Latte scaduto e rivenduto? No grazie

Da qualche giorno sta girando in internet, anche con toni molto accessi, un allarmismo che per oggetto ha la bevanda sana e naturale per eccellenza: il latte!
Sicuramente avrete ricevuto da un vostro amico una mail tipo questa:

Il latte scaduto non venduto viene mandato di nuovo al produttore che PER LEGGE può effettuare di nuovo il processo di pastorizzazione a 190 gradi e rimetterlo sul mercato. Questo processo PER LEGGE può essere effettuato fino a 5 VOLTE. Il produttore è obbligato a indicare quante volte è stato effettuato il processo, e in effetti lo indica, ma a modo tutto suo, nel senso che chi si è mai accorto che il latte che sta bevendo è scaduto e ribollito chissà quante volte?Il segreto è guardare sotto il tetrabrick e osservare i numerini. Ci sono dei numeri 12345. Il numero che manca indica quante volte è scaduto e poi ribollito il latte. ES: 12 45 manca il “tre”: scaduto e ribollito 3 volte. Ma non finisce qui, perché in uno scatolo da 12 buste ci saranno alcune buste dove manca il numero e altre dove ci saranno tutti i numeri. Attenzione tutto lo scatolone avrà ricevuto questo trattamento. In questo modo le aziende si arricchiscono, riciclando di fatto il latte scaduto, e chi ne paga le conseguenze siamo noi che di fatto beviamo acqua sporca. DIFFONDETE

Chiariamo subito che siamo di fronte all’ennesima bufala alimentare (parlare di bufale alimentari mi ha sempre divertito). Chi frequenta il nostro sito saprà già riconoscere alcune caratteristiche tipiche in questo tipo di storie.
La storia si basa su un fatto reale, ovvero la presenza di alcuni numeri riportati nelle confezioni di tetrapak (non sono solo sul latte, ma anche in succhi di frutta, etc,), che apparentemente non hanno alcun senso. Ecco allora trovato il gap sul quale creare una “spiegazione” dai tratti misteriori, complottisti e pericolosi, secondo cui servirebbero a tenere il conto di quante volte il latte viene ribollito e riconfezionato!
La cosa interessante è che per avvalorare questa spiegazione viene detto esplicitamente che è possibile fare questo “per legge”, ovviamente senza citare nessun tipo di fonte o riferimento giuridico. La morale viene alla fine, in cui viene messo a segno l’attacco alle aziende del settore che si arricchiscono alle spalle dei consumatori, rifilando “acqua sporca” invece che dell’ottimo e nutriente latte.

La storia contiene una serie di informazioni scorrette. Analizziamole una per una:

Può il latte scaduto essere ribollito e riconfezionato?
In realtà non esiste nessuna legge che permetta una cosa del genere. Come Spiega in un’intervista al Corriere della Sera Ivano de Noni:
«È l’ennesimo atto diffamatorio nei confronti di un alimento essenziale sulla nostra tavola» afferma Ivano De Noni, professore associato di tecnologia lattiero casearia al Distam, Dipartimento di scienze e tecnologie alimentari e microbiologiche di Milano. «Non è affatto vero — spiega l’esperto — che la legge consenta il recupero per l’alimentazione umana del latte pastorizzato scaduto per rivenderlo come fresco. La legge prevede che il trattamento di pastorizzazione possa venire applicato solo sul latte crudo e quindi una sola volta. E che il latte non venga riscaldato ripetutamente può essere verificato attraverso analisi di laboratorio. La normativa prevede, infatti, che il latte pastorizzato risponda a requisiti di qualità evidenziabili in base a precisi parametri di danno termico sulle proteine del siero».

