uso liberamente, ma la notizia è vera.

Ciò non significa, essendo il Consiglio Superiore di Sanità un organo di consulenza tecnico del Ministero e non un organo legislativo, che il parere si sia già tradotto in una norma, ma avvicina di molto uno scenario in cui il Ministero competente, ovvero il Ministero della Salute potrebbe attivarsi per ripristinare il divieto.

Partiamo infatti dalla norma, la Legge 242/16, il cui oggetto manifesto è

Art. 1

Finalita’

1. La presente legge reca norme per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa L.), quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversita’, nonche’ come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione.
2. La presente legge si applica alle coltivazioni di canapa delle varieta’ ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varieta’ delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui
al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309.
3. Il sostegno e la promozione riguardano la coltura della canapa finalizzata:
a) alla coltivazione e alla trasformazione;
b) all’incentivazione dell’impiego e del consumo finale di semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali;
c) allo sviluppo di filiere territoriali integrate che valorizzino i risultati della ricerca e perseguano l’integrazione locale e la reale sostenibilita’ economica e ambientale;
d) alla produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori;
e) alla realizzazione di opere di bioingegneria, bonifica dei terreni, attivita’ didattiche e di ricerca.

Con limite di elemento attivo negli alimenti demandato alla delega ministeriale, come da art 5.

Art. 5

Limiti di THC negli alimenti

1. Con decreto del Ministro della salute, da adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definiti i livelli massimi di residui di THC ammessi negli alimenti.

Sostanzialmente, siamo di fronte ad una norma in bianco, che demanda alcune parti alla decretazione o alla creazione di normative di attuazione.

Nonostante nell’interim ci sia attenuti ad un limite di principio attivo tra lo 0,2% e lo 0,6%, come da vigenti e previgenti normative, comunque nel febbraio del 2018 il previgente Ministero della Salute aveva investito il suo organo di consulenza dell’incarico di produrre uno studio.

E siccome le vicende scientifiche, come sapete, richiedono tempo, il parere è pervenuto non già sul tavolo di Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute sotto il precedente governo Gentiloni, ma sul tavolo dell’attuale Ministro della Salute del governo Conte, Giulia Grillo, comunque coi medesimi, inalterati, seguenti risultati

l’organo consultivo ritiene che: “La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni (sono di 0,2%-0,6%, le percentuali consentite dalla legge, ndr) non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine”.

Il Css sottolinea che degli effetti di tali sostanze su alcuni soggetti si sappia ancora troppo poco perché “non appare in particolare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l’assunzione inconsapevolmente percepita come ‘sicura’ e ‘priva di effetti collaterali’ si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, guida in stato di alterazione)”.

Quanto al secondo quesito posto dal segretariato generale del ministero della Salute, il Css ritiene che “tra le finalità della coltivazione della canapa industriale” previste dalla legge 242/2016 – quella che ha ‘aperto’ al commercio, oggi fiorente, della cannabis light – “non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico; pertanto la vendita dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di ‘cannabis’ o ‘cannabis light’ o ‘cannabis leggera’, in forza del parere espresso sulla loro pericolosità, qualunque ne sia il contenuto di Thc, pone certamente motivo di preoccupazione”.

La mente corre ai casi di Grow Shop, Smart Shop ed esercizi commerciali simili che vendono prodotti a base di THC, come è avvenuto a Macerata per presunte violazioni del limite ex lege

Limite che abbiamo visto essere comunque stato ritenuto inadatto dagli organi consulenti.

Il Sole 24 aggiunge il parere illustre del dottor Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano e farmacologo:

La quantità di principio attivo contenuta nella cosiddetta cannabis light «non è certo una dose omeopatica«, e può comunque causare danni alla salute soprattutto nei giovani. Lo afferma il farmacologo Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, commentando il parere del Consiglio superiore di sanità , di cui è membro, su questi prodotti. «Una concentrazione dello 0,2%, che può arrivare anche allo 0,6%, non è una dose omeopatica, può avere degli effetti sulle persone, non si può dire che sia innocua. Questo è valido soprattutto per i giovani, il cui cervello è ancora in formazione ed è quindi ancora più sensibile a questo tipo di sostanza, e sono sempre di più gli studi scientifici che testimoniano i danni cognitivi proprio sugli adolescenti. In assenza di ricerche che ci dicano che questa concentrazione non ha effetti, che al momento non ci sono, ritengo che la vendita indiscriminata sia da evitare».
Anche se si dovesse dimostrare che la cannabis light non è dannosa, prosegue l’esperto, ci sono altri effetti di cui tenere conto. «Sappiamo che le droghe leggere sono una ‘porta’ che favorisce poi il passaggio a quelle più pesanti – afferma Garattini – bisogna tenerne conto se si permette la vendita libera, anche se di una versione ‘light’».

