BUFALA Boicotta Israele cominciando da loro – bufale.net

Ci vuole molto poco a riciclare una vecchia bufala del 2014: basta semplicemente che la cronaca ti dia una pezza d’appoggio per rilanciare intatta la viralità di qualcosa di esaminato e riscontrato del tutto inveritiero già in un lontano passato.

E ci vuole poco per soffiare sul fuoco della viralità: basta applicare ad una vecchia bufala, tolte le sue misere vesti di falsità, le ricche e sfarzose vesti della bufala del Giustiziere, nella quale si illudono branchi di villani della Rete, gli Indinniati Speciali di avere il potere, semplicemente cliccando ciecamente su un mouse o “premendo il monitor dello smartphone col dito” di punire il Male, salvare i buoni e diventare supereroi nella vita vera.

Quando, in realtà, tutto quello che stanno facendo è dimostrare di essere inclini a credere nelle bufale e nuocere alle persone sbagliate.

BOICOTTA ISRAELE, SOLO OGGI 50 MORTI E 2000 FERITI PALESTINESI E’ STRAGE E’ TERRORISMO E’ ISRAELE. NONOSTANTE 70 RISOLUZIONI DELL’ONU, USA E POTENZE MONDIALI CONTINUANO A MASSACRARE I PALESTINESI.

Ma davvero? Oltre duemila condivisioni in un giorno per un appello che ricorda la versione sgrammaticata e triste del monologo di Leonida all’ambasciatore spartano, e chi ha rievocato la bufala in vita non si è preso cinque minuti di tempo per verificare l’oscenità che ha scritto?

Cioè, davvero nel 2018 esistono persone che credono che boicottando Galbani e Buitoni si faccia “il dispetto ad Isreale”?

E sono ditte che saltano all’occhio perché evidentemente Italiane (anche se Galbani è parte del gruppo francese Lactalis e Buitoni del gruppo svizzero Nestlè): ma del resto, in quell’orribile elenco ci sono anche diverse ditte Statunitensi ed una massa di controllate della Svizzera Nestlè.

Quindi delle due l’una: o per l’anonimo viralizzatore Israele, come l’Isola dei Cecchini di Sogeking dei cartoni animati, è nel profondo dei nostri cuori quindi può essere in Italia, Svizzera, America e nel resto del mondo, oppure nel meme c’è qualcosa di profondamente sbagliato.

Come il concetto stesso di codice EAN, che come ben è noto non indica in alcun modo la provenienza geografica del prodotto.

Nei nostri articoli precedenti avevamo già esaminato alcuni dei prodotti indicati notando come il codice EAN non risultava costante, ma cambiava tracciando non già la provenienza della ditta, bensì la regione economica dove il codice-prodotto è stato assegnato.

Quindi potremo quindi, come abbiamo già visto, avere nei supermercati Italiani prodotti Galbani con un codice riconducibile all’Italia, ma anche lattine di Coca-Cola con codici Italiani, Belgi e Tedeschi.

Il perché lo spiega brillantemente Snopes

if a Mexican company imported fruit from Guatemala, then packed and shipped that fruit to Belgium, the country code portion of the final product’s bar code would likely indicate an origin of Mexico rather than Guatemala. In that case the bar coding would be of little help to consumers who (for whatever reason) were desirous of avoiding food products grown in Guatemala.

Se una compagnia messicana importasse frutta Guatemalteca per spedirla in Belgio, il codice finale indicherebbe un’origine Belga piuttosto che Guatemalteca. In quel caso il codice a barre non aiuterebbe i consumatori che, per qualsiasi motivo, vogliano acquistare solo frutta del Guatemala.

A prescindere da ogni considerazione sull’opportunità di cominciare un boicottaggio perché uno sconosciuto su Internet vi ordina di farlo quindi, gli strumenti che lo sconosciuto vi offre sono del tutto sbalestrati, e l’elenco arbitrario.

Così arbitrario che, sempre nel 2014, i nostri amici viralizzatori decisero di rendersi particolarmente ridicoli rispondendo alla nostra affermazione, con dossier fotografico, di aver visto i prodotti indicati con codici diversi inventandosi un Complotto Isrealiano per farsi cambiare il codice in modo da beffare le orde di Indinniati alla cassa.

E tanto dovrebbe bastare a dimostrarvi la scarsa serietà di simili appelli.

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PRECISAZIONI E ACCHIAPPALIKE La OMSA chiude lo stabilimento di Faenza per riaprirlo in Serbia

Un post pubblicato il 9 febbraio 2018 ha totalizzato circa 23.000 condivisioni:

La OMSA chiude lo stabilimento di Faenza per riaprirlo in Serbia. 239 lavoratrici a casa. Eppure la OMSA non è in crisi, produce e vende tantissimo… Bene, per me da oggi OMSA (e visto che appartengono al gruppo OMSA anche Golden Lady, Filodoro, Philippe Matignon, Sisi, Hue, Arwa) per me le loro calze possono andarle a vendere in Serbia… boicottaggio totale e solidarietà alle lavoratrici licenziate… condividete per favore… GRAZIE!

Il post si riferisce a un caso esploso nel luglio 2010, quando Samuela Meci della FILCTEM CGIL faentina denunciava di aver appreso solo dai giornali la notizia di un accordo tra la Golden Lady Company – nella persona del fondatore Nerino Grassi – e il Ministro dell’Economia serbo Mladjan Dinkic per l’apertura di uno stabilimento – il terzo del gruppo – in Serbia, per la precisione a Loznica.

Il 27 luglio 2010 sul Resto del Carlino si leggeva:

SARANNO rimossi, insomma, quei macchinari che serviranno altrove, magari nel Mantovano dove la Golden Lady mantiene il proprio quartier generale; forse anche in Serbia, dove il gruppo ha già due fabbriche e dove ha intenzione di costruirne una terza. Ne ha dato comunicazione ufficiale il ministro per l’Economia e lo sviluppo regionale serbo Mladjan Dinkic, che un mese fa ha siglato con il fondatore di Golden Lady, Nerino Grassi, un memorandum d’intesa per realizzare uno stabilimento nella città di Loznica.

Per 350 lavoratori, in prevalenza donne, si sarebbe dunque parlato di cassa integrazione che sarebbe cessata qualora, entro il marzo 2011, almeno il 30% di essi non avrebbe trovato una ricollocazione.

Il 28 luglio 2010 la CGIL sollecitava a una soluzione con un comunicato:

Nell’accordo sottoscritto al Ministero c’è un impegno alla riconversione dell’OMSA di Faenza e per tale obiettivo devono essere investite risorse e costruite opportunità in grado di garantire livelli occupazionali compatibili con la drammaticità del trauma sociale prodotto dalla decisione della Golden Lady. Non ci serve una “soluzione qualunque” e vogliamo, come sindacato, lavoratrici e lavoratori, essere attori del nostro futuro. Per queste ragioni azienda e Governo devono presentarci urgentemente un piano sostenibile per il rilancio produttivo ed occupazionale su quel sito ed in quel territorio e la stessa Regione, assieme alle Istituzioni locali, devono lavorare per questo obiettivo ed essere parte attiva per impedire soluzioni industriali inadeguate o la pura cessione dello stabilimento senza mettere valore aggiunto in termini produttivi ed occupazionali.

Il 29 gennaio 2012 Nerino Grassi rispondeva alle perplessità sulla delocalizzazione in Serbia attraverso la redazione de La Gazzetta di Mantova:

Lo scenario già complesso, caratterizzato da una forte spinta al ribasso dei prezzi al consumo e, nei mercati meno legati al valore di marca, dalla progressiva erosione di quote di mercato da parte dei produttori del Far East, si è ulteriormente deteriorato con la crisi finanziaria internazionale che si protrae dal 2008, e che ha visto ridurre i consumi in tutti i comparti. Questa situazione ha accentuato ulteriormente una condizione di sovracapacità produttiva, il cui protrarsi nel tempo ci ha alla fine portato alle decisioni che riguardano lo stabilimento di Faenza.

Nerino Grassi – Gazzetta di Modena

Non siamo brutti e cattivi, crede che sia stato facile per noi prendere decisioni come questa? L’azienda ha sinora affrontato la questione confrontandosi con i sindacati e l’autorità di Governo, e ne sono prova tutti gli accordi sottoscritti dalle parti: azienda, lavoratori rappresentati dai sindacati e Ministeri. Gli accordi passati dimostrano che tutte le parti hanno riconosciuto le evidenti ragioni che imponevano la cessazione dell’attività produttiva, per cui questa non è frutto di decisione o di volontà lesiva dei diritti dei lavoratori, ma è imposta dalla congiuntura economica ed è condizione irrinunciabile, ripeto irrinunciabile, per la sopravvivenza competitiva del gruppo.

Il malcontento aveva dato voce a diverse campagne web di boicottaggio, tra cui quella promossa dal nostro viralizzatore, decisamente ignaro del proprio anacronismo.

Nel gennaio 2012 arrivò la svolta: il gruppo ATL, società produttrice di divani, aveva annunciato di voler acquistare lo stabilimento OMSA di Faenza e di voler assumere, nell’occasione, almeno 120 operaie del gruppo Golden Lady:

All’incontro erano presenti una trentina di persone tra cui il presidente della Regione Vasco Errani, l’assessore regionale alle attività produttive Gian Carlo Muzzarelli, il rappresentante del ministero dello sviluppo economico Giampiero Castano, il presidente della Provincia di Ravenna Claudio Casadio, il sindaco del Comune di Faenza Giovanni Malpezzi, il presidente di Atl Group Spa Franco Tartagni e l’ad Luciano Garoia, la Golden Lady rappresentata da Federico Destro, l’ingegnere Marco Sogaro dell’advisor Wollo, i sindacali locali, regionali e nazionali di categoria ed i rappresentanti dei lavoratori.

Con un trasloco previsto nell’estate, il gruppo ATL aggiunse di intendere aprire un punto vendita all’interno dello stabilimento e assumere, così, altri 15 lavoratori. Il piano – presentato il 14 maggio 2012 – interessava un investimento di 20 milioni dei quali il 70% era fornito da 4 banche (Banca di Romagna, Credito cooperativo ravennate imolese, Popolare di Ravenna e CariForlì del gruppo Intesa).

Ovviamente, in quel contesto, altri posti di lavoro attendevano di essere reintegrati.

Nell’ottobre 2013, leggiamo sul Resto del Carlino, le assunzioni erano salite da 120 a 145 con contratti a tempo indeterminato. Per le restanti operaie in attesa di una ricollocazione, però, la speranza si spense il 31 marzo 2014. Erano state “promesse” per un outlet, Le Perle, che però si rivelò essere una cattedrale nel deserto.

La storia, dunque, è ben più complessa e decisamente più datata rispetto alla data di pubblicazione di un post il cui autore ignora totalmente l’intera vicenda dell’odissea delle ex-operaie OMSA. Pubblicarlo oggi è una strategia acchiappalike che non offre fonti di riferimento (leggi la nostra guida utile) e che richiede le giuste precisazioni.

Inutile chiedere di boicottare OMSA, insomma, se la protesta si era già consumata circa sei anni fa e se le cose, oltremodo, sono cambiate nel tempo.

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