ANALISI IN CORSO I rom adesso rubano pure i cani. In Italia un rapimento ogni 15 minuti

Ci segnalano un articolo pubblicato il 2 maggio 2018 sul quotidiano Il Giornale:

I dati resti noti da Aidaa (Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente) parlano chiaro: ogni 15 minuti viene rapito un cane in Italia. Come denunciato da Quinta colonna, si tratta infatti del nuovo business dei nomadi in quanto la maggior parte dei furti sarebbe riconducibile a bande di rom organizzate. A parlare del fenomeno è stato anche Libero che spiega come i cani vengano direttamente prelevati dalle nostre case o dai giardini per poi scomparire nel nulla. Ma non solo: gli animali vengono direttamente rubati dalle mani del proprietario che gira con il guinzaglio. Un vero e proprio “scippo” del cane. Ma poi che fine fanno i nostri cani? Sempre secondo il quotidiano spesso si tratta di furti su commissione. Attraverso delle organizzazioni criminali i cani vengono poi smistati in “allevamenti lagher” nei paesi dell’Est mentre altri vengono venduti al Nord. A volte, però, il loro destino potrebbe essere più crudele: i cani rischiano infatti la vivisezione clandenstina oppure vengono trasformati in veri e propri corrieri della droga. In totale si tratterebbe di un business da 5-7 milioni l’anno.

L’articolo si apre con un riferimento all’Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente (AIDAA), di cui ci siamo occupati a più riprese (consulta il nostro archivio). Proprio l’AIDAA, dunque, avrebbe reso nota questa notizia. Nel profilo del suo fondatore, infatti, troviamo un video in cui viene esposto questo problema:

La stessa dichiarazione è ripresa da The World News e, come sostiene Il Giornale, fa capo a un servizio andato in onda durante una puntata della trasmissione Quinta Colonna del 24 marzo 2017. I dati erano raccolti in base alle segnalazioni ricevute dalle guardie zoofile e si parlava proprio di un nuovo business delle comunità rom. Si tratta, dunque, di informazioni che arrivano direttamente da chi opera sul campo, ma non sono riportate le basi sulle quali AIDAA – nella persona del suo fondatore – ritiene che in Italia si compia un furto di animali ogni 15 minuti (o 3 ogni ora) da parte di zingari.

L’Associazione ha pubblicato un comunicato il 20 aprile:

Roma (20 Aprile 2018) – Non passa ora che tre cani vengono rubati o rapiti, in particolare cani di piccola taglia, questi i dati relativi al 2017 raccolti attraverso gli appelli sui social e gli articoli sui giornali. Ogni giorno sono circa 70 i cani rapiti, che moltiplicati per il totale dei giorni dell’anno fa oltre 25.000 cani che scompaiono ogni anno nel nulla. Di questi meno di 2.0000 (?) sono stati quelli ritrovati lo scorso anno e che quindi sono stati riportati a casa, mentre degli altri si è persa traccia. Dalle segnalazioni e dalle denunce elaborate come al solito i cani maggiormente preda dei ladri sono quelli costosi e di piccola taglia, in particolare Maltesi, Chihuahua, Pinscher, ma anche Bull inglesi e francesi. Molti di questi scompaiono direttamente durante i furti in casa o in appartamento, e non sempre purtroppo vengono poi denunciate per tempo i furti e questo da ai ladri un vantaggio non indifferente. Dove sono destinati questi cani? Molti alla riproduzione, rubati in Italia, prevalentemente da zingari gli stessi vengono poi “esportati” verso i paesi dell’est Europa dove vengono poi usati negli allevamenti i maschi come riproduttori e le femmine come fattrici, per quanto riguarda invece i cani sterlizzati o piu anziani questi vengono spesso rivenduti anche nei paesi del nord Europa dove i costi per un cane di razza è proibitivo mentre questi cani immessi nel circuito dei canili o dei negozi specializzati (spesso ignari della loro stessa provenienza) sono rivenduti a prezzi mediamente dimezzati rispetto a quelli di mercato. “La situazione dei cani rubati è spesso sottovalutata- ci dice Lorenzo Croce presidente di AIDAA- noi chiediamo maggiori controlli a partire dall’obbligo di lettura del microchip da parte dei veterinari sempre fatto questo che potrebbe aiutare a ritrovare i cani rubati almeno in parte ed inoltre chiediamo maggiori controlli sui trasferimenti a livello di anagrafe canina almeno per le razze che sappiamo essere maggiormente oggetto di questi furti”. Il giro economico dei furti di cani in Italia si aggira ogni anno dai 5 ai 7 milioni di euro.

I dati sarebbero dunque stati raccolti nel 2017 attraverso appelli sui social e sugli articoli di giornale. L’articolo riporta con certezza le modalità e la provenienza dei rapitori, ma non si trovano altre fonti presso le quali sia possibile verificare i contenuti. Altrettanto troviamo sul sito Dogsitter, che rimanda in ogni caso al comunicato dell’AIDAA. Ancora, l’Associazione aveva parlato di zingari anche in occasione di rapimenti di animali tra Roma e Fregene nel 2015. Nel 2016 una catena su Facebook indicava i Rom come potenziali rapitori di animali nella Capitale.

Restiamo in attesa, ora, di maggiori informazioni circa le statistiche presentate da AIDAA, nella promessa di aggiornavi in un prossimo articolo.

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ANALISI IN CORSO Il video del cecchino israeliano, le versioni contrastanti

Una notizia pubblicata in questi giorni dai principali media d’informazione italiani ha sollevato un importante dibattito tra gli utenti della rete. Si tratta di un video in cui si vedono alcuni uomini al centro di un obiettivo, uno dei quali cade a terra dopo essere stato colpito. Le testate italiane lo descrivono come il video di un cecchino israeliano che spara a un palestinese disarmato, con manifestazioni di giubilo da parte dei commilitoni.

Repubblica, ad esempio, lo riporta con il titolo “Gaza, cecchino israeliano spara a palestinese. I soldati esultano: “Wow, che video!””:

Nell’articolo scrive:

Un video amatoriale mostra un cecchino israeliano che spara a un palestinese disarmato nella Striscia di Gaza. Nel filmato, ripreso attraverso il mirino del fucile di precisione di un commilitone, si vede l’uomo avvicinarsi alla barriera che separa l’enclave dallo Stato ebraico. Poi il comandante dà l’ordine di aprire il fuoco e il cecchino aspetta per la presenza di un bambino. Infine spara il colpo e il palestinese, ferito alla gamba, si accascia a terra. Seguono le grida di giubilo dei soldati: “Wow, che video!”, “qualcuno è stato colpito in testa”, “un video leggendario”, “è volato in aria”. L’esercito ha confermato l’autenticità del video e ha aperto un’inchiesta precisando che il filmato risale al 22 dicembre.

Nel contempo, tutte le altre testate titolano:

Il 22 dicembre 2017, infatti, le truppe dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) si trovavano a fronteggiare un gruppo di manifestanti nei pressi del kibbutz di Kissufim, a pochi metri dalla Striscia di Gaza. Secondo il portavoce dell’IDF, la manifestazione dei palestinesi procedeva «con lanci di pietre, bastoni e tentativi di valicare il confine». A questo punto, gli uomini dell’IDF intimavano ai manifestanti di retrocedere.

Su Informazione Corretta leggiamo:

A quel punto, «dopo aver tentato di disperdere i rivoltosi, un colpo è stato tirato in direzione di un palestinese noto per essere il loro leader», spiega l’esercito israeliano. L’episodio non avrebbe ottenuto gli onori della cronaca se non fosse stato ripreso con una telecamera e successivamente diffuso sul web da un commilitone del tiratore scelto, suscitando furiose polemiche. Nel video si vede un uomo palestinese, oltre la barriera di separazione, che si accascia a terra in seguito a uno sparo, nell’esultanza dei militari: «L’hai filmato? Che video! Qualcuno è stato colpito alla testa», dicono alcune voci fuori-camera, aggiungendo: «Evvai! Figlio di…».

Si è espresso sulla vicenda anche il Ministro alla Difesa Avigdor Liberman, che ha lodato il militare che ha sparato il colpo ma condannato chi ha effettuato le riprese. Si legge, inoltre, che l’IDF ha confermato l’autenticità del video proprio alle 15 di oggi 11 aprile, ma che intende procedere contro l’autore delle riprese, perché risulta addirittura non appartenere alla squadra che eseguiva gli ordini nel giorno degli scontri.

Tuttavia, in Italia, si è sollevata una consistente risposta degli utenti alla letteratura dei media italiani di questi giorni. I nostri lettori ci hanno segnalato alcuni post.

Un utente scrive:

La storia del “video-shock” del “cecchino israeliano” è tutt’altra rispetto a quella raccontata dai media ieri e oggi. Quei soldati erano a difesa del kibbutz di Kissufim, adiacente al confine con Gaza. Lì non soltanto nel 2014 era già stato scoperto un tunnel di Hamas che entrava nei giardini degli israeliani. Lo scorso ottobre, pochi giorni prima dei fatti di quel video, 7 terroristi palestinesi erano stati uccisi da Israele in un tunnel che portava vicino a Kissufim. Si tratta di un’area che ha subito molti attentati e infiltrazioni terroristiche. Il giorno del video ci fu una sommossa palestinese violenta, durata almeno due ore, con lanci di sassi e tentativi di rompere e varcare la barriera di sicurezza. I soldati israeliani cercarono di disperdere gli scontri con richiami verbali, sparando in aria e usando mezzi antisommossa. Una sola singola pallottola venne sparata contro il palestinese del video arrivato a pochi metri dalla recinzione, uno dei capi della sommossa. Venne ferito a una gamba, contrariamente all’idea diffusa ieri e oggi dai media. L’impressione e la morale passata è invece quella di un colpo gratuito mortale e sadico. I soldati agirono invece secondo le regole di ingaggio. È il video a essere sbagliato. Ma non ho mai visto i giornali che ieri aprivano su questo filmato informare l’opinione pubblica sulle grida di gioia dei terroristi palestinesi dopo l’uccisione di israeliani, i dolci per strada, le vie di Ramallah intitolate agli stragisti e agli assassini di donne e bambini. Vergogna.

In risposta, ancora, troviamo:

Dopo un’accurata e veloce indagine la storia non è assolutamente come è stata raccontata dai giornali italiani:
1- Il video riprende gli ultimi istanti di una manifestazione violenta a Kissufim , posto del primo Tunnel dal quale uscirono dei terroristi e luogo molto caldo per le manifestazioni che tentano di abbattere il recinto di confine tra Gaza e i villaggi Israeliani che sono a poche centinaia di metri dalla parte opposta. Il video risale a 4 mesi fa e nulla ha a che vedere con ciò che accade nelle “Marce del Ritorno”;
2- Chi ha fatto il video di qualche secondo (ultimi istanti di una manifestazione iniziata ben due ore prima), è un soldato che non c’entra nulla con l’azione militare che ha portato allo sparo e le voci in video sono quelle di soldati di un’unità che così si esprimono: “che video che sei riuscito a riprendere!” ( tutti o quasi per queste espressioni hanno esecrato il video, anche il Ministro della Difesa);
3- Il palestinese colpito da un proiettile alla gamba, quindi ferito , era stato avvisato prima con altoparlanti e poi con uno sparo in aria di allontanarsi dal confine ma essendo il “leader” del gruppo di manifestanti ha continuato a portare in avanti il gruppo incurante degli avvertimenti;
4- Lo sparo che ha ferito il palestinese è stato tirato da un’unità preposta alla difesa del confine, parecchio lontana da chi invece ha fatto il video;
5- la manifestazione è cominciata ben due ore prima dell’epilogo che si vede nel video.

Esiste, dunque, un certo contrasto tra la versione riportata dai giornali italiani e le contestazioni degli utenti, che offrono una visione più dettagliata e approfondita dei fatti. Nell’attesa che le testate italiane forniscano nuove informazioni consideriamo la nostra analisi ancora in corso.

Saremo lieti di aggiornarvi in un prossimo articolo.

 

 

 

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ANALISI IN CORSO ”Siamo senza carburante”, fermano gli altri automobilisti e poi li truffano

Ci segnalano un articolo pubblicato il 29 marzo 2018 sul quotidiano locale Il Dolomiti:

PONTE ARCHE. La polizia delle Giudicarie è intervenuta per allontanare una Ford Mondeo con targa bulgara. Dopo mesi di assenza, sono ritornati i truffatori di finto oro.

Il modus operandi degli uomini a bordo, con documenti rumeni, è un po’ sempre il medesimo.

Prima tentano di attirare l’attenzione dei veicoli dei passanti per segnalare un’emergenza e bloccare le vetture in transito, quindi accennano alla difficoltà di continuare il proprio viaggio per la mancanza di carburante

A quel punto gli uomini chiedono denaro in cambio di oggetti in finto oro e poi si concentrano sulla prossima ignara vittima. 

Oltre all’area di Ponte Arche, alcune segnalazioni arrivano dalla zona di Trento, in particolare all’altezza di Sardagna e del Bus de Vela

Purtroppo, queste sono tentativi di raggirare i cittadini si ripetono ciclicamente, come quella relativa all’asfalto, quando i truffatori individuano un cantiere stradale, poi i finti operai, tutti stranieri e senza fissa dimora, si rivolgono a persone private per proporre interventi a piazzali e stradine facendo pagare la manodopera, mentre il materiale, che sarebbe avanzato nel vicino cantiere di lavori pubblici, viene offerto gratuitamente dietro il pagamento di un bonifico immediato (Qui articolo).

Le forze dell’ordine invitano i cittadini a prestare attenzione e segnalare ogni situazione sospetta o stranezza al fine di intervenire quanto prima e individuare i truffatori.

La notizia è confermata da Trento Today La voce del Trentino: entrambi fanno riferimento a un post pubblicato il 29 marzo sulla pagina Facebook ufficiale della Polizia delle Giudicarie:

Come riportato negli articoli indicati e nel post, viene segnalata una Ford Mondeo con targa bulgara utilizzata da due soggetti «con documenti romeni». I due individui sostano al bordo della strada e fermano le vetture in transito lamentando di essere senza carburante, offrendo agli automobilisti degli oggetti in finto oro in cambio di contanti.

Si segnala, ancora, che tale genere di truffa era già all’attenzione delle forze dell’ordine. Con una ricerca troviamo riscontro su Modena Today, in un articolo del 2012, sul quale leggiamo che sulla statale 12 alle porte di Medolla quattro cittadini romeni fermavano le vetture e offrivano anelli in finto oro in cambio di denaro.

Lecce, nel 2014, accadeva un fatto analogo: un uomo sostava a bordo strada su via Del Mare e fermava gli automobilisti raccontando di essere senza carburante e di aver smarrito il portafogli. Per ovviare alle sue mancanze, offriva l’acquisto di anelli d’oro in cambio di 30 euro o qualsivoglia cifra gli ignari passanti avessero a disposizione. Un passante aveva avvertito la Polizia e gli agenti avevano fermato tre persone, due fratelli e una donna, a bordo di un Mercedes grigio e in possesso di 22 anelli in ottone.

Per tornare al nostro caso, la Polizia delle Giudicarie – ovvero la Polizia Locale gestita «in forma associata tra i comuni della Busa di Tione, delle Giudicarie Esteriori e della Bassa Val Rendena» – al momento non offre approfondimenti. Siamo dunque in attesa di maggiori informazioni e di comunicazioni sugli sviluppi dell’indagine, che saremo lieti di riportarvi in un prossimo articolo.

La nostra analisi, dunque, è ancora in corso.

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