Cosa comporta questo? Al momento niente, dato che manca ancora il parere dell’Avvocatura Generale di Stato, anche essa interpellata all’epoca per aiutare il Ministero a decidere sul punto di vista legislativo ed attuativo.

Ma significa che adesso è tutto in flusso, e sempre il Sole 24 ci riporta le dichiarazioni del Ministero

«Seguo con grande attenzione la questione della commercializzazione della cosiddetta cannabis light. Il precedente ministro della Salute il 19 febbraio scorso ha chiesto un parere interno al Consiglio superiore di sanità sulla eventuale pericolosità per la salute di questa sostanza. Il Consiglio si è espresso il 10 aprile scorso e il ministro ha investito della questione l’Avvocatura generale dello Stato per un parere anche sulla base degli elementi da raccogliere dalle altre amministrazioni competenti (Presidenza del Consiglio e Ministeri dell’Interno, Economia, Sviluppo economico, Agricoltura, Infrastrutture e trasporti). Non appena riceverò tali indicazioni assumerò le decisioni necessarie, d’intesa con gli altri ministri». Questo il contenuto della nota del ministro della Salute Giulia Grillo.

Quali saranno queste determinazioni, e dato il numero di soggetti da interpellare quante saranno non ci è dato saperlo.

Possiamo solo tenere d’occhio la vicenda, ritenendo, in base agli elementi che abbiamo, lo scenario più probabile attestarsi presso un divieto o una riduzione del consumo di simili sostanze.

Resteremo comunque in attesa per possibili sorprese.

 

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ANALISI IN CORSO Alimenti donati agli immigrati dal valore di €30 gettati per strada. Schiaffo agli italiani

Un articolo pubblicato il 29 aprile 2018 su Tg Quotidiano riporta che nel comune di Ala, in Trentino Alto Adige, una famiglia di immigrati avrebbe abbandonato per strada un pacco di alimenti che la Caritas aveva donato:

La foto è apparsa sulla pagina di «Sei di Ala se» e ha aperto molte polemiche.

La scatola piena di alimenti a quanto pare è stata abbandonata in via nuova di fronte alla farmacia Franzelin, da una famiglia straniera residente ad Ala.

Il nome della famiglia è riportato sulla scatola, quindi il capofamiglia non avrebbe avuto neppure l’acume di cancellare le tracce del palese spreco.

Nella scatola si possono notare tortellini, hamburger, insalata, una scatola di Trofie e altre prelibatezze, almeno secondo noi Italiani.

Pare invece che i destinatari del pacco non la pensino così.

Non è nemmeno possibile che la scatola sia stata persa dal furgone che consegna i pacchi della Caritas, infatti se così fosse non sarebbe aperta. (visto che sono chiuse ermeticamente)

È possibile quantificare in circa 30 euro il costo degli alimenti che sembra siano stati recapitati direttamente alla famiglia dalla Caritas. 

Dopo pochi minuti dalla pubblicazione della foto con tanto di spiegazione sui social è cominciato l’inferno.

Decine i post di critica per il deprecabile gesto di questa famiglia. «Scandaloso, pensando a chi non arriva alla fine del mese, Vergogna!» – questo uno dei tanti messaggi che li riassume un pochino tutti.

«Fin che le cose non si guadagnano con il sudore della fronte , non si apprezzano» – scrive invece un’ altro utente.- «Spero che una volta segnalato il nome non gli venga più consegnato alcun pacco!»  – gli fa eco un’altro utente.

«Sta gente ci prende pure in giro noi paghiamo anche per aiutarli e loro come ci ripagano? buttano il cibo, è una vergogna mandarglielo» – replica un’altra, ed infine, «i nostri o per vergogna e dignità, non chiedono, e se lo chiedono, magari glielo rifiutano l ‘accesso ai pacchi alimentari» – recita un’altro utente sconsolato

La pagina che riporta la notizia di Tg Quotidiano è corredata dal tasto Fact-Check accompagnato dalla scritta Verifica la notizia, non è una bufala! Al nostro click si apre un articolo de La voce del Trentino, che riporta le stesse parole. Troviamo riscontro – un copia-incolla – anche su GeosNews. Perché parliamo di Analisi in corso?

All’attenzione del lettore riportiamo alcuni passaggi che ci convincono a restare cauti:

La foto è apparsa sulla pagina di «Sei di Ala se» e ha aperto molte polemiche.

La scatola piena di alimenti a quanto pare è stata abbandonata in via nuova di fronte alla farmacia Franzelin

Semplicemente:

  1. Gli autori dell’articolo hanno preso come riferimento un post pubblicato su un gruppo chiuso di Facebook;
  2. L’uso dell’espressione a quanto pare tradisce un’insicurezza dell’articolista, che non sembra aver verificato i fatti.

I riscontri su La voce del TrentinoGeos News non confermano né smentiscono la notizia, bensì riportano semplicemente il copia-incolla. Non è sufficiente, dunque, un post pubblicato su Facebook per essere considerato come fonte. Parliamo di Analisi in corso, quindi, nell’attesa di aggiornarvi in un prossimo articolo alla presenza di nuovi elementi.

Nel frattempo non è possibile trovare riscontro su altre fonti. Per ora abbiamo soltanto un’immagine rimbalzata su tre siti che fanno copia-incolla tra loro.

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ANALISI IN CORSO Enzo Biagi: “Mussolini è stato un gigante”

I nostri contatti ci segnalano un’affermazione attribuita a Enzo Biagi su Benito Mussolini:

Mussolini è stato un gigante; considero la sua carriera politica un capolavoro, se non si fosse avventurato nella guerra al fianco di Hitler, sarebbe morto osannato nel suo letto. Il popolo italiano era soddisfatto di essere governato da lui: un consenso sincero.

Enzo Biagi, ricordiamo, è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano, scomparso nel 2007. Più fonti lo ricordano come un convinto antifascista, sentimento che egli maturò particolarmente quando il regime fascista fece sopprimere Il Picchio, una piccola rivista studentesca creata da Biagi ed altri compagni negli anni in cui il noto giornalista frequentava l’Istituto Tecnico “Pier Crescenzi”.

L’affermazione attribuitagli compare in più siti dedicati ad aforismi e citazioni celebri, ma si tratta per lo più di portali di dubbia affidabilità. La citazione, per esempio, non compare su WikiQuote. Tuttavia, su Liosite.com troviamo la stessa frase, con un piccolo riferimento bibliografico: in chiusura leggiamo Lui, Mussolini.

Lui, Mussolini nel giudizio di mille personaggi internazionali è un libro di Gian Carlo Zuccaro, pubblicato nel 1983. Il libro è disponibile anche su Google Books, ma non è possibile visionarne l’anteprima. Se ricerchiamo le parole “Enzo Biagi” all’interno della scheda su Google Books, ci vengono dati risultati frammentati. Facendo diversi tentativi con l’inserimento delle principali parole contenute nella frase da noi presa in analisi, invece, appare possibile ricostruire un’attribuzione a Enzo Biagi:



Trascriviamo:

Mussolini è stato un gigante; considero la sua carriera politica un capolavoro. Se non si fosse avventurato in guerra al fianco di Hitler, sarebbe morto osannato nel suo letto. E fino al 1938 Churchill ne lodava il senso di realismo e di lungimiranza… Gandhi si lamentava di non esserne all’altezza… Edison lo definì il più grande genio dell’era moderna; G. B. Shaw ne fece l’elogio, no? Era un dittatore ma con grandi qualità politiche, e il popolo italiano era soddisfatto, a torto o a ragione, di essere governato da lui: un consenso sincero.

Sono stato Balilla e non mi sentivo affatto infelice. Mussolini realizzò anche cose serie come Littoria; vennero dall’estero a visitarla.

Enzo Biagi, 1982

Come fanno notare in una discussione, il libro non riporta fonti editoriali né documentali, ma la ricerca Internet non consente di rintracciare l’intera pagina che interessa la nostra analisi. Presumiamo, dunque, che all’interno del volume di Gian Carlo Zuccaro non vi siano riferimenti bibliografici che aiutino il lettore a individuare in quale circostanza Enzo Biagi – e gli altri personaggi citati – abbia pronunciato quelle parole.

Consideriamo la nostra analisi ancora in corso, dunque, con una richiesta: se qualche lettore dispone del libro di Zuccaro e vuole fornirci la pagina in cui è contenuta l’attribuzione a Biagi, e qualsiasi altro dettaglio che sappia smentire o confermare la sua affermazione, ci scriva in privato sulla nostra pagina.

Lo ringrazieremo pubblicamente per il contributo.

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ANALISI IN CORSO I rom adesso rubano pure i cani. In Italia un rapimento ogni 15 minuti

Ci segnalano un articolo pubblicato il 2 maggio 2018 sul quotidiano Il Giornale:

I dati resti noti da Aidaa (Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente) parlano chiaro: ogni 15 minuti viene rapito un cane in Italia. Come denunciato da Quinta colonna, si tratta infatti del nuovo business dei nomadi in quanto la maggior parte dei furti sarebbe riconducibile a bande di rom organizzate. A parlare del fenomeno è stato anche Libero che spiega come i cani vengano direttamente prelevati dalle nostre case o dai giardini per poi scomparire nel nulla. Ma non solo: gli animali vengono direttamente rubati dalle mani del proprietario che gira con il guinzaglio. Un vero e proprio “scippo” del cane. Ma poi che fine fanno i nostri cani? Sempre secondo il quotidiano spesso si tratta di furti su commissione. Attraverso delle organizzazioni criminali i cani vengono poi smistati in “allevamenti lagher” nei paesi dell’Est mentre altri vengono venduti al Nord. A volte, però, il loro destino potrebbe essere più crudele: i cani rischiano infatti la vivisezione clandenstina oppure vengono trasformati in veri e propri corrieri della droga. In totale si tratterebbe di un business da 5-7 milioni l’anno.

L’articolo si apre con un riferimento all’Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente (AIDAA), di cui ci siamo occupati a più riprese (consulta il nostro archivio). Proprio l’AIDAA, dunque, avrebbe reso nota questa notizia. Nel profilo del suo fondatore, infatti, troviamo un video in cui viene esposto questo problema:

La stessa dichiarazione è ripresa da The World News e, come sostiene Il Giornale, fa capo a un servizio andato in onda durante una puntata della trasmissione Quinta Colonna del 24 marzo 2017. I dati erano raccolti in base alle segnalazioni ricevute dalle guardie zoofile e si parlava proprio di un nuovo business delle comunità rom. Si tratta, dunque, di informazioni che arrivano direttamente da chi opera sul campo, ma non sono riportate le basi sulle quali AIDAA – nella persona del suo fondatore – ritiene che in Italia si compia un furto di animali ogni 15 minuti (o 3 ogni ora) da parte di zingari.

L’Associazione ha pubblicato un comunicato il 20 aprile:

Roma (20 Aprile 2018) – Non passa ora che tre cani vengono rubati o rapiti, in particolare cani di piccola taglia, questi i dati relativi al 2017 raccolti attraverso gli appelli sui social e gli articoli sui giornali. Ogni giorno sono circa 70 i cani rapiti, che moltiplicati per il totale dei giorni dell’anno fa oltre 25.000 cani che scompaiono ogni anno nel nulla. Di questi meno di 2.0000 (?) sono stati quelli ritrovati lo scorso anno e che quindi sono stati riportati a casa, mentre degli altri si è persa traccia. Dalle segnalazioni e dalle denunce elaborate come al solito i cani maggiormente preda dei ladri sono quelli costosi e di piccola taglia, in particolare Maltesi, Chihuahua, Pinscher, ma anche Bull inglesi e francesi. Molti di questi scompaiono direttamente durante i furti in casa o in appartamento, e non sempre purtroppo vengono poi denunciate per tempo i furti e questo da ai ladri un vantaggio non indifferente. Dove sono destinati questi cani? Molti alla riproduzione, rubati in Italia, prevalentemente da zingari gli stessi vengono poi “esportati” verso i paesi dell’est Europa dove vengono poi usati negli allevamenti i maschi come riproduttori e le femmine come fattrici, per quanto riguarda invece i cani sterlizzati o piu anziani questi vengono spesso rivenduti anche nei paesi del nord Europa dove i costi per un cane di razza è proibitivo mentre questi cani immessi nel circuito dei canili o dei negozi specializzati (spesso ignari della loro stessa provenienza) sono rivenduti a prezzi mediamente dimezzati rispetto a quelli di mercato. “La situazione dei cani rubati è spesso sottovalutata- ci dice Lorenzo Croce presidente di AIDAA- noi chiediamo maggiori controlli a partire dall’obbligo di lettura del microchip da parte dei veterinari sempre fatto questo che potrebbe aiutare a ritrovare i cani rubati almeno in parte ed inoltre chiediamo maggiori controlli sui trasferimenti a livello di anagrafe canina almeno per le razze che sappiamo essere maggiormente oggetto di questi furti”. Il giro economico dei furti di cani in Italia si aggira ogni anno dai 5 ai 7 milioni di euro.

I dati sarebbero dunque stati raccolti nel 2017 attraverso appelli sui social e sugli articoli di giornale. L’articolo riporta con certezza le modalità e la provenienza dei rapitori, ma non si trovano altre fonti presso le quali sia possibile verificare i contenuti. Altrettanto troviamo sul sito Dogsitter, che rimanda in ogni caso al comunicato dell’AIDAA. Ancora, l’Associazione aveva parlato di zingari anche in occasione di rapimenti di animali tra Roma e Fregene nel 2015. Nel 2016 una catena su Facebook indicava i Rom come potenziali rapitori di animali nella Capitale.

Restiamo in attesa, ora, di maggiori informazioni circa le statistiche presentate da AIDAA, nella promessa di aggiornavi in un prossimo articolo.

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ANALISI IN CORSO Il video del cecchino israeliano, le versioni contrastanti

Una notizia pubblicata in questi giorni dai principali media d’informazione italiani ha sollevato un importante dibattito tra gli utenti della rete. Si tratta di un video in cui si vedono alcuni uomini al centro di un obiettivo, uno dei quali cade a terra dopo essere stato colpito. Le testate italiane lo descrivono come il video di un cecchino israeliano che spara a un palestinese disarmato, con manifestazioni di giubilo da parte dei commilitoni.

Repubblica, ad esempio, lo riporta con il titolo “Gaza, cecchino israeliano spara a palestinese. I soldati esultano: “Wow, che video!””:

Nell’articolo scrive:

Un video amatoriale mostra un cecchino israeliano che spara a un palestinese disarmato nella Striscia di Gaza. Nel filmato, ripreso attraverso il mirino del fucile di precisione di un commilitone, si vede l’uomo avvicinarsi alla barriera che separa l’enclave dallo Stato ebraico. Poi il comandante dà l’ordine di aprire il fuoco e il cecchino aspetta per la presenza di un bambino. Infine spara il colpo e il palestinese, ferito alla gamba, si accascia a terra. Seguono le grida di giubilo dei soldati: “Wow, che video!”, “qualcuno è stato colpito in testa”, “un video leggendario”, “è volato in aria”. L’esercito ha confermato l’autenticità del video e ha aperto un’inchiesta precisando che il filmato risale al 22 dicembre.

Nel contempo, tutte le altre testate titolano:

Il 22 dicembre 2017, infatti, le truppe dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) si trovavano a fronteggiare un gruppo di manifestanti nei pressi del kibbutz di Kissufim, a pochi metri dalla Striscia di Gaza. Secondo il portavoce dell’IDF, la manifestazione dei palestinesi procedeva «con lanci di pietre, bastoni e tentativi di valicare il confine». A questo punto, gli uomini dell’IDF intimavano ai manifestanti di retrocedere.

Su Informazione Corretta leggiamo:

A quel punto, «dopo aver tentato di disperdere i rivoltosi, un colpo è stato tirato in direzione di un palestinese noto per essere il loro leader», spiega l’esercito israeliano. L’episodio non avrebbe ottenuto gli onori della cronaca se non fosse stato ripreso con una telecamera e successivamente diffuso sul web da un commilitone del tiratore scelto, suscitando furiose polemiche. Nel video si vede un uomo palestinese, oltre la barriera di separazione, che si accascia a terra in seguito a uno sparo, nell’esultanza dei militari: «L’hai filmato? Che video! Qualcuno è stato colpito alla testa», dicono alcune voci fuori-camera, aggiungendo: «Evvai! Figlio di…».

Si è espresso sulla vicenda anche il Ministro alla Difesa Avigdor Liberman, che ha lodato il militare che ha sparato il colpo ma condannato chi ha effettuato le riprese. Si legge, inoltre, che l’IDF ha confermato l’autenticità del video proprio alle 15 di oggi 11 aprile, ma che intende procedere contro l’autore delle riprese, perché risulta addirittura non appartenere alla squadra che eseguiva gli ordini nel giorno degli scontri.

Tuttavia, in Italia, si è sollevata una consistente risposta degli utenti alla letteratura dei media italiani di questi giorni. I nostri lettori ci hanno segnalato alcuni post.

Un utente scrive:

La storia del “video-shock” del “cecchino israeliano” è tutt’altra rispetto a quella raccontata dai media ieri e oggi. Quei soldati erano a difesa del kibbutz di Kissufim, adiacente al confine con Gaza. Lì non soltanto nel 2014 era già stato scoperto un tunnel di Hamas che entrava nei giardini degli israeliani. Lo scorso ottobre, pochi giorni prima dei fatti di quel video, 7 terroristi palestinesi erano stati uccisi da Israele in un tunnel che portava vicino a Kissufim. Si tratta di un’area che ha subito molti attentati e infiltrazioni terroristiche. Il giorno del video ci fu una sommossa palestinese violenta, durata almeno due ore, con lanci di sassi e tentativi di rompere e varcare la barriera di sicurezza. I soldati israeliani cercarono di disperdere gli scontri con richiami verbali, sparando in aria e usando mezzi antisommossa. Una sola singola pallottola venne sparata contro il palestinese del video arrivato a pochi metri dalla recinzione, uno dei capi della sommossa. Venne ferito a una gamba, contrariamente all’idea diffusa ieri e oggi dai media. L’impressione e la morale passata è invece quella di un colpo gratuito mortale e sadico. I soldati agirono invece secondo le regole di ingaggio. È il video a essere sbagliato. Ma non ho mai visto i giornali che ieri aprivano su questo filmato informare l’opinione pubblica sulle grida di gioia dei terroristi palestinesi dopo l’uccisione di israeliani, i dolci per strada, le vie di Ramallah intitolate agli stragisti e agli assassini di donne e bambini. Vergogna.

In risposta, ancora, troviamo:

Dopo un’accurata e veloce indagine la storia non è assolutamente come è stata raccontata dai giornali italiani:
1- Il video riprende gli ultimi istanti di una manifestazione violenta a Kissufim , posto del primo Tunnel dal quale uscirono dei terroristi e luogo molto caldo per le manifestazioni che tentano di abbattere il recinto di confine tra Gaza e i villaggi Israeliani che sono a poche centinaia di metri dalla parte opposta. Il video risale a 4 mesi fa e nulla ha a che vedere con ciò che accade nelle “Marce del Ritorno”;
2- Chi ha fatto il video di qualche secondo (ultimi istanti di una manifestazione iniziata ben due ore prima), è un soldato che non c’entra nulla con l’azione militare che ha portato allo sparo e le voci in video sono quelle di soldati di un’unità che così si esprimono: “che video che sei riuscito a riprendere!” ( tutti o quasi per queste espressioni hanno esecrato il video, anche il Ministro della Difesa);
3- Il palestinese colpito da un proiettile alla gamba, quindi ferito , era stato avvisato prima con altoparlanti e poi con uno sparo in aria di allontanarsi dal confine ma essendo il “leader” del gruppo di manifestanti ha continuato a portare in avanti il gruppo incurante degli avvertimenti;
4- Lo sparo che ha ferito il palestinese è stato tirato da un’unità preposta alla difesa del confine, parecchio lontana da chi invece ha fatto il video;
5- la manifestazione è cominciata ben due ore prima dell’epilogo che si vede nel video.

Esiste, dunque, un certo contrasto tra la versione riportata dai giornali italiani e le contestazioni degli utenti, che offrono una visione più dettagliata e approfondita dei fatti. Nell’attesa che le testate italiane forniscano nuove informazioni consideriamo la nostra analisi ancora in corso.

Saremo lieti di aggiornarvi in un prossimo articolo.

 

 

 

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