Il latte può essere trattato a 190 gradi?
Assolutamente no. Anche qui il de Noni spiega al Corriere: «Il latte non potrebbe in nessun caso essere trattato con un calore così violento, perché diventerebbe marrone. E questo è un altro indice dell’assurdità del comunicato» dice De Noni. In realtà, il trattamento di pastorizzazione del latte è molto più blando. L’applicazione di 72 gradi centigradi per 15 secondi è sufficiente a distruggere anche i germi patogeni più resistenti al calore, come quelli della tubercolosi. La pastorizzazione non uccide tutti i microrganismi. Per raggiungere questo scopo ci vuole un trattamento termico più forte, detto di sterilizzazione, che si ottiene sottoponendo il latte a un calore a 145 gradi per pochi secondi.

Ma i numeri ci sono! Allora che cosa significano?
I numeri sotto le confezioni ci sono davvero, ma in realtà, come spiega Tetrapak, sono codici relativi alla rintracciabilità del materiale usato per l’imballaggio, e sono complemente slegati dal prodotto o dall’alimento che contengono.

 

Immagine tratta da: http://www.corriere.it/salute/nutrizione/10_ottobre_25/latte-scaduto-ribollito-bufala-rete_62a4973c-de79-11df-99d6-00144f02aabc.shtml

Facebook: le ‘social-bufale’

Non c’è dubbio: Facebook è il re incontrastato del nuovo millennio. Se si vogliono ritrovare gli amici delle elementari, pubblicare le foto dell’ultima festa di compleanno, gestire un ristorante – virtuale – o semplicemente tenersi in contatto con gli amici, la parola d’ordine è Facebook. Una chicca tecnologica con il vantaggio non indifferente di essere completamente gratis. Peccato che la pacchia stia per finire. Dal mese prossimo, infatti, Facebook sarà a pagamento. Vista la mole dei suoi utenti, i creatori non ce la fanno più a star dietro alle richieste e stanno rischiando la bancarotta. Se vorrete continuare a tenere attivo il vostro account, dovrete pagare un abbonamento mensile. E sicuramente lo faranno tutti; nessuno disdirà il suo account. Perché? Perché Facebook è un po’ l’alter ego virtuale del forno a microonde: non l’abbiamo avuto per anni e mangiavamo lo stesso; ma una volta acquistato come pensare di cucinare senza?

Siete andati a vedere la data dell’articolo per capire esattamente qual è esattamente questo fantomatico mese prossimo? Fatica inutile. Perché Facebook sarà sempre a pagamento a partire dal mese prossimo. Come dire, che la notizia è totalmente falsa. Questa è una delle tante (ma proprio tante) bufale riferite al famoso social network. Ce ne sono di tutti i tipi. Le più gettonate – oltre a quella sopra citata – riguardano la possibilità di scoprire funzioni nascoste di Facebook (sono segrete, attenzione! Le diciamo solo a te… e ai cinquanta amici che devi invitare prima di ottenere la Verità), di verificare chi visita il nostro profilo (ma cosa mi interessa poi…), persino di aggiungere la musica al nostro profilo; oppure petizioni – assolutamente fasulle – che hanno il solo scopo di accumulare fan. Alcune solo assurde – stop al canone rai, al bollo auto, e così via – altre che invece sfruttano argomenti toccanti, come i bambini malati o gli animali maltrattati, facendo leva sul buon cuore delle persone e su fotografie strappalacrime. Come se avere un milione di fan per un gruppo li aiutasse per davvero (magari bastasse solo questo…). Ultimamente vanno di moda anche gli invii di foto dai titoli misteriosi, parzialmente oscurate, che stimolano la curiosità del ricevente; si viene invitati, per scoprire l’intera immagine, a diventare fan dell’applicazione. Un paio di click dopo, la foto è sempre oscurata. In compenso, si è involontariamente inviato un invito per l’applicazione “pacco” a tutti, ma proprio tutti, i nostri amici. Su Facebook stesso è nato un gruppo (questa volta vero!) volto a smascherare tutte queste leggende (‘Le bufale su Facebook: non cascateci’).

Ma perché tutte queste bufale? La risposta non è univoca. Alcune di esse – le foto nascoste, per esempio – sono create ad hoc per gioco o per motivi commerciali. È un modo ingegnoso (e fastidioso, oltre che tutt’altro che corretto) per attirare un gran numero di utenti nel proprio gruppo (gruppo che magari è in realtà di una ditta privata o di un’associazione che con l’argomento della bufala c’entrano come i cavoli a merenda). Altre, invece, e sono quelle davvero interessanti, seguono gli schemi delle leggende metropolitane ‘classiche’. Prendiamo ad esempio una classica leggenda urbana, già smentita più volte ma ancora circolante: quella sul ‘Sodium Laureth Sulfate’. È una della prime Xerox-lore – bufale così chiamate perché venivano diffuse attraverso fotocopie fatte girare per gli uffici. Si invitavano i destinatari delle missive a controllare che sull’elenco ingredienti di dentifrici, bagnoschiuma e shampoo non ci fosse la scritta Sodium Laureth Sulfate, o SLS, avvertendo che tale sostanza era pericolosissima, utilizzata per pulire i pavimenti dei garage e potenzialmente cancerogena. In realtà l’SLS è semplicemente una sostanza utilizzata per ottenere la schiuma nei prodotti per l’igiene personale. Ora prendiamo la bufala di introduzione, ‘Facebook a pagamento’, e confrontiamo le due leggende.

A prima vista sembrano totalmente diverse. Eppure un filo conduttore c’è. In entrambe abbiamo una persona che sa qualcosa di importante che le autorità, per motivi diversi, non comunicano alla massa. Nel primo caso le autorità sono le industrie produttrici di prodotti chimici, nel secondo i proprietari della piattaforma. In entrambe la ‘cosa importante’ è un pericolo o una minaccia; più grave nella leggenda sull’SLS, la possibile malattia indotta dall’uso dei prodotti; più venale nella seconda, il canone mensile. In entrambe c’è la volontà da parte del depositario della supposta Verità di mettere al corrente quante più persone possibile di tale losco segreto. Il destinatario dell’appello si sente parte attiva del processo; spinto dalla convinzione di fare una buona azione per il bene della comunità, condivide la sua conoscenza con quanti amici possibile, contribuendo a far dilagare a macchia d’olio la falsa notizia. Come si vede, quindi, sia la ‘vecchia’ leggenda che la nuova seguono uno stesso schema di base. È cambiato il mezzo: dalla distribuzione manuale di fotocopie al semplice click sul tasto ‘condividi’. Ma i tratti in comune rimangono ben visibili. Segno tangibile che le leggende metropolitane, che fondano le loro radici nelle leggende dell’antichità, fanno parte della nostra cultura e che, un po’ come il rock’n’roll di Danny Rapp, ‘sono qui per rimanere’, in quanto parte integrante di quel complesso e affascinante universo che è la natura umana

Cassandra Huet non è scomparsa

Stando a quanto riportato da alcune fonti, come attivissimo.blogspot.com, Hoaxkiller.fr  e Hoaxbuster.com, l’appello è in circolo almeno da dicembre 2008, prima sottoforma di semplice testo e poi via via arricchito anche dal supporto di immagini e traduzioni in lingua.
La “sedicente” sedicenne Cassandra Huet risulta scomparsa da “due settimane”, e già gli appassionati di leggende metropolitane noteranno la vaghezza dell’informazione. Da quanto? Dove?. Da semplici ricerche e verifiche inoltre è facilmente riscontrabile che l’indirizzo email indicato nell’appello risulta inesistente.

Questo è un esempio di testo dell’appello:

Ma fille de 16 ans, Cassandra Huet est disparue depuis maintenant 2 semaines. Si tout le monde fait suivre ce courriel, quelqu’un reconnaîtra peut-être cet enfant. C’est de cette façon qu’une fille disparue a été retrouvée, en faisant circuler sa photo à la télévision. L’internet circule dans le monde entier alors, SVP faites suivre ce courriel à tous vos contacts.
Il n’est pas encore trop tard. SVP aidez-nous. Si quelqu’un sait quoi que ce soit, svp entrez en communication avec moi à: famillehuet@yahoo.com
J’inclus une photo d’elle. Ca ne prend que 2 secondes pour faire suivre ce message.
Si c’était votre enfant, vous voudriez toute l’aide possible !

Il testo viene spesso tradotto in lingua da persone che prendono la questione particolarmente a cuore.

«Dunque l’appello è vecchio, l’indirizzo da contattare non esiste, e non c’è alcuna indicazione del luogo dove Cassandra sarebbe scomparsa, men che meno un numero di polizia da contattare (che magari è un po’ più affidabile di un indirizzo di e-mail). 
Chi frequenta il mondo delle bufale online avrà riconosciuto il viso attribuito ad Ashley Flores, che in un analogo appello fasullo, datato 2006, era indicata come una tredicenne scomparsa “due settimane fa”. Al suo caso avevo già dedicato un’indagine antibufala.
Che cosa può spingere un individuo a prendere un appello per una persona scomparsa, vero o falso che sia, e cambiare il nome della persona in questione? Una nuova forma di imbecillità. O forse è riciclata anche quella.» Paolo Attivissimo

Informazioni tratte dal sito: http://attivissimo.blogspot.com/2009/06/bufala-riciclata-lappello-per-cassandra.html

Storie stonate: 50 leggende metropolitane sul mondo della musica

Fabio Caironi è nato a Como nel 1983. Si è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano. Attualmente lavora come giornalista presso Ticinonline, il principale portale di informazione online del Canton Ticino. Per il sito leggendemetropolitane.net è un vecchio amico, collaboratore già da alcuni anni in questo sito e autore di diversi articoli.

Tra le altre cose è autore di un bel libro dedicato alle leggende metropolitane musicali, dal titolo “Storie Stonate: 50 leggende metropolitane sul mondo della musica”, pubblicato recentemente per Avverbi Edizioni.

Un percorso di approfondimento che, con occhio critico e un pizzico di ironia, tenta di ripercorrere le più belle storie legate ai mostri sacri della musica internazionale e non, analizzando i fatti e i percorsi a volte tortuosi fatti dalle leggende prese in esame.

Ecco quindi tornare le storie legate ai Beatles e ovviamente alla presunta morte di Paul Mc Cartney che i nostri lettori sicuramente conosceranno bene, ma anche quelle legate a Rolling Stones, Bob Dylan e gli autori della musica degli anni ’70 fino ad arrivare a musicisti contemporanei.

Storie di morti sospette come nel caso di Kurt Cobain e gli artisti colpiti dalla maledizione “J27”, i lati oscuri di Ozzy Osbourne e Marilyn Manson, le vite parallele di Micheal Jackson e molto altro ancora.

Omicidi, magia nera, satanismo: la musica riflette tutte le tendenze tipiche delle leggende metropolitane, andando ad attingere alle paure, alle superstizioni, al puro pettegolezzo, spesso con premesse ed esiti inaspettati.

Con approccio e metodologia giornalistica Caironi affronta una ad una queste storie, analizzandone con cura i contesti in cui nascono, ricostruendone la diffusione, l’evoluzione e l’impatto nel tessuto sociale e culturale. Un progetto che rappresenta un approfondimento importante nel panorama della bibliografia dedicata al mondo delle leggende metropolitane, che non solo attinge alla storia del rock europeo e americano, ma che si rivolge anche al contesto italiano, andando ad analizzare voci dedicate ad artisti come Fabri Fibra, Marco Masini, Gianluca Grignani, Mia Martini, Vasco Rossi e tanti altri.

Interessante a mio avviso l’aver individuato degli schemi ricorrenti di alcune leggende, che pur mantenendo la stessa impostazione di base, questa viene localizzata e adattata a diversi contesti e situazioni, andando così a creare un sottobosco di leggende che diventa quasi impossibile poter catalogare per l’enorme quantità di varianti. Sono sicuro che leggendo alcune di queste storie per il lettore sarà facile ricollegarle anche a storie legate a gruppi locali e poco conosciuti.

Dalle più curiose a quelle improbabili, dalle più note a quelle insospettabili: ben documentato e ben argomentato, credo che sarà una lettura interessante che farà ricredere alcuni su cose che davano per scontate e instillerà qualche dubbio sui propri idoli musicali.

Per maggiori informazioni e per acquistare il libro vi segnaliamo alcuni links utili:

http://www.libreriauniversitaria.it/storie-stonate-50-leggende-metropolitane/libro/9788887328509
http://www.ibs.it/code/9788887328509/caironi-fabio/storie-stonate-leggende.html
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788887328509/Storie_stonate/Fabio_Caironi.html
http://www.bol.it/libri/Storie-stonate.-50-leggende/Fabio-Caironi/ea978888732850/
http://www.webster.it/libri-storie_stonate_50_leggende_metropolitane-9788887328509.htm

 

“Il caso del doppio Beatle” giunge alla quarta edizione

Quarta Edizione, ottobre 2009.
Nel 1969 esce Abbey Road dei Beatles. Un album come gli altri, un altro grande LP dei Beatles. Apparentemente.
Già, apparentemente, perché sulla copertina c’è qualcosa che non convince del tutto gli appassionati. Una serie di indizi (descritti minuziosamente all’interno di questo volume) contribuisce a far nascere quella che è una delle più affascinanti e cupe leggende metropolitane della musica pop: la morte di Paul McCartney. E, come un fiume lasciato scorrere, da quel momento gli indizi si moltiplicano e le interpretazioni si complicano. Da “Sergeant Pepper” fino a “Let it be” passando per le foto di cronaca e le notizie mondane, per la prima volta viene ricostruita la storia che nessun appassionato di musica dovrebbe ignorare, il caso che ha affascinato e spaventato: il caso del doppio Beatle.
Il “dossier” di Cartocci è stato il primo libro in Italia sull’argomento, e il più completo ad oggi. Ha suscitato numerosi dibattiti in Rete, in TV e sulla carta stampata, nonché conferenze, che hanno rinnovato l’interesse e moltiplicato i punti di vista.
In questa quarta edizione, l’inchiesta si arricchisce di un ulteriore capitolo di aggiornamento con le clamorose rivelazioni riportate nell’inchiesta pubblicata sulla rivista Wired nell’agosto 2009.
Molto probabilmente i colpi di scena che riguardano questo appassionante “Mistero” non sono ancora finiti.

Riportiamo il commento dell’autore, Glauco Cartocci:

Sembra impossibile, ma nei quattro anni passati dalla prima stesura del Caso del Doppio Beatle (2005), la Storia Infinita della PID non solo non ha accennato a raffreddarsi, ma è andata arricchendosi. Ulteriori indizi, teorie, dibattiti-fiume sulla Rete: per essere una vicenda di 40 anni fa, la cosa è davvero singolare. A rinnovare l’interesse per i Beatles e a fornire ulteriore carburante per la PID, la pubblicazione, a fine 2006, del CD “Love”, in cui Sir George Martin, produttore del gruppo, ha rivisitato, in una sorta di “Blob” sonoro, molti loro storici brani. Nel 2009, inoltre, il loro intero catalogo è stato rieditato in cofanetto, proprio in concomitanza con il 40ennale di Abbey Road. Sulla Rete abbiamo assistito anche al più sfrenato scatenarsi di fantasie, alle quali faccio solo un accenno, altrimenti potreste pensare che la pazzia dilaga. C’è un webmaster che sostiene che Paul sia la reincarnazione del dio egizio Osiride, che fu smembrato in 13 pezzi per poi rinascere, e di ciò individuerebbe la prova nella copertina dell’album dei Macellai, “Yesterday and Today”.
Oppure troviamo un altro tizio che ha impiantato tutto il suo sito su una presunta aderenza dei Beatles al messaggio cristiano: la copertina di Sgt. Pepper’s rappresenterebbe NON la bara di Paul, ma i quattro che vegliano il Santo Sepolcro. Altri ancora legano la PID a tutta una serie di profezie numerologiche, a cavallo fra il secolo scorso e l’attuale. Fortunatamente, ho trovato anche interlocutori preparatissimi e stimolanti, con i quali ho scambiato conversazioni decisamente più valide.

Gli indizi ulteriori coprono un vasto arco temporale; oltre alle classiche tipologie (grafiche/visive e sonore) abbiamo anche contraddizioni e atteggiamenti comportamentali del diretto interessato, che hanno suscitato perplessità nel popolo del Web. Il fronte PID si è rafforzato e diramato in sottocategorie di cui la più diffusa è quella di coloro che sostengono che Paul sia stato rimpiazzato ma NON necessariamente morto. A supporto della obiezione “storica”: «come si fa a trovare un imitatore altrettanto capace?» portano esempi tratti dalla cultura televisiva (gli show di sosia, tipo “Re per una notte”, o trasmissioni come “Frankenstein” in cui esperti manipolatori indottrinano i concorrenti ad agire diversamente dalla propria natura). Di recente su “YouTube” è comparso anche un bravissimo “imitatore rock”, e Paul McCartney è uno dei suoi “pezzi forti”.

D’altra parte, il fronte PIA (Paul Is Alive) continua a essere numericamente soverchiante, e l¹arma della logica ³comune² è certamente dalla sua. Il mio ruolo, è bene ribadirlo, è solo quello di osservatore; pro o contro, l’importante è raccogliere informazioni, vagliate e ragionate. Entrambe le fazioni, a mio parere, sono molto condizionate da quello che definisco “wishful thinking” cioé il volere trovare conferma del proprio assunto di partenza, del proprio desiderio, nei fatti. I PIA non vogliono neanche pensare che il loro idolo sia stato sostituito e soprattutto rifiutano l’idea di essere stati ingannati per tanto tempo.
A questi, ai quali emotivamente mi sento vicino, ricordo che, anche nel caso contrario, il Secondo Paul sarebbe personaggio di grande caratura: la storia dei Beatles non ne risulterebbe affatto sminuita, anche se, inevitabilmente, sarebbe diversa. Un’ennesima meraviglia si aggiungerebbe a quella favolosa parabola artistica. Per questo, mi sento di rigettare del tutto le connotazioni negative che i “PID” più esasperati attribuiscono al cosiddetto “Faul”: io non parlerei davvero di “impostore”, ma casomai di prosecutore, legittimo successore.
E non è da escludere del tutto, ne parleremo più avanti, la possibilità che il Primo Paul sia ancora vivo e “dietro le quinte”… in tal caso i Fab Four sarebbero addirittura… Fab Five!

Per acquistare online il libro vi consigliamo i seguenti link:

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http://libri.fnac.it/a375241/CARTOCCI-GLAUCO-Il-caso-del-doppio-beatle?PID=7020
http://www.recensionidilibri.it/8873710719
http://www.deastore.com/autore/Glauco%20Cartocci.html
http://www.webster.it/vai_libri-author_Cartocci+Glauco-shelf_BIT-Cartocci+Glauco-p_1.html
http://www.webster.it/libri-caso_doppio_beatle_piu_completo-9788873713623.htm

Marco Polo è andato veramente in Cina?

Il Milione: Smontiamo la tesi secondo la quale il celebre viaggiatore veneziano non sarebbe mai giunto nella Terra di Mezzo.

Francis Wood, direttrice del Dipartimento cinese della British Library, nel 1995 pubblicò “Marco Polo è andato in Cina?”, un libro destinato a suscitare un certo scalpore, in quanto contraddicceva la tradizione secondo la quale Marco Polo fosse giunto in Estremo Oriente. Secondo la tesi della scrittice britannