Le t-shirt Urban Legends

È con piacere che il blog Leggendemetropolitane.net annuncia la nascita di Urban Legends, la linea di t-shirt grafiche dedicate alle nostre leggende preferite curata dallo studio Tonidigrigio assieme all’illustratore Sailor Danny.

Infatti, vista l’attività decennale del blog, con i suoi oltre 300 post, siamo stati contattati per prendere parte alla scelta delle leggende da trasformare poi in grafiche per le t-shirt cercando, ovviamente, di rispettare sempre la storia raccontata, ampliandone ove possibile i rimandi ipertestuali.

Così siamo andati a proporre un mix di leggende, selezionate sia per la loro storicità (come nel caso della famosissima Paul Is Dead, impensabile non dedicarle una grafica) sia in base al riscontro ottenuto dagli appassionati del blog (come il post sui segni degli zingari, leggenda che ancora oggi fa discutere).

Il lavoro finito è stupefacente in alcuni casi. Per ogni t-shirt Sailor Danny è riuscito a concentrare un intero racconto in una sola immagine con didascalia, rimandando spesso non solo alla storia, ma anche al corollario di informazioni e conoscenze comuni che la arricchiscono.

Così sulla grafica di Paul Is Dead vediamo comparire la didascalia “Lonely he died”, chiaro riferimento al fatto che la presunta morte sarebbe avvenuta durante le registrazioni di “Sgt. Peppers lonely hearts club band”, mentre la grafica di Oh My Dog!, basata sulla leggenda del cane messicano, può far intuire che le dimensioni del topo sono assimilabili a quelle di un cane di piccola taglia, magari proprio un chihuahua.

In totale le grafiche sono oltre 15 e variano in colore e modello. Proprio come le storie che negli anni sono state tramandate di bocca in bocca, evolvendosi e adattandosi alle zone geografiche ed al gusto degli appassionati, le t-shirt di Urban Legends, disponibili da subito sul sito http://shop.leggende.net/, sono customizzabili in taglia e colori, per fare in modo che ognuno possa indossare la propria versione della leggenda preferita.

Paul is Dead: La leggenda continua

La leggenda più famosa del secolo scorso continua a suscitare interesse e curiosità: si è trattato di una geniale trovata pubblicitaria dei Beatles o volevano effettivamente che qualcosa di segreto fosse svelato?

Le leggende metropolitane sul mondo del Rock hanno da sempre intrigato milioni di persone: l’affetto dei fan verso i loro beniamini li porta a rifiutarne la morte, così che in tanti credono che Elvis Presley, Jim Morrison e Michael Jackson siano ancora vivi. Ma la leggenda più interessante degli ultimi cinquant’anni è sicuramente quella sulla morte di Paul McCartney: per tutti, McCartney è vivo e vegeto, canta, suona, incide dischi e fa concerti ma, secondo la leggenda Paul is Dead, Paul McCartney sarebbe morto nel 1966.

La PID nasce nel 1969, quando un disc jockey racconta, in una trasmissione radiofonica, di aver ricevuto la telefonata di un misterioso personaggio che rivelava un segreto: Paul McCartney, il bassista dei Beatles, era morto in un incidente stradale tre anni prima. La sera dell’incidente, Paul aveva avuto una lite con gli altri membri della band ed era andato via dagli studi di registrazione piuttosto alterato. Per strada raccolse un’autostoppista che, distraendolo dalla guida, aveva causato l’incidente in cui il povero Paul aveva perso la vita. 

Temendo una catena di suicidi, i restanti Beatles e il loro agente, Brian Epstein, nascosero la notizia e sostituirono Paul con il vincitore di un concorso per sosia, Billy Shepherd, o Billy Campbell, secondo le versioni. Si trattava di un ex poliziotto canadese che si sottopose a vari interventi di chirurgia plastica per somigliare maggiormente al cantante. Inoltre, al sosia fu insegnato a suonare, cantare e comportarsi come Paul.

La tentazione sarebbe di archiviare tutto, se non fosse che gli indizi ci sono, e sono tanti. E che da allora Paul è più alto, ha gli occhi di un colore diverso, la testa e il viso più lunghi, ha un tono di voce più alto, una cicatrice sul mento che prima non aveva ed è sparita una fossetta che prima aveva. 

Interessanti teorie sono state avanzate negli anni e tante pagine sono state scritte a riguardo. Ma se non fosse così? Se gli indizi disseminati dai favolosi quattro nei loro dischi portassero ad elaborare una diversa teoria del tutto nuova e inaspettata?

Tra il 2003 e il 2008, in due forum che discutevano la leggenda PID, un personaggio che sembrava avere notizie dirette sull’accaduto, lasciò una serie d’indizi che parrebbero permettere di ricostruire una storia completamente diversa.

Il forumer si chiamava Apollo C. Vermouth e, solo alla sua morte, nel 2008, fu dichiarato che dietro Mr. Apollo si celava in realtà Neil Aspinall, uno dei più stretti collaboratori dei Beatles durante tutto il periodo della loro carriera.

Mr. Apollo racconta la storia attraverso indizi, come a suo tempo avevano fatto i Beatles. E rivela che verso la metà degli anni Sessanta, Paul McCartney decide di allontanarsi dalla band e diventa necessario sostituirlo con un sosia, in attesa del suo ritorno. La “vacanza” del cantante si allunga, ma nessuno si accorge di quanto accaduto, sebbene gli stessi Beatles provino a rivelare tutto attraverso gli indizi che, fraintesi, faranno invece da base alla leggenda PID.

Nel ’69, Paul rivuole il suo posto nel gruppo, ma le cose sono cambiate, gli umori sono peggiorati, i rapporti tra i collaboratori si sono inaspriti e un secondo scambio diventa impraticabile.

A questo punto il gruppo si scioglie e, sicuro che il pubblico non si accorgerà di nulla, McCartney continua la sua collaborazione con il suo sostituto, con cui dividerà la scena ancora per decenni.

L’intera storia della sostituzione di Paul McCartney è raccontata in un libro di recente pubblicazione intitolato Seguendo Mr. Apollo, scritto da Consuelo Portoghese e edito da Youcanprint. Il libro ricostruisce un quadro coerente di quanto verosimilmente può essere accaduto, attraverso una lettura originale degli indizi lasciati nelle canzoni, nelle copertine dei dischi, nelle fotografie e nelle interviste, da tutti i personaggi coinvolti nella storia. Il libro somiglia a una caccia al tesoro che guida il lettore, attraverso il ragionamento, a interpretare gli indizi secondo la logica, senza mai imporre un’opinione. Al lettore il compito di scoprire quanti altri inaspettati scenari offre la leggenda. 

 

Consuelo Portoghese. Nata a Cagliari nel 1973. Laureata in giurisprudenza e abilitata alla professione forense, nella sua prima esperienza letteraria, ha affrontato il tema della morte e sostituzione  di Paul McCartney. Affrontando la faccenda con logica e buon senso, gli strumenti a lei più consoni, è giunta a conclusioni inaspettate e rivoluzionarie.

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Il terremoto di Roma dell’11/05/2011

Domani è l’11 maggio 2011. E allora? – direte voi – Cosa c’è di strano?. C’è di strano che questi ultimi mesi un tam tam forsennato del web sta portando avanti l’idea che proprio domani, a Roma, ci sarà un terremoto devastante.

Tutto risale alle presunte previsioni del sismologo Raffaele Bendandi (Faenza, 17 ottobre 1893 – Faenza, 3 novembre 1979), uno scienziato autodidatta che elaborò nel tempo una sua teoria capace di prevedere i terremoti (approfondisci qui)

Secondo le sue teorie i terremoti sono direttamente collegati ai movimenti dei pianeti e dei satelli del sistema solare, che esercitando la loro forza gravitazionale sulla Terra, determinano lo scostamento della crosta terrestre e quindi il terremoto, proprio come la luna influenza la marea. Per dimostrare la bontà del suo metodo il 23 novembre 1923 in presenza di un notaio previde un terremoto nelle Marche per il 2 gennaio dell’anno seguente. Il terremoto si verificò effettivamente a Senigallia due giorni dopo quanto predetto. Dalle prime pagine dei giornali venne acclamato come “Colui che prevede i terremoti”, e la sua fama si espanse anche all’estero, in particolare negli Stati Uniti. 

Molti furono i casi che lo videro coinvolto: uno dei casi più celebri che l’hanno fatto balzare agli onori della cronaca fu il terribile terremoto del Friuli del 1976, dove sostenne di aver cercato di avvertire le autorità senza venire ascoltato.

Anche se i suoi studi non furono mai accreditati dalla scienza ufficiale, Bendandi godette di grande stima e interesse dal mondo accademico. Fu nominato da Giovanni Gronchi Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana, la città di Faenza gli ha dedicato una Scuola Media e fu eletto membro della Società Sismologica Italiana.

Secondo gli scienzati contemporani il fatto che Bendandi sia stato capace di prevedere i terremoti si basa sopratutto su probabilità statistiche, dato che questo tipo di fenomeno, seppur spesso di lieve entità, si verifica molto più spesso di quanto se ne parli. E qui arriviamo alla fatidica data di domani.

Secondo il popolo della rete domani Bendandi avrebbe previsto un grande terremoto proprio a Roma, la causa risiederebbe in un allineamento dei pianeti del sistema solare che si verificherà proprio domani. In realtà nei suoi scritti, afferma la curatrice del fondo a lui dedicato, non viene citato nè l’anno nè la città, resta quindi difficile capire la vera fonte della fatidica data.

Proprio per quel giorno, per tranquillizzare la popolazione romana ma allo stesso tempo per offrire un momento di riflessione e formazione, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha organizzato un Open Day dedicato all’informazione scientifica sui terremoti. Secondo loro domani non ci sarà un terremoto, ma bensì 30, ovvero il numero medio di terremoti che vengono rilevati ogni giorno in Italia.

Per maggiori informazioni sulla giornata organizzata dell’INGV vi rimandiamo al sito ufficiale www.ingv.it

Marco Polo è andato veramente in Cina?

Il Milione: Smontiamo la tesi secondo la quale il celebre viaggiatore veneziano non sarebbe mai giunto nella Terra di Mezzo.

Francis Wood, direttrice del Dipartimento cinese della British Library, nel 1995 pubblicò “Marco Polo è andato in Cina?”, un libro destinato a suscitare un certo scalpore, in quanto contraddicceva la tradizione secondo la quale Marco Polo fosse giunto in Estremo Oriente. Secondo la tesi della scrittice britannica, il noto viaggiatore veneziano, non sarebbe mai andato oltre il Mar Nero, dove la sua famiglia conduceva l’attività mercantile. “Descrizione del Mondo”, il nome con cui era conosciuto “Il Milione” in principio, il libro che avrebbe dettato a Rustichello di Pisa, suo compagno di prigionia nel 1298-99 nelle prigioni di Genova, non sarebbe altro che una scopiazzatura delle cronache di altri viaggiatori. Il dubbio nascerebbe in quanto Marco Polo nel suo libro, tra le altre contraddizioni, non avrebbe affrontato alcune questioni, che, a parere dell’autrice, non potevano non essere menzionate, quali la Grande Muraglia, la tradizione del te’, l’uso delle bacchette per mangiare, per non parlare della mancata presenza del viaggiatore italiano negli archivi ufficiali cinesi dell’epoca.

In realtà l’idea che Marco Polo non fosse realmente mai giunto in Cina non era del tutto nuova, e circolava da tempo in diversi ambienti accademici e non. Per esempio, già nel diciannovesimo secolo alcuni storici dubitavano dell’autenticità della sua storia. Nel 1996, il Journal Star, pubblicò un articolo che metteva in discussione il viaggio della durata di 24 anni, effettuato dal signor Polo, ispirandosi probabilmente al libro della Wood. David Selbourne, uno storico inglese, invece aveva attribuito la prima cronaca di un viaggio in Oriente di un occidentale al viaggiatore Giacobbe d’Ancona, il cui diario però sarebbe stato celato dai possessori privati. Per la dottoressa Wood, “Il Milione”, rimane una splendida storia, il problema però, è che non vi sono prove a suo sostegno. Come altre grandi leggende, si tratta solo di un mito. L’autrice si spinge anche oltre, accusando la maggioranza degli storici di accettare passivamente la tradizione. Un vero storico invece, secondo l’autrice britannica, dovrebbe sempre analizzare criticamente i fatti, scindendo ciò che è inoppugnabilmente dimostrabile, da quanto invece non lo è.

Il libro, come altri testi revisionisti, ha avuto prevedibilmente un grande successo ed ha portato molta fama alla sua fortunata autrice.
I punti principali su cui si basa la tesi della Wood e dei detrattori di Polo sono:

  1. Il viaggio del mercante veneziano è geograficamente incoerente, sia dal punto di vista dell’itinerario che da quello cronologico.
  2. I nomi delle località non sono quelli utilizzati in cinese o mongolo, come ci si aspetterebbe, ma sono in persiano, il che confermerebbe una teoria del sinologo tedesco H.Franke, secondo la quale Polo avrebbe utilizzato fonti persiane per redarre il suo testo.
  3. Polo descrive erroneamente alcuni importanti luoghi, come ad esempio il celebre ponte di Marco Polo a Pechino, che secondo lui avrebbe 24 archi anziché 11 o 13.
  4. Non affronta alcune descrizioni di celebri usanze cinesi quali il sistema di scrittura cinese, i libri e la stampa, il te’, la porcellana, l’uso delle bacchette e la pesca con i cormorani.
  5. Marco Polo ignora l’esistenza della Grande Muraglia
  6. Marco Polo dichiara che suo padre Nicolò e lo zio Maffeo erano presenti all’assedio mongolo di Xiangyang, l’importante roccaforte Song nello Hubei. Ma tale episodio apparirebbe falso in quanto questo assedio si è svolto nel 1273, ed il clan Polo sarebbe giunto in Cina solo un anno più tardi.
  7. Il viaggiatore veneziano afferma di essere stato governatore per tre anni di Yangzhou nel Jiangsu, ma il suo nome non apparirebbe negli archivi ufficiali della zona.
  8. Nessun componente della famiglia Polo, nonostante l’importanza da loro rivendicata, verrebbero mai menzionato nelle cronache ufficiali dell’epoca.

Francis Wood a queste palesi contraddizioni già sollevate in passato, aggiunge che il suo testo non è scritto come un vero diario di viaggio, ma piuttosto come una guida per mercanti come la “Pratica della Mercatura” di Pogolotti. Alcuni resoconti, come quello che vede il ritorno di Marco in Occidente accompagnato dalla principessa mongola Kökechin fino in Persia per sposare Il-khan Arghun, potrebbero essere stati “presi in prestito” da altre narrazioni. Rustichello di Pisa, nel suo ruolo di redattore delle cronache è ambiguo. E difficile distinguere i contributi di Rustichello da quelli di Polo. Sicuramente però Marco Polo non ha introdotto in Italia l’uso degli spaghetti e del gelato (non essendo stato in Cina come avrebbe mai potuto fare altrimenti?).

Infine la Wood insinua la possibilità che suo padre e suo zio potrebbero anche avere effettuato il pericoloso viaggio verso la corte mongola giacché tuttosommato erano in possesso della tavola d’oro forse consegnata dallo stesso Kublai Khan, ma Marco potrebbe avere usurpato il loro ruolo attribuendo a sé stesso piuttosto meschinamente la gloria altrui. La conclusione finale della Wood è che Marco Polo avrebbe ottenuto le informazioni per stilare “Il Milione” parzialmente dai racconti della sua famiglia, e in parte da altri viaggiatori incontrati in Crimea e a Costantinopoli, con l’ausilio di guide e mappe Persiane.

Ma questi affascinanti dubbi sollevati dalla Wood, sono stati ampiamente criticati, confutati e smontati da molti storici cinesi, come Fang Hao o Yang Zhijiu, e di altre nazionalità, che si sono basati non sulle mancanze, in fin dei conti Marco Polo non stava scrivendo la Lonely Planet sulla Cina, ma sulle sue dettagliate descrizioni dei luoghi da lui visitati, e su altre prove.

Nel 1997 Igor de Rachewiltz, stimato docente universitario romano di origine polacche, ha analizzato e smantellato punto per punto le tesi revisioniste, nel suo articolo “Marco Polo è andato in Cina” pubblicato in Zentralasiatische Studien 27.

Marco Polo non era uno scrittore professionista, era un mercante. Le sue doti di scrittore erano limitate, e molto spesso faceva uso di formule classiche della mercatura. Lasciò Venezia ancora diciassettenne, e passò la maggior parte della sua vita all’estero. Era un osservatore attento, ma mancava di immaginazione. Considerazioni personali non emergono mai, e sono limitati esclusivamente al Prologo del libro, che lo studioso fa giustamente notare si chiama “Descrizione del Mondo”, e non è un diario di viaggio. Le descrizioni sono ciò che contano e il suo coinvolgimento personale è puramente accidentale. Il risultato è che gli eventi principali e i nomi sono generalmente corretti, ma non i dettagli. Bisogna tenere conto difatti che il libro è stato stilato molti anni dopo dal suo ritorno, Marco era anziano, e avrebbe potuto confondersi facilmente non potendo più verificare i suoi resoconti. Inoltre Marco Polo quasi certamente ha ingigantito il suo ruolo, infarcendo alcuni episodi con dettagli inesistenti. Non si può non considerare anche gli anni in cui è stato scritto il libro, un’epoca in cui i narratori indugiavano sui dettagli meravigliosi delle loro cronache. Se Marco avesse avuto realmente accesso alle cronache persiane non avrebbe commesso errori come quello della descrizione del ponte di Pechino o dell’esatta collocazione di talune città cinesi, errori molto più verosimilmente dettati da ricordi offuscati. Il libro di Marco non è neppure una guida per mercanti, anche se vi sono riferimenti continui a questo mestiere e lo stesso linguaggio ne risente. Lo stile è confuso ma non contradditorio, ed è dovuto proprio ai limiti stilistici di Polo e non alla mancanza di coerenza.

Igor de Rachewiltz fa notare che durante il suo lungo soggiorno in Cina, Marco Polo non si è mai mescolato ai cinesi, non ha mai imparato il cinese, e non era interessato alla loro antica cultura. Si muoveva piuttosto tra le comunità di stranieri, un po’ come fanno buona parte dei viaggiatori e studenti italiani in Cina oggigiorno, già presenti ancor prima dell’invasione mongola. Vi era un gran numero di mercanti persiani e turchi in grado di parlare lingue caucasiche, arabo, nonché altri viaggiatori da vari paesi occidentali, dall’Italia in particolare, che conducevano commerci con le repubbliche marinare. Il ruolo dell’inglese dell’epoca era stato preso dal persiano, che non solo era ampiamente utilizzato dai viaggiatori stranieri, ma era anche la lingua ufficiale straniera più utilizzata dagli stessi cinesi, come ha dimostrato l’Università di Hangzhou con gli studi di Huang Shiqian. Il cinese era la lingua dei dominati e il mongolo, e in misura minore il turco, quella dei dominatori. Un abisso separava queste due classi. I rapporti intessuti dagli stranieri con i cinesi erano puramente di natura economica o amministrativa, per cui questo genere di trattative avvenivano utilizzando la lingua franca persiana, e ciò dunque giustifica ampiamente l’utilizzo di Polo di nomi turchi e persiani. Inoltre molti dei nomi incorretti sono il risultato di ricordi offuscati, giacché, come detto precedentemente, il libro è stato redatto molto anni più tardi, in una prigione per giunta.

Le mancanze nelle sue descrizioni di abitudini dei cinesi vanno piuttosto interpretate come omissioni importanti, che tuttosommato sono comuni ad altri viaggiatori quali Ibn Battùta o Odorico di Pordenone. Marco in effetti accenna al processo di stampa, ma non lo definisce tale, definendola “suggellata”. Questo è chiaramente un suo limite culturale e spetta al lettore riuscire ad interpretare le sue descrizioni. Questi dettagli però molto probabilmente avrebbero potuto interessare viaggiatori più acculturati di Odorico o Marco. Non si deve dimenticare che all’epoca la maggioranza della popolazione era illetterata. L’usanza di bere te’, diffusa soprattutto tra i cinesi, era un dettaglio troppo banale per impressionare Marco. Neppure altri viaggiatori dell’epoca avevano accennato a questo costume, come neppure all’uso delle bacchette o della tradizione della fasciatura dei piedi. Per quanto riguarda la porcellana, Marco Polo in realtà la cita ben quattro volte, e Francis Wood dimostra di avere letto superficialmente il suo libro! Ricordiamo ancora che Marco Polo non frequentava cinesi per cui non era particolarmente interessato ai loro usi e costumi, per quanto ai nostri occhi di occidentali del 2000 possano risultare curiosi o importanti. La pesca coi cormorani è completamente omessa da Marco e da Ibn Battùta, ma non da Odorico.

Per quanto riguarda l’omissione della Grande Muraglia bisogna fare alcune semplici considerazioni storiche: la gloriosa opera d’ingegneria come noi oggi la conosciamo, non era ancora nella sua forma completa, ma era un insieme non uniforme di tratti di mura edificati in periodi differenti, ed è stata fortificata e terminata dai Ming, tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo. Per di più recenti studi hanno dimostrato che all’epoca i materiali utilizzati non andavano oltre il fango e terra puntellati da pali di legno. Molto difficilmente avrebbe potuto impressionare Marco Polo. L’unica leggenda ben chiara invece è quella che descrive la muraglia come un continuum dall’epoca del primo imperatore Qin Shi Huangdi. Neppure di questa meraviglia architettonica v’è traccia negli archivi ufficiali cinesi fino al tredicesimo secolo, ma non per questo non esiste! Per quanto riguarda l’assurdo episodio dell’assedio di Xiangyang si hanno solo due opzioni: vanagloria da parte sua, oppure si tratta di un aggiunta postuma di Rustichello in una edizione successiva per dare credito ai Polo. Sicuramente però l’episodio che vuole Marco Polo governatore di Yangzhou, è un’ esagerazione. Secondo Igor de Rachewiltz, non vi sarebbero ragioni per dubitare che egli abbia vissuto per un certo periodo nella città, giacché Yangzhou era un importante centro economico, e una comunità italiana di mercanti vi si stabilì tra il tredicesimo e quattordicesimo secolo. Ma Marco non fu di certo il suo governatore, sebbene molto probabilmente abbia avuto un qualche ruolo da funzionario. Questa invenzione può essere attribuita allo stesso Rustichello.

E’ vero che i Polo non appaiono negli archivi ufficiali cinesi, ma ad ogni modo non siamo a conoscenza del suo nome in cinese, sempre che ne avesse uno, e neppure di quello mongolo, a dispetto del fatto che Marco asserisce di essere sempre stato chiamato “Maestro Marco Polo”. Ad ogni modo i mongoli avevano l’usanza di attribuire dei soprannomi al proprio enturage, che potrebbero essere stati trascritti in cinese. Questa cosa naturalmente è solamente ipotizzabile dal momento che il suo soprannome non è mai stato rintracciato nelle cronache. Molto più probabilmente però Marco Polo, così come moltissimi altri viaggiatori stranieri dell’epoca è totalmente ignorato dagli archivi. Neppure Giovanni di Montecorvino, il primo arcivescovo cattolico di Pechino e contemporaneo di Marco appare menzionato, così come il frate Odorico da Pordenone, o Giovanni di Marignolli, il capo di un’importante ambasceria papale.

Molti altre obiezioni sollevate da Francis Wood sono dovute a maleinterpretazioni del testo di Polo.

Per quanto riguarda la storiella secondo la quale Marco Polo avrebbe importato gli spaghetti in Europa è dovuta ad un semplice errore di traduzione, giacché nelle versioni anglosassoni il termine “lasagne” viene tradotto con “vermicelli” o “spaghetti”. Ciò che Marco descriveva con lasagne in ogni caso non era altro che una variante di pasta già molto diffusa in Asia e in Europa, in forme differenti.

Infine Francis Wood fa altri clamorosi autogoal citando la storia del viaggio di ritorno con la principessa Kökechin e il mistero che circonda i sigilli dorati mongoli affidati ai Polo dal Gran Khan in persona che sarebbero dovuti essere consegnati al Papa e ad altri importanti monarchi europei. La natura del viaggio della principessa era personale e molto delicata, un affare interno alla famiglia reale mongola. Non vi è traccia negli archivi della dinastia Yuan di questa principessa. Ma alcuni carteggi dimostrano che furono portate avanti alcune trattative per un’ambasceria guidata da tre diplomatici in Persia. Da questi documenti si evince che le date e i luoghi corrispondono con quelli riportati da Polo, anche se la principessa e lo stesso Polo non vengono mai menzionati. La scoperta è stata fatta nel 1941 dallo studioso cinese Yang Chih-chiu. Inoltre lo storico persiano Rashìd al-Dìn, che scriveva pochi anni dopo questi eventi, menziona questa ambasceria guidata da Khoja, nominato dallo stesso Polo più volte nei suo resoconti, al suo arrivo a Abhar, e cita inoltre una sposa mongola tra i viaggiatori. E’ d’altronde impossibile che Polo fosse venuto a conoscenza di questi dettagli giacché la prima testimonianza scritta persiana di questo episodio è del 1311.

Ma c’è di più. Sappiamo di una conversazione di Marco Polo avvenuta nel 1303 con il celebre fisico e astrologo Pietro D’Abano (1250-1316). Marco fece alcune osservazioni astronomiche, illustrandole con degli schizzi. Di questa conversazione non v’è traccia nel Milione, eppure è riportata nel “Conciliator Differentiarum ” scritto dallo scienziato veneto. Uno studioso tedesco, J.Jensen, ha pubblicato un articolo nel 1997, analizzando questo testo, ha scoperto che Marco Polo necessariamente dovesse essere andato a Sumatra e nel Mar Cinese Meridionale per essere a conoscenza di questi dettagli, fino allora sconosciuti agli studiosi occidentali. E questa è una prova inconfutabile del suo meraviglioso viaggio. Per quanto riguarda infine la tavola d’oro mongola consegnata ai Polo dallo stesso Gran Khan, le descrizioni fornite dal viaggiatore veneziano, coincide con quella riportata dagli storici cinesi dell’epoca.

Pertanto in ultima analisi le tesi di Francis Wood appaino fragili e in malafede, dovute più a incapacità di interpretare un testo scritto più di settecento anni fa più che a volontà di fare luce su un importante documento.

Matteo Damiani / www.cinaoggi.it

I cinesi sono andati in America prima di Colombo?

I cinesi sono andati in America prima di Colombo? Certamente, ma non come pensano i revisionisti

Di tanto in tanto viene scomodato il grande ammiraglio musulmano cinese Zhenghe per avvalorare la tesi che l’America è stata scoperta prima dai cinesi.

Come qualcuno ha suggerito però, anche se fosse vero, non ne è rimasta traccia nella storia dell’umanità e pertanto la scoperta risulterebbe quantomeno inutile. Questa tesi ad ogni modo, oltre a fare acqua in più punti, dato che di prove certe non ce ne sono, è smentita in ogni caso da due prove inconfutabili. Innanzitutto già nel 900 d.C. i Vichinghi avevano stabilito degli insediamenti sulle coste nord orientali del continente americano (anche se non in forma permanente) ; in secondo luogo, l’America era già abitata da una moltitudine di popolazioni paleo indiane provenienti per lo più dalla Siberia Orientale e … dalla Cina.

Queste eterogeneo gruppo di popolazioni giunse in America in un arco di 30.000 anni passando per lo stretto di Bering, affrontando un pericolosissimo tragitto attraverso steppe, deserti, foreste e ghiacciai, costellato di pericoli insidiosi come i branchi di iene, grossi felini, il freddo e la fame pungente.

I Paleo-indiani o paleoamericani è la classificazione assegnata alle prime persone che sono entrate in America durante la fase finale della glaciazione avvenuta nel tardo Pleistocene. I primi gruppi di (coraggiosi) cacciatori, secondo le prove raccolte sino ad ora, sarebbero giunti nel continente americano attraversando lo stretto di Bering. All’epoca però un ponte naturale di terra, chiamato Beringia, connetteva l’Eurasia all’America. Beringia ha avuto vita relativamente breve (tra il 45.000 a.C e il 12.000 a.C). Il ponte non è stato utilizzato esclusivamente dagli umani, ma anche da grosse mandrie di bovini. Oltre a Beringia successivamente si formarono anche dei corridoi di ghiaccio tra i due continenti che furono sfruttati per ulteriori migrazioni di animali e uomini e che man mano percorsero l’intero continente americano, fino a giungere nel sud. Le datazioni di queste migrazioni sono tuttora oggetto di dibattito in quanto ovviamente non abbiamo testimonianze scritte di questi eventi, ma solo una serie di prove dirette ed indirette.

Gli oggetti più antichi rinvenuti dagli archeologi sono punte di freccia, strumenti in pietra e raschietti. I moderni indigeni americani sono legati da una lunga serie di prove scientifiche principalmente alle popolazioni della Siberia Orientale: queste prove variano da analogie linguistiche, alla distribuzione di tipi di sangue, alla composizione genetica riflessa dai dati molecolari come il DNA. Tra l’8000 e il 7000 a.C. il clima si stabilizzò e si mitigò, portando al fiorire delle nuove culture americane.

Il periodo litico: i Clovis e i Folsom

Dry Creek e la zona del lago Healy sono i due siti che offrono le prime prove del passaggio delle popolazioni asiatiche. I paleo indiani “ben presto” si sparpagliarono in tutto il continente, a cominciare proprio dalle immense praterie degli odierni Stati Uniti e Canada, fino ad arrivare a Monte Verde in Cile. Ad ogni modo tutti questi primi gruppi erano accomunati da una tecnica di fabbricazione di pietre scheggiate, utilizzate da piccoli clan nomadi formati da 20 a 50 individui. Queste prime tribù non avrebbero avuto capi e si guadagnavano il rispetto degli altri membri del clan esercitando l’arte della caccia, della pesca o della guarigione. Gli “anziani”, la cui aspettativa di vita all’epoca non andava oltre i 35 anni, venivano tenuti in alta considerazione in virtù della loro esperienza. Il periodo litico fu segnato da cambianti climatici che spinsero alcuni di questi gruppi a cercare nuove zone. Uno dei primi gruppi ad avere lasciato delle tracce è la cosidetta cultura di Clovis, che fabbricava strumenti in avorio e osso. Ad ogni modo i Clovis ebbero vita breve, e furono ben presto sostituiti da nuovi gruppi. Una curiosità; all’epoca in America vi sarebbero stati anche cammelli e cavalli, ma sarebbero morti in seguito alle glaciazioni. I cavalli vennero reimportati nel continente americano dagli spagnoli. Nello stesso periodo cominciarono a moltiplicarsi i bisonti, che ben presto cominciarono ad essere cacciati dai Folsom. La cultura Folsom era caratterizzata da uno stile di vita nomade e da piccoli gruppi di cacciatori. Verso la fine del litico, i ghiacci che ricoprivano buona parte dell’America settentrionale cominciarono infine a sciogliersi, lasciando nuovi territori da esplorare e abitare.

Il periodo arcaico

La fase arcaica è caratterizzata da un clima più tiepido o anche arido, ed è sostanzialmente la causa della scomparsa della megafauna. Gli ultimi gruppi di paleo indiani vennero ben presto assorbiti dalle nuove culture più sviluppate che si andavano formando. Alcuni di questi gruppi, come i Fuegian e i Patagoniani cominciarono a sviluppare strumenti più evoluti. Tra i materiali di lavoro, la pietra e l’osso, si vanno aggiungere il legno e la fibra delle piante.

Prove genetiche: i cinesi in america!

La genetica molecolare prova che tutte le popolazioni amerinde derivano da un solo gruppo di fondazione originario, ma che è limitato per una percentuale che va dal 50 al 70%. Questo proverebbe che successive ondate migratorie avrebbero influenzato le differenze genetiche delle popolazioni americane. Lo studio è stato affrontato dall’ American Journal of Human Genetics, realizzato nel 2007 che dimostra come 86 genomi mitocondriali completi derivino da una singola popolazione. La differenziazione genetica dei gruppi indigeni aumenta con la distanza dall’ipotetico primo punto di entrata (ovvero lo stretto di Bering). Il primo gruppo è così senza dubbio di origine siberiana.

Abbiamo quindi provato come le prime migrazioni avvenute tramite lo stretto di Bering abbiano popolato le Americhe. Ma le migrazioni, più tardi continuarono e cambiarono i punti di entrata. La genetica ancora una volta ci aiuta a sollevare alcuni dubbi e a provare inconfutabilmente come in questa fase entrarono nelle Americhe popolazioni di origine cinese. Un aplogruppo è un gruppo di aplotipi tra loro differenti, tutti però originati dallo stesso aplotipo ancestrale. L’aplogruppo B è una aplogruppo mitocondriale del DNA asiatico, comune a tutte le popolazioni dell’Estremo Oriente. Ora, la medesima differenziazione genetica è riscontrabile tra alcune popolazioni indigene in America settentrionale e meridionale. La Cina è il paese con la più alta diversificazione dell’aplogruppo B. Gli altri aplogruppi che si trovano in America, ovvero A,C,D e X sono di origini siberiana. Secondo i genetisti pertanto le popolazioni americane, dell’Asia Orientale e del Pacifico, facevano parte di uno stesso gruppo originario influenzato da successive ondate migratorie.

Una curiosità: l’aplogruppo X è l’unico aplogruppo presente in Europa, Asia e America, quindi non solo riferibile all’Asia Orientale ed è riscontrabile nelle tribù Sioux, Navajo e Yakama.

Altri studi, più o meno condivisibili, dimostrerebbero inoltre analogie linguistiche tra i dialetti Sino-Tibetani e altri del Nord America, a cominciare dall’Athabascan. Non sono state però finora trovate prove apprezzabili a sostegno di questa tesi. Altre tesi più azzardate inoltre suggeriscono legami linguistici e culturali tra popolazioni amerinde, del pacifico, cinesi, indiane, semitiche e addirittura europee, ma sinceramente non possiamo sostenere una tesi del genere, in quanto le analogie riportate sono ben più tarde del periodo delle grandi migrazioni e potrebbero piuttosto risalire ad un archetipo inconscio della natura umana, anziché ad influenze esterne. Tra queste analogie si possono trovare ad esempio il gioco indiano del Pachisi (all’origine dell’odierno Parcheesi ovvero il celeberrino “Non ti arrabbiare”) e il Patolli diffuso tra gli aztechi e alcuni motivi stratigrafici mortuari, condivisi tra alcuni gruppi della Micronesia e del Guatemala. Esiste una lunga letteratura a sostegno di queste tesi e di successive influenze asiatiche sulle culture mesoamericane e viceversa. Secondo alcuni vi sarebbero almeno 120 specie di flora e di fauna condivise tra vecchio e nuovo continente. La spiegazione andrebbe ricercata in successivi contatti navali tra le due sponde del Pacifico. Del resto è possibile. Le isole del pacifico sono abitate da lungo tempo e sarebbero potute servire da scali per questo genere di missioni. Ma queste rimangono ipotesi e non sono state ancora avvalorate da prove a sostegno inconfutabili. Purtroppo poi il confine tra l’archeologia e la fanta storia spesso è labile e vi è chi invece estende queste similitudini in una scala di dimensioni davvero troppo vaste. Vi è difatti una lunga lista di discrepanze cronologiche che in effetti lasciano perplessi, ma che potrebbero benissimo essere elencate come semplici fraintendimenti interpretativi.

di Matteo Damiani / www.cinaoggi.it
Fonti: Wikipedia, Enciclopedia Britannica, Sino-Platonic Papers

Come nascono e si diffondono le Leggende Metropolitane

In passato le leggende nascevano laddove regnava l’irrazionalità, e queste avevano proprio lo scopo di razionalizzare ciò che razionale non appariva, per infondere uno stato di apparente sollievo e comprensione a chi ne avesse avuto bisogno. Da questo punto di vista non è cambiato nulla, a riprova del fatto che le leggende metropolitane sono il frutto del folklore moderno. L’uomo deve sempre trovare qualcosa che spieghi fenomeni altrimenti incontrollabili; anche se le storie sono campate in aria, basta che siano sufficienti a dare corpo ai fantasmi e placare così l’ansia. Più in generale possiamo dire le molti racconti ci turbano proprio perché parlano del diverso, l’animale esotico e feroce, il nero, il tossicodipendente; e proprio per questo la base narrativa e culturale da cui quasi tutte le leggende metropolitane traggono origine sono propri i pregiudizi e gli stereotipi.

Il protagonista, il primo autore di queste leggende, non si trova praticamente mai. È successo ad esempio nel 1989, quando, proprio per dimostrare la velocità di diffusione di una voce, lo psichiatra napoletano Claudio Ciaravolo fece sapere in giro che sui banchi del mercato di Forcella si potevano trovare delle magliette con, dipinta sopra, la cintura di sicurezza, permettendo così all’autista che l’avesse indossata, di non allacciare l’odiato strumento.
Quotidiani, periodici, telegiornali sono caduti nella trappola e hanno pubblicizzato le fantomatiche magliette, come dimostrazione della brillante creatività partenopea. Il suo scopo era quello di studiare la diffusione di una voce messa in circuito e la sua velocità di trasmissione; nonostante il suo “creatore” abbia più volte sottolineato che si trattava di un esperimento, sono tutt’oggi molti che considerano il fatto reale. L’esperimento della maglietta di sicurezza convalida l’idea che ad alimentare le leggende urbane è la tendenza a valorizzare ciò che è in linea con le nostre aspettative sociali e con il nostro sistema di credenze e pregiudizi.

Il fatto che queste storie resistano a lungo tempo, diffondendosi velocemente tra le persone, dipende dal fenomeno chiamato “legge del passaparola”. Ormai è noto come sia più convincente il messaggio giunto da un nostro amico o da un conoscente piuttosto che da uno spot pubblicitario tradizionale. Nel primo caso, infatti, la persona che riceve l’informazione è più disponibile psicologicamente ad accettarla essendo sicura che non esiste alcun interesse economico personale nascosto. Le leggende metropolitane si diffondono nelle grandi città poiché queste dispongono in quantità del mezzi di produzione del passaparola: piazze, scuole, bar, luoghi di ritrovo e centri di socializzazione. Il successo del passaparola è infine completo quando c’è un ritorno del messaggio, ossia quando la persona che partecipa alla trasmissione finisce per riceverlo. Allora l’invenzione diventa certezza, notizia. E continuerà, proprio perché mai verificabile, a circolare tra la gente, riproposta periodicamente in luoghi e tempi diversi.

Il Caso del Doppio Beatle

Il libro il “Caso del doppio Beatle” di Glauco Cartocci (che noi di LM conosciamo come “Mystery Tour”) è giunto alla quarta edizione. E’ stato il primo libro in Italia sull’argomento, e il più completo ad oggi. Nella prima edizione 2005 si era posto l’obiettivo di riassumere l’intera vicenda, i pro e i contro per ogni argomentazione.
In due soli anni la situazione si è ulteriormente evoluta, per l’attenzione crescente, di giovani e meno giovani, intorno ai Beatles (è ricorso il quarantennale di Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band, e manifestazioni sono state tenute in tutto il mondo).
Cartocci, ad ogni occasione possibile, fa rilevare l’enorme apporto dato alle sue ricerche dagli amici del forum PID di LM.

Anche le numerose interviste di Glauco sull’argomento hanno rinnovato l’interesse, almeno in Italia:

  • Il libro è stato recensito da Panorama, Raro, Film TV, Rai due, Il Gazzettino, Focus.
    Citato nei libri “Elvis è vivo” di Massimo Polidoro e “La vera storia del Sgt.Pepper’s” di Bertoncelli e Zanetti.
    Numerose anche le recensioni On-Line, e il seguito tributato da tutti gli appassionati Beatlesiani.
  • Una puntata della trasmissione “Atlantide” su LA7, interamente dedicata al “Caso del doppio Beatle”, è stata più volte replicata.
  • Cartocci è stato ospite a Stereonotte su Radio Uno, a Hollywood Party (Radiotre), e in una seguitissima diretta su Radio Capital nel Sgt.Pepper’s Day, 1° giugno 2007.
  • Ha partecipato ad una trasmissione di Tempi Dispari per il satellitare RAINEWS24, mezz’ora interamente dedicata a PID.
  • Ha partecipato all¹evento “Parolario” di Como 2006, ed ha anche tenuto una lezione all¹Università di Roma Tre, Scienza delle Comunicazioni, su questa famosa “leggenda” multimediale.

L¹edizione in corso presenta un intero capitolo aggiuntivo, che inserisce ulteriori tasselli e nuove ipotesi in quella che sembra davvero essere una “Storia Infinita”. Molto probabilmente i colpi di scena riguardo questo appassionante “Mistero” non sono ancora terminati.

Il fatto stesso di avere un’introduzione di Massimo Polidoro, noto studioso, “scettico” dichiarato, testimonia la serietà che viene riconosciuta alla ricerca di Cartocci anche da chi non crede alla vicenda PID, o la sottovaluta. Queste le parole di Polidoro:

“Per chi ama la musica dei Beatles, e magari non ha mai sentito parlare della leggenda sulla morte di Paul, questo libro contiene ore e ore di divertimento pratico.
Consumerete i CD per ascoltare voci nascoste, li trasferirete sul computer per ascoltarli all¹incontrario e decifrare così un segnale sepolto tra le note. Vi sforzerete gli occhi per esaminare le copertine minuscole dei CD (quanto era più divertente questo gioco con quelle grandi degli LP!).
Glauco non è certo un credulone e nessuno può pensare che lui abbia scritto questo libro per avallare la leggenda, non fosse altro per il suo brillante humour che rende ancora più gradevole la lettura del libro senza dare l¹impressione di prendersi troppo sul serio.
Tuttavia, non possiamo nasconderci che la sua inchiesta solleva interrogativi sensati: a guardare la mole degli indizi da lui raccolti, circa duecento a tutt’oggi, c’è di che restare sbalorditi. Probabilmente, in tribunale queste prove non sarebbero sufficienti a dimostrare che Paul è morto per davvero, visto che non è tanto la quantità ma la qualità delle prove che conta.
Però, un mistero resta intatto alla fine: che cosa c’è dietro questa storia? È solamente un’assurdità che si basa su un gran numero di coincidenze e di forzature, oppure è uno scherzo orchestrato dai Beatles medesimi? Ora i superstiti dello straordinario quartetto sono rimasti in due: c’è da sperare che, se di scherzo si è trattato, ce lo confessino prima di andarsene pure loro. O magari no. Perché, in fondo, a volte è più divertente se un mistero (specie se è un mistero innocuo come questo) resta senza soluzione. Massimo Polidoro”