PRECISAZIONI L’hanno trovato in strada: guardate i suoi occhi – bufale.net

A volte ci sono immagini che diventano virali in buona fede, ma contengono errori non banali, a volte anche pericolosi per la salute dell’animale ritratto al loro interno. Come in questo caso

L’hanno trovato per strada dopo averlo abbandonato….. guardate i suoi occhi….
Pensate ancora che gli animali non hanno un anima? Che Dio abbia misericordia di chi li riduce così perché io non ne ho…. mi fanno schifo!!!!!
DIAMO VOCE A CHI NON HA VOCE!!!!!

Partiamo subito da una precisazione: ritenere che i gatti esprimano sofferenza col pianto, è un errore grave di antropomorfismo (la tendenza a valutare il comportamento e la biologia animale secondo canoni umani) non privo di conseguenze potenzialmente gravi.

Infatti è fatto noto che i gatti non esprimono tristezza col pianto, non ne sono fisicamente capaci, ma l’accumulo di lacrime nei loro occhi è sintomo di una serie di malattie dalla semplice irritazione fino alla congiuntivite, che non trattate possono portare a conseguenze serie per la salute del vostro amico a quattro zampe.

I gatti possono “piangere” o avere gli occhi umidi per una serie di ragioni, tutte mediche e non emotive. Ad esempio perché hanno gli occhi irritati da un granello di polvere o hanno ricevuto graffi da altiri gatti.

Le lacrime possono essere causate da malattie contagiose come infezioni del tratto respiratorio superiore. Anche congestioni o otturazioni dei dotti lacrimali, che ci crediate  o no, possono portare a lacrime.

Altre possibili ragioni derivano da

  • congiuntiviti
  • allergie
  • infezioni
  • condizioni congenite (i gatti con la testina rotonda producono lacrime in modo assai probabile)

Se vedete lacrime negli occhi dei vostri gatti, sappiate che non stanno provando una forte emozione, ma vi dimostrano che hanno una condizione medica da curare. Spesso, è una malattia poco seria, comunque, in alcuni casi potrebbe essere un problema grave o destinato ad aggravarsi. Se il vostro gatto lacrima spesso, portatelo al veterinario. Carezze e gentilezze, anche se apprezzate, non fermeranno le sue lacrime

La tentazione di rileggere la foto vedendovi un gattino triste è evidente. È un errore comune, che potrebbe pensare che un gatto “coi lucciconi” stia semplicemente esprimendo un sentimento.

Ma non è così, e specie un gattino randagio raccolto dalla strada potrebbe invece avere qualsiasi cosa dalla semplice e transitoria irritazione a infezioni e congiuntiviti che potrebbero danneggiare i suoi occhi delicati in modo permanente.

Un gatto triste invece esprimerà tale sentimento in diversi modi, di cui alcuni decisamente controintuitivi.

Ad esempio un gatto triste si lamenterà con una serie di miagolii cupi e tetri, oppure, paradossalmente, continuando a fare le fusa anche molto dopo essere stato confortato, dato che i gatti fanno le fusa non solo per esprimere felicità, ma come tentativo di “confortarsi” quando provano dolore o condizioni negative, oppure subirà alterazioni nel comportamento, di talché un gattino solitamente timido e riservato comincerà improvvisamente a lamentarsi rumorosamente e continuamente e, di converso, un gatto rumoroso e attivo diventerà improvvisamente apatico e silenzioso, mentre un gatto solitamente timido e bene educato diventerà aggressivo e incontrollabile o spaventato e terrorizzato dal contatto umano.

Oppure, e questo è l’unico tratto caratteriale che potrebbe accomunare un felino triste ad un essere umano, un gatto triste diventerà improvvisamente apatico, smetterà di giocare, passerà molto più tempo del solito dormendo e smetterà persino di prendersi cura istintivamente del proprio pelo assumendo un aspetto visibilmente arruffato e trascurato.

Un gatto triste e depresso inoltre avrà una particolare mimica come orecchie basse, coda penzolante tra le zampe e pelo ritto.

Tra le cause di tristezza più comuni per un felino abbiamo il dolore fisico, causato da malattie e ferite, la frustrazione (ad esempio un gatto invecchiato, ammalato o ferito e quindi incapace di giocare e muoversi liberamente sommerà al dolore fisico un malessere psicologico) e la perdita di un componente del suo gruppo sociale, sia esso umano o felino.

In ogni caso occhioni grandi e lacrimosi non significheranno mai tristezza in un gatto, ma il bisogno di osservare il proprio gatto e ricorrere all’aiuto di un veterinario: potrebbe essere una cosa da poco, ma potrebbe essere il segnale di un problema di salute grave ed invalidante.

 

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BUFALA “Ecco i cani di Telethon! Esiste un video che…” – bufale.net

Come ogni anno, parte la caccia alla carità. Seriamente: la reazione dell’italiano medio di fronte ad ogni occasione in cui il bene può passare dall’aprire il portafoglio tende ad assumere risvolti sempre più grotteschi. Avete presente la favola di Esopo della volpe che, incapace di arrivare all’uva, scrolla le spalle e si allontana borbottando “tanto era acerba”?

L’Italiano medio, non potendo o non volendo donare neppure due spicci ad opere di bene, si autoconvince, come la volpe, che ciò non era necessario, o addirittura si inventa complicate storielle per gettare fango sulla carità stessa e giustificare di essere, talora, un OGM metà uomo e metà T-Rex dal braccino corto.

Il problema è quando le sue fantasiose storielle arrivano al Popolo della Rete che, convinto della loro veridicità, le viralizza danneggiando tutti

Ecco i cani di Telethon, esiste anche un video terrificante dove un manager di Telethon France dice:” Se facciamo vedere questi animali non arriveranno piu’ donazioni”.
Sono decenni che studiano la distrofia muscolare raccogliendo MONTAGNE di soldi, quante soluzioni hanno trovato ?
La favoletta che noi siamo contro la ricerca e’ solo una bugia per convincere le persone a non ascoltarci e continuare a dare soldi alle multinazionali del farmaco per pagarsi uffici e stipendi sontuosi.
RICERCA SI MA SENZA TORTURARE E UCCIDERE GLI ANIMALI!!!!!!

L’appello del “manager ignoto” infatti è il tipico caso di appello all’autorità, laddove in un testo immaginario si introduce un personaggio verosimile: esattamente come la bufala della Convenzione di Berna fu arricchita della menzione secondo cui la stessa era consigliata “da tutti gli avvocati e la Guardia di Finanza” e la storia delle leggende metropolitane è piena di zii marescialli ed amici appuntati, tutti naturalmente anonimi, che avrebbero confessato al primo viralizzatore, ente altrettanto divino ed occulto, un grande segreto che egli, novello Prometeo delle bufale, avrebbe rivelato ai mortali, e Telethon è la vittima di elezione di ognuna di queste bufale, come ogni altra raccolta di fondi.

E la foto? Deriva sì da una ricerca, ma una con cui Telethon non c’entra niente, e avente ad oggetto proprio i cani.

Sapete, anche i cani soffrono di Distrofia muscolare, e la medicina veterinaria sta da decenni cercando un metodo per curarla, o quantomeno limitarne i sintomi, esattamente come si farebbe per gli esseri umani.

è stato, se non curato, ricondotto ad un’esistenza in salute ottimale, con la speranza e l’auspicio che un simile risultato possa, un giorno, essere raggiunto sugli esseri umani.

La terapia genica è infatti un settore ancora in crescita, e che sovente rende ottimi risultati: in questo caso semplicemente il viralizzatore, per creare una storiella di impatto, ha invertito il prima col dopo: con l’attuale livello di competenza e conoscenza possiamo, ed è stato dimostrato invertire i sintomi della Distrofia Muscolare di Duchenne nei labrador (specie dove, esattamente come nell’essere umano, tale malattia può trovare espressione).

Basta quindi pompare una notizia, tagliare qua e là, ed un’ottima notizia per i proprietari di labrador e per gli esseri umani diventa qualcosa di mostruoso e viralizzabile con facilità.

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PRECISAZIONI DISINFORMAZIONE L’esperimento di Church: quei topolini disposti a morire di fame per non infliggere dolore ai propri simili – bufale.net

Ci segnalano i nostri contatti un articolo relativo all’esperimento di Church

È un topolino minuscolo, impaurito e molto affamato quello che vive in un piccola gabbia nel laboratorio per esperimenti del dottor Russel Church, ricercatore della Brown University.

La piccola cavia, X, ha veramente bisogno di mangiare, è da parecchio tempo che digiuna. Lui lo sa come procurarsi il cibo, lo sa che basta premere una leva per far scendere l’agognato premio che servirebbe a riempirgli la pancia. In fondo è stato concepito e addestrato per questo.

È molto intelligente, come tutti quelli della sua specie, e ci ha messo poco a capire il meccanismo della gratificazione: l’unico modo per ottenere da mangiare è tirare la stramaledetta leva. Eppure non lo fa, da diversi giorni non mette niente in bocca. Il congegno non è cambiato ma lui quella leva non la vuole proprio tirare.

Il fatto è che, in una gabbia adiacente alla sua, hanno piazzato uno come lui, Y, un topolino piccolo e spaventato, le cui zampette esili poggiano su una griglia elettrizzata. Ed ogni volta che X tira la leva una violenta scossa elettrica attraversa il reticolato posto ai piedi del suo vicino di cella e lo fa ballare sui carboni ardenti.

X ci ha messo poco a fare la connessione, a dedurre che la leva per lui è salvezza mentre per Y è morte. E ha deciso di non tirarla più, che è meglio crepare di fame piuttosto che vedere e sentire il suo compagno di prigionia contorcersi dal dolore, piuttosto che è essere l’esecutore materiale di quella sofferenza.

E tutto ciò nonostante X, non abbia mai visto prima quell’altro topolino, non ne conosca l’odore, non gli sia familiare alla vista. Entrambi sono nati in cattività, destinati ad essere cavie; non immaginano la vita della colonia, forse non hanno mai nemmeno socializzato con un loro simile, sicuramente non sono mai stati liberi ne lo saranno mai.

Eppure X ha dentro una forza che gli dice di non premere quella leva, di non infliggere quel dolore, costi quel che costi, perché è sbagliato, perché è immorale, perché prova empatia per quell’essere come lui, e diverso da lui, che combatte e soffre per vivere.

X non lo sa, ma lui non che l’ultimo di una serie di cavie, tutte sottoposte allo stesso crudele esperimento, che si sono rifiutate di tirare quella leva, in nome della propria natura, del proprio istinto, della propria volontà di esercitare quella libertà che non hanno mai avuto.

Il problema di questo articolo è sempre lo stesso: anche un evento storico corretto e realmente avvenuto, se interpretato in una maniera incline al sentimentalismo, viene contorto e piegato perdendone in precisione, da cui il nostro uso del doppio tag.

L’intero testo rilegge l’esperimento di Church con una forte dose di antropomorfismo, cedendo quindi alla tentazione di attribuire agli animali parole e pensieri umani.

Molto disneyana dobbiamo dire, del resto se Topolino è un topo parlante con una casa di proprietà, un lavoro come scrittore e detective part-time ed una fidanzata della sua stessa specie, dobbiamo credere che un topo abbia processi mentali equipollenti a quelli umani.

Ma non è così.

Partiamo dall’esperimento: effettivamente, e questo è corretto, si svolgeva nei modi descritti, ancorché al netto di svariate ideazioni per il pathos

Un roditore veniva messo in una gabbietta, con accanto un altro roditore. Il primo roditore veniva istruito a compiere operazioni per ricevere del cibo premiale, l’equivalente dei premietti quindi, i biscotti che dai ad un cane quando ha eseguito un comando correttamente.

Prima fantasia drammatica: parlare di topi affamati costretti a tirare una leva per mangiare  è come asserire che il ragazzino sotto casa con un bastardino dall’aria vivace al fianco e la tasca piena di biscotti che elargisce un biscottino ogni volta che il suo amico a quattro zampe obbedisce al comando “siedi!” sollevandosi sulle zampine posteriori o “seduto” sedendosi di scatto sia un aguzzino che ha affamato un povero cane negandogli altro cibo se non i biscotti che ha in casa.

Semplicemente, il cibo è un potente strumento di gratificazione e, semplicemente, una cavia ridotta alla morte per fame sarebbe semplicemente un modo per falsare ogni esperimento.

Inoltre, scopriamo che il risultato dell’esperimento era leggermente difforme da quanto descritto

Tradurremo un’analisi dello stesso tratta da Neuronal Correlates of Empathy: from Rodent to Human

Nel 1959 Russel Chuch, psicologo alla Brown, osservò che i ratti rinunciano alla possibilità di ottenere cibo piuttosto che infliggere dolore ad altri ratti (Church, 1959). In questo esperimento, i ratti furono addestrati a premere una leva per ottenere una ricompensa in cibo. Dopo aver appreso ciò, fu aggiunto un ulteriore colpo di scena: se i ratti avessero premuto la leva, avrebbero ottenuto la loro ricomensa, ma un esemplare della loro stessa specie, a loro visibile, avrebbe ricevuto uno shock elettrico. I ratti smisero di premere la leva. Inoltre, i ratti che avevano già subito la scossa si fermavano per un tempo superiore agli altri. I risultati apparvero chiari, e Church li interpretò come la prova dell’empatia nei ratti.

Ma, come sempre nella scienza comportamentale, non esiste una sola spiegazione e

Tale studio fu accolto con critiche e controversie, perché un’interpetazione altrettanto possibile postulava che i ratti si stessero semplicemente bloccando per paura assistendo al dolore di un altro ratto. I ratti dello studio di Church non avevano di fatto compiuto alcuna azione a beneficio di un altro ratto. Inoltre molti ratti restavano immobili solo per pochi secondi, decorsi i quali tornavano a premere la leva, scosse elettriche e tutto. Lo studio di Church non ebbe comunque un forte impatto, non solo per questi problemi metodologico, ma perché il campo di indagine, intriso del comportamentismo Skinneriano, non era recettivo all’idea che i ratti provassero emozioni.

Lo studio di Church aveva infatti provato qualcosa che per l’epoca non era affatto scontato, anzi assai innovativo: i ratti provano emozioni, i ratti comunicano emozioni, i ratti riconoscono le emozioni reagendo alle stesse.

Sanno quindi che un loro esemplare è terrorizzato da un pericolo, e reagiscono al pericolo. Gli manca però, al contrario di quanto insinua l’articolo, la capacità di astrazione tipica del pensiero umano, ed infatti il più delle volte, cessato lo stimolo “nocivo” (le urla) tornavano a manipolare la leva per la gratificazione immediata.

Si provò ad effettuare esperimenti simili per rimuovere ogni dubbio: ma gli stessi non riuscirono a risolvere il mistero, aggiungendo a domanda altre domande

Nel 1962 si provò un diverso esperimento: un ratto era legato ad un’imbracatura e sospeso a mezz’aria, esperienza sconcertante che stimolava in questo l’istinto a lamentarsi rumorosamente. Un secondo ratto veniva istruito ad interagire con una leva che avrebbe liberato il primo roditore: il roditore era motivato a liberare un suo simile, ma non a liberare un blocchetto di polistirolo delle stesse dimensioni.

Ciò provava nei ratti il bisogno altruistico di aiutare un proprio simile? No, perchè un successivo esperimento sostituì il ratto prigioniero con una registrazione di un ratto prigioniero oppure del rumore bianco a tutto volume, ottenendo che i ratti comunque agivano sulla leva.

Sostanzialmente, obiettarono Lavery e Foley, i ratti non volevano aiutare un loro simile per il quale provavano un dolce sentimento di comunanza ed amicizia: volevano che la smettesse di urlare disturbandoli, come avrebbero fatto per eliminare ogni fonte di rumore sconcertante.

Al momento l’empatia animale è ancora un ricco campo di studio, che ci darà in futuro molte risposte: ma queste risposte non possono passare da una forzosa umanizzazione dell’animale. Dobbiamo imparare a capire gli animali coi loro tempi, coi loro modi e rispettando la loro natura animale, senza imporre loro una sovrastruttura ricca di emotività umana e più adatta alla viralizzazione che alla divulgazione.

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BUFALA “In bocca al lupo” significa augurare di stare nel posto più sicuro – bufale.net

Ci sono molte bufale che nascono anche in buona fede: un coacervo di conoscenze scolastiche perdute (chiamasi analfabetismo di ritorno) e desiderio di reinterpretare antichi proverbi e leggende di tempi più arcaici e cupi, che portano a riscrivere miti e leggende.

L’analfabetismo di ritorno è infatti un parolone semplice per un concetto che tutti conosciamo: lo studente che si prepara, anche con profitto, ad interrogazioni, esami e compiti in classe tende a dimenticare quanto appreso già pochi giorni prima dell’esame stesso, ritenendo che nella vita non gli servirà mai più.

Così è il caso delle origini di molti proverbi legati alle formule c.d. apotropaiche, ovvero parole “magiche” usate per allontanare un pericolo imminente o comune. Come ad esempio il famoso proverbio “In bocca al lupo!” cui rispondere “Crepi il lupo!”, frase usata per antifrasi.

L’antifrasi deriva infatti dal concetto tipico della scaramanzia, descritto mirabilmente da Ignazio Silone nei suoi libri, secondo cui vi sia l’invidia nell’aria, ovvero esprimere un augurio ad alta voce sia il miglior modo non solo per non farlo avverare, ma per ottenere il contrario, ovvero conseguenze catastrofiche. Questa è una linea di pensiero ancora evidente nella superstizione comune: viene infatti detto comunemente che, dopo aver espresso un desiderio dinanzi alle candeline della torta di compleanno o innanzi alle stelle cadenti, non bisognerebbe mai esprimerlo ad alta voce, altrimenti il desiderio non si avvererà mai più. Ne consegue il passo logico dell’uso antifrastico delle frasi apotropaiche: se esprimere ad alta voce un desiderio comporta che forze invisibili e onnipresenti quanto crudeli si attiveranno istantaneamente per evitare che il desiderio si avveri e fare del male a chi l’ha espresso, allora tali forze possono essere truffate ed ingannate esprimendo un desiderio negativo. In questo caso, basterà desiderare a gran voce che un lupo feroce sbrani un nostro amico andato nei boschi, per ottenere che le forze oscure malevole e cattive facciano in modo che il nostro desiderio non si avveri mai, concedendo alla nostra vittima un passaggio agevole nei boschi, la salute e la salvezza.

Si tratta quindi di un proverbio, col quale alcuni animalisti hanno una faida personale, probabilmente dovuta alla perdita del concetto del termine apotropaico riassunta in questo meme

In bocca al lupo significa augurare di stare nel posto più sicuro e quindi si deve rispondere grazie e non crepi!!

“Ma non si riesce a capire un ca**o! D*******a… de d*o! Senza le maiuscole, senza i punti!”, sarebbe stata la preliminare analisi del compianto Germano Mosconi.

Ma il problema è che reinterpretando il proverbio in questo modo più animalista andrebbe a cancellarsi lo stesso significato dell’enunciazione apotropaica principale.

L’Accademia della Crusca, che non esiste solo per rispondere a chi vorrebbe il termine petaloso nel vocabolario, ha già detto molto al riguardo, ed alla sua analisi rimandiamo

I dizionari consultati in merito sono concordi nell’attribuire alla locuzione In bocca al lupo! una funzione apotropaica, capace di allontanare lo scongiuro per la sua carica di magia. L’origine dell’espressione sembra risalire ad un’antica formula di augurio rivolta per antifrasi ai cacciatori, alla quale si soleva rispondere, sempre con lo stesso valore apotropaico “Crepi!” (sottinteso: il lupo). L’augurio, testimonianza della credenza nel valore magico della parola, si sarebbe esteso dal gergo dei cacciatori all’insieme delle situazioni difficili in cui incorre l’uomo; tale etimologia viene riportata dai dizionari di lingua italiana (Dizionario etimologico della lingua italiana di M. Cortelazzo e P. Zolli, Zanichelli 1983, Vocabolario Treccani nella sua edizione del 1989) e dai dizionari più specifici dei modi di dire e proverbi (Dizionario dei modi di dire della lingua italiana di B.M. Quartu, Rizzoli,1993; Frase fatta capo ha. Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni di G. Pittano, Zanichelli, 1992.

L’augurio In bocca al lupo! potrebbe essere ricollegato anche ad altre numerose espressioni che hanno per protagonista il lupo, nonché all’immagine stessa di questo animale nella lingua. Il lupo appare nella tradizione antica e medioevale come il pericolo in persona: animale crudele, falso e insaziabile nella sua voracità egli seminò la morte e il terrore tra abitanti indifesi, pastori e cacciatori, diventando l’eroe di favole (da Esopo e La Fontaine alle numerose versioni del Cappuccetto Rosso) nonché di numerose leggende e storie tramandate per generazioni attraverso l’Europa: basti limitarsi all’immagine celebre del Lupo di Gubbio dei Fioretti di S. Francesco o alla figura di Ysengrin, il lupo del Roman de Renart francese del XII s.. Della visione quasi apocalittica del lupo e delle paure che egli incuteva per secoli agli abitanti dell’Europa, che fossero contadini viventi in mezzo alle foreste o viaggiatori costretti a spostarsi per strade infestate da lupi e banditi, permangono delle tracce in varie lingue europee sotto la forma di modi di dire e proverbi.

Già il Vocabolario degli Accademici della Crusca nella sua prima edizione del 1612 definisce il lupo come ‘animal salvatico voracissimo’, citando tra l’altro l’espressione gridare al lupo e proverbi quali il lupo cangia il pelo ma non il vezzo e chi pecora si fa il lupo se la mangia. Nella sua terza edizione il Vocabolario riporta l’espressione ‘andare in bocca al lupo’ con il significato ‘andare nel potére del nimico, incontrare da sé il pericolo’ citandone il seguente esempio tratto da Guittone d’Arezzoe datato 1294: «Ma la povera femmina, accostandosi a quell’huomo, si accorse d’essere andáta in bocca al lupo». Il dizionario rileva inoltre un’altra espressione, di significato più generico, andare in bocca definita come “andare in preda, restare nel potere’ esemplificata con una citazione di Boccaccio dove essa appare sotto la forma andare in bocca del diavolo: «Io n’andréi in bocca del diavolo, nel profondo dello ‘nferno, e saréi messa nel fuoco penace». L’espressione andare in bocca al lupo (e altre simili, quali correre nella bocca del lupo, mettere (e mettersi) in bocca al lupo, cascare in bocca al lupo, andare nella tana del lupo), nel significato di ‘finire nelle mani del nemico’ o ‘andare incontro a grave pericolo’ riappare successivamente in numerosi altri dizionari, quali ad esempio il Vocabolario dell’uso toscano (di Pietro Fanfani, 1863) o, più vicino a noi, nel già citato Dizionario etimologico della Lingua italiana di M. Cortelazzo e P. Zolli, nel Grande Dizionario della lingua italiana di S. Battaglia (UTET 1975), nel GRADIT di T. De Mauro, nonché in tutti i dizionari monovolume (Zingarelli, DISC, Garzanti).

[…]

In quanto alla risposta Crepi (il lupo)!, a partire dall’uso iniziale proprio al gergo dei cacciatori vi si opera un’estensione pragmatica all’insieme di situazioni in cui alla lingua viene attribuito il potere magico di scongiurare la mala sorte. Un significato performativo analogo si ritrova in varie altre espressioni con il verbo crepare, tra cui Crepi l’avarizia!, Crepi l’astrologo!, anch’esso usato per scongiurare un cattivo presagio, nonché nelle imprecazioni con funzione di malaugurio: Crepa!, Che tu possa crepare!, Ti pigli il lupo! Che tu sia il pan dei lupi! citati nel Grande Dizionario della lingua italiana di S. Battaglia (Torino, UTET, 1961-2002).

La ricchezza del materiale linguistico citato, del quale abbiamo notabene escluso il fondo dialettale, altrettanto abbondante e variegato, dimostra quanto profondamente fosse temuto il lupo nei secoli passati; queste paure ataviche si ritrovano oggi nelle medesime espressioni, ma usate simbolicamente per altre situazioni pericolose del nostro quotidiano.

Non è l’unico caso di enunciazione apotropaica dove, sostanzialmente, si augura a qualcuno un male ed un pericolo imminente proprio perché, nominandolo, esso diventi meno probabile.

Un esempio da manuale, spesso descritto come una traduzione impropria del nostro “Crepi il lupo” è il proverbio anglosassione “Break a leg!” (“Spezzati una gamba!”) usato dagli attori anglosassoni per augurarsi il successo in una performance teatrale: augurandosi a vicenda di subire un incidente sul palco, gli attori si assicurano che la scaramanzia li tenga indenni dal male e gli porti invece grandi successi, mentre augurarsi a vicenda di avere successo e buona fortuna è un insopportabile passo falso, percepito dai più superstiziosi come un invito alle forze occulte di fare del loro meglio per negare all’attore che ha ricevuto l’augurio di buona fortuna il successo e la gloria.

Altro esempio è Crepi l’astrologo!, derivante dall’epoca in cui l’astrologia era ritenuta una scienza profetica particolarmente esatta con la quale si rintuzza un pessimista naturale, quasi a voler suggerire alle forze del male di rivolgere le loro attenzioni al pessimista, ritorcendo quindi il pessimismo da lui rivolto all’uditorio in una sorta di benessere generalizzato.

Se quindi l’augurio di incontrare il lupo fosse stato positivo, dalle origini avremmo avuto l’effetto opposto, con generazioni di Italiani pronti ad augurare il bene perché le forze oscure della scaramanzia facessero del loro peggio negando salute e sicurezza ai loro congiunti: ad oggi, essendo l’esperienza del cacciatore meno ubiquitaria, il proverbio in bocca al lupo! viene usato, per antifrasi, come modo di dire a qualcuno in procinto di una grande impresa di cacciarsi nei guai e fallire, come modo per le “forze occulte all’ascolto” di essere tratte in inganno, credere che il tuo vivo desiderio sia vedere il tuo congiunto fallire ed attivarsi per garantirgli successo e fortuna e farti così un “dispetto”.

Saremo di fronte probabilmente ad una bufala meno “direttamente nociva” della norma, ma siamo comunque di fronte ad un segnale preoccupante: interi settori della ricca tradizione culturale e linguistica italiana, come lo scongiuro apotropaico, sono stati ad oggi obliterati dal parlato comune, lasciandoci un linguaggio sempre più povero e stereotipato, con l’analfabetismo di ritorno pronto a divorare e distruggere ogni conoscenza e sapere ritenuto, a torto, “poco utile”.

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BUFALA ATTENZIONE: I prodotti Johnson&Johnson sono testati sugli animali – bufale.net

Esiste un bizzarro fenomeno nel mondo delle bufale che vorremmo, un giorno, poter sottoporre ad esperti in sociologia, antropologia e psicologia: la stessa bufala (più volte analizzata sotto forma di messaggio Internet) quando viene riprodotta nelle vesti di un foglio di carta fotografato (e male) al cellulare e ripubblicato su Internet, diventa istantaneamente veritiera.

Ritorna in condivisione, ed ogni precedente fact checking viene cancellato con un grottesco effetto amnesia, come se un foglio di carta fotografato non mentisse mai.

Ma mente, eccome se mente. Ed ecco qui il nostro foglietto di carta:

Una serie di foto, discretamente ed evidentemente datate, di scimmiette dall’aria sofferente, assieme alla foto di un prodotto della ditta Johnson&Johnson, il Johnson’s Baby Oil, sul quale un anonimo ha attaccato il cartello ATTENZIONE: QUESTO PRODOTTO VIENE TESTATO SUGLI ANIMALI.

Ed è una bufala. Basterebbe molto poco a dimostrarlo. Basterebbe semplicemente, prima di condividere contenuti a caso lesivi dell’onorabilità di ditte, controllare i siti istituzionali delle stesse e soprattutto conoscere un po’ di leggi.

Appuriamo dal sito J&J Americano

JOHNSON’S® brand does not test cosmetic products or ingredients on animals. For information on FDA compliance and animal welfare standards for medicines and medical devices by the larger Johnson & Johnson Family of Companies, click below

La ditta JOHNSON’S® non testa i propri prodotti di bellezza o i loro ingredienti su animali. Per maggiori informazioni sull’aderenza al FDA ed al benessere animale relativo a strumenti medici e medicali nella famiglia di prodotti Johnson & Johnson, clicca qui

Seguendo il link, scopriamo che, ovviamente, Johnson&Johnson aderisce alle normative locali, ad esempio le normative Statunitensi ed Europee che, come abbiamo visto più volte, impongono severi limiti alla sperimentazione animale, impossibile per meri prodotti di bellezza, limitata per procedure sanitarie e mediche dove nessun’altra soluzione sia praticabile.

Non si potrebbe fare altro: se davvero Johnson&Johson commercializzasse un prodotto ottenuto in modo illegale, semplicemente andrebbe fuori mercato.

Il portale Neozelandese per i prodotti per bambini infatti riporta

JOHNSON’S® baby products sold in Australia/New Zealand are not tested on animals. We also follow the EU animal testing ban worldwide and do not test cosmetic ingredients on animals, except for cases where testing is required by law or government authorities.

As a company, we’re committed to both supporting work to eliminate the use of animal testing, and developing alternative, non-animal research methods.

I prodotti per l’infanzia JOHNSON’S® venduti in Australia/New Zealand non sono testati sugli animali. Seguiamo anche il divieto di sperimentazione animale dell’Unione Europea in tutto il mondo e non testiamo mai cosmetici su animali, tranne se ciò fosse richiesto per legge o da autorità governative.

Come ditta, siamo dediti a ridurre ridurre ed eliminare la sperimentazione animale e sviluppare metodi di ricerca alternativi.

Al momento, abbiamo dimostrato come J&J aderisca alle normative degli stati in cui vende i loro prodotti, che non consentono la sperimentazione animale su prodotti cosmetici, e che accetti i criteri particolarmente stringenti noti in Europa, unità di cui l’Italia fa parte.

Potremmo fermarci qui, ma abbiamo deciso di analizzare una per una le foto asseritamente usate come prova, dimostrando quanto esse siano del tutto scollegate al tema in esame.

La prima foto infatti, proviene dal portale Facebook del Jakarta Animal Aid Network, ed è stata usata per illustrare il divieto introdotto nel novembre 2013 di usare scimmiette ammaestrate per l’accattonaggio

Converrete con noi che difficilmente un ricercatore Johnson&Johnson potrebbe riuscire a dimostrare di aver bisogno di girare per il mondo con una scimmietta ammaestrata come il Dolce Remì della serie animata omonima chiedendo elemosine.

Vi lasciamo adesso brevemente riposarvi con le immagini del probabile, terribile test (chiedendoci dove sia finito il cane), prima di passare alle alte due foto

La seconda foto, con un enorme autogol dell’autore del meme, compare in un articolo dove si loda la decisione Europea di bandire la sperimentazione animale in campo cosmetico, mentre la terza compare ininterrottamente da decenni su ogni portale come esempio di sperimentazione, e ritrae un cucciolo di macaca mulatta, una delle specie in passato più usate nei testi di laboratorio (lo stesso gruppo sanguigno RH deriva da Rhesus, il nome scientifico della specie), in un test che nulla ha a che fare coi cosmetici.

Niente da guardare dunque: è una bufala.

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DISINFORMAZIONE PRECISAZIONI Suini e maiali seppelliti vivi, la crudeltà dell’uomo non ha fine – bufale.net

Ci segnalano i nostri contatti una immagine virale apparsa sui loro profili

Suini malati seppelliti vivi..mamme con i propri figli. La crudeltà dell’uomo nei confronti degli animali ha da tempo oltrepassato ogni limite non credi?

Ciò in cui crediamo sono le fonti: e ci vuole veramente poco per prendere una scena, strapparla dal suo contesto e gettarla in pasto alla pubblica indinniazione.

Nulla togliendo alla gravità ed alla crudezza delle immagini, queste non raffigurano una situazione ordinaria.

Ma andiamo con ordine: innanzitutto siamo nella Corea del Sud, e non in Italia.

E non siamo in un allevamento in condizioni ordinarie, ma dopo l’intervento delle autorità nel tentativo di arginare un’epidemia di Afta Epizootica di Tipo A, una triste occorrenza a cui la Corea del Sud è tristemente abituata, essendoci stato un rilevante precedente nel 2011.

L’Afta Epizootica, che non ha più interessato suini in Italia dal 1993, ove ancora presente è di difficile, se non impossibile cura, e ad oggi l’unico protocollo riconosciuto in caso di epidemia è

Le misure di controllo si basano sull’abbattimento totale degli animali presenti nell’aziende infette e in contatto (stamping out) e sulle restrizioni alle movimentazione di animali sensibili alla malattia e loro prodotti.
In un paese con focolai di prima insorgenza devono essere abbattuti e distrutti tutti gli animali dell’azienda (malati, infetti, sospetti di infezione e di contaminazione), si deve poi procedere con le operazioni di pulizia e disinfezione previa distruzione dei materiali e prodotti contaminati.
Contemporaneamente alle operazioni di estinzione del focolaio devono essere rintracciati e distrutti gli animali ed i prodotti che sono stati
spostati dall’azienda infetta prima del sequestro dell’allevamento.

La Corea del Sud ha tentato la strada della vaccinazione, fallendo il contenimento dell’epidemia, che si è riproposta in una presenza massiva tale da richiedere un intervento rapido ed incisivo.

Era possibile provvedere ad un abbattimento dei capi più umano? Probabilmente, non possiamo saperlo, auspichiamo di non dover più assistere a simili scene.

Era questa una scena comune? No, semplicemente la recrudescenza di una malattia grave e difficile da eradicare.

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PESCE D’APRILE I pinguini sull’isola di rifiuti – bufale.net

Avrete visto anche voi in questi giorni il filmato distribuito dal WWF

Il video, assai breve, contiene spezzoni ritratti da una nave che, avvicinatasi ad un’isola di rifiuti plastici in mare, rileva l’esistenza di una intera colonia di pinguini, costretti dall’inquinamento a vivere in condizioni assai disagevoli.

Un filmato triste, preoccupante… ma un falso. Un tardivo pesce d’Aprile, voluto da WWF per sensibilizzare sul tema dell’inquinamento

Fortunatamente, la nostra scoperta di pinguini sull’isola fatta di plastica è solo un pesce d’aprile.
Tutti i pinguini filmati stanno bene e continuano a vivere felici nella loro isola di ghiaccio. È solo un montaggio di foto, ma viviamo in un mondo in cui tali pericoli, a causa dell’inquinamento da plastica, potrebbero diventare davvero reali.

Recita l’apposita pagina sul sito del WWF, che continua sciorinando i dati su cui avrebbe voluto attirare attenzione

La plastica in mare non è una fake-news! Il 70% del nostro Pianeta è ricoperto dall’acqua: ma oggi, in ogni chilometro quadrato del mare, troviamo migliaia e migliaia di pezzi di plastica.

Gli uccelli marini muoiono in modo atroce, a causa dei pezzi di microplastiche che ingoiano e che finiscono nello stomaco. Le tartarughe marine scambiano i sacchetti di plastica per pesci o meduse e muoiono soffocate, mentre i pezzetti più piccoli vengono scambiati per plancton. Tre quarti della spazzatura che si trova in mare è plastica.
La plastica in mare è un problema serio e ogni anno costa la vita a migliaia di animali. Ma la plastica che può mettere in pericolo anche la vita degli esseri umani, poiché ci mette dai 350 ai 400 anni a disintegrarsi.

Come conferma TPI News, un simile esperimento sociale non si ripeterà: un pesce d’Aprile è efficace una volta sola, poi mai più.

Ma WWF continuerà ad affrontare il problema sollevato con una celia.

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NOTIZIA VERA PRECISAZIONI Illegittimo il divieto di ingresso dei cani in giardini e parchi pubblici – bufale.net

Ci segnalano i nostri contatti il seguente articolo, targato Giurdanella

La giurisprudenza amministrativa conferma il suo orientamento costante sulle ordinanze comunali sul divieto di ingresso dei cani nei parchi pubblici, e in generale nelle aree destinate a verde pubblico, ritenute illegittime per contrasto ai principi di proporzionalità ed adeguatezza.

Da ultimo, il Tar Puglia (sentenza 16 marzo 2018, n. 359) ha ribadito che l’ordinanza sindacale che rechi il divieto assoluto di introdurre cani, anche se custoditi, nelle aree destinate a verde pubblico risulta essere eccessivamente limitativa della libertà di circolazione delle persone ed è comunque posta in violazione dei principi di adeguatezza e proporzionalità, pur se adottata in ragione delle meritevoli ragioni di tutela dei cittadini in considerazione della circostanza che i cani vengono spesso lasciati senza guinzaglio e non ne vengono raccolte le deiezioni.

Articolo corretto e notizia assolutamente veritiera: siamo costretti ad usare il doppio tag solamente per prevenire l’analfabetismo funzionale del lettore medio che tende a confondere gli ordinamenti di Civil Law e Common Law.

Al contrario del sistema anglosassone da noi infatti non esiste una dottrina del precedente vincolante: le sentenze non fanno “diritto”, ma un ordinamento costante della giurisprudenza è un ottimo segnale che una determinata intepretazione della norma è senz’altro quella corretta.

E precisazioni perché proveremo a spiegare in parole semplici quello che agli operatori del diritto è noto da tempo immemore ormai.

Partiamo dall’articolo 50, comma quinto, del Testo Unico degli Enti Locali

5.In particolare, in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale. Le medesime ordinanze sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale, in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti, anche intervenendo in materia di orari di vendita, anche per asporto, e di somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche. Negli altri casi l’adozione dei provvedimenti d’urgenza, ivi compresa la costituzione di centri e organismi di referenza o assistenza, spetta allo Stato o alle regioni in ragione della dimensione dell’emergenza e dell’eventuale interessamento di più ambiti territoriali regionali. (2)

Che sostanzialemente consente al sindaco di porre in essere ordinanze contingibili ed urgenti (quindi inevitabili e legate ad un caso di emergenza evidenza), vincolate ad un determinato scopo, ovvero superare incuria e degrato o ripristinare una vivibilità danneggiata.

In ogni altro caso, quindi ivi compresa la mancanza di urgenza ed inevitabilità, saremmo in un caso di eccesso di potere, col Sindaco che usurpa attribuzioni altrui (Stato e Regioni), oppure che utilizza un potere sproporzionato rispetto al caso di specie.

Casi simili al caso di specie sono stati registrati nella cronaca giudiziaria nel 2016, nel 2017 ed in molti altri casi, idonei ad accumulare abbastanza Giurisprudenza per studiarli.

A Lodi, ad esempio, nel 2016, abbiamo avuto un provvedimento per cui

«la più recente giurisprudenza amministrativa si riporta a un indirizzo costante e consolidato il quale nega cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico ai provvedimenti che limitano la libertà di circolazione ai conduttori di cani» (procedimento civile n.1083 R.G.2016).

Siamo di fronte ad un bilanciamento di situazioni e diritti.

Diamo quindi per scontato che, di fronte ad un’urgente, contingibile ed indefettibile caso di degrado ed incuria, ovvero di ridotta vivibilità da parte dei cittadini, un sindaco possa porre in essere provvedimenti di natura sanitaria ed urgente.

Quindi, decidere che siccome i cani potrebbero essere un rischio per l’igiene o ridurre il godimento dei parchi pubblico, allora si può vietare il loro ingresso. Enfasi sul potrebbe.

La giurisprudenza, semplicemente, non funziona sul mero principio di astratta probabilità, ma almeno su un principio di aumentata probabilità, quando non di certezza.

Ci ricorda la giurisprudenza, se per evitare un potenziale ed incerto rischio in carico ad alcuni cittadini dobbiamo limitare in modo certo e sicuro il godimento dei parchi pubblici da parte di altri cittadini, non stiamo sostanzialmente creando il danno che avremmo dovuto evitare, passandolo dallo stato di ipotesi allo stato di certezza?

Vieppiù che, anche ammettendo che questo danno possa esistere, ci sono nella possibilità delle autorità locali strumenti più efficaci che salvino capra e cavoli, ad esempio l’obbligo di condurre il cane con guinzaglio e museruola, recando seco palette, bustine ed una borraccia d’acqua.

Nel 2017 fu infatti il TAR Toscana a ricordarci come

Risulta essere eccessivamente limitativa della libertà di circolazione delle persone ed è comunque posta in violazione dei principi di adeguatezza e proporzionalità l’ordinanza sindacale che, a norma dell’articolo 50, co. 5 d.lgs. n. 267/2000, rechi il divieto assoluto di introdurre cani, anche se custoditi, nelle aree destinate a verde pubblico senza la precisa indicazione del limite temporale di efficacia di tale divieto, atteso che la mera rilevazione di “escrementi canini in ambito urbano comunale” non possa costituire una adeguata istruttoria in ordine all’esistenza effettiva di un’emergenza sanitaria o di igiene pubblica.

Arriviamo quindi al citato TAR Puglia: è perfettamente legittimo imporre guinzaglio, museruola, palette e borracce d’acqua, ma proprio per questo è in contrasto coi principi di cui all’art. 50 comma quinto TUEL ogni provvedimento afflittivo della libertà di movimento e godimento del prato pubblico.

Vieppiù se, come nel caso di specie, l’afflizione era piagata da una temporaneità solo di fatto

Infine, non giova alla difesa comunale invocare la temporaneità del divieto, anche considerato che – dopo oltre un anno dalla sua introduzione – lo stesso non risulta rimosso; d’altro canto, si palesano inefficaci le iniziative medio tempore intraprese per la realizzazione e regolamentazione di aree di sgambamento dei cani, avuto riguardo all’interesse di parte ricorrente (certamente meritevole di tutela), che è quello di accedere liberamente alla Villa Comunale, portando il proprio cane al guinzaglio.

Laddove un divieto di accesso “temporaneo” aveva superato l’anno senza che il sindaco avesse anche solo pensato di usare i più efficaci provvedimenti citati per dirimere la questione nel modo più rapido e semplice possibile.

Sempre ricordando come ogni sentenza faccia caso a se, possiamo pertanto affermare senza ombra di dubbio che opinione comune delle corti di merito sia l’inutilità, se non l’illegittimità, di provvedimenti che si limitino a limitare l’accesso dei cani ai parchi pubblici, a tempo indeterminato o artatamente prolungato, senza tenere conto strumenti più efficaci per tutelare l’igiene e la godibilità dei prati stessi come palette, borracce e museruole.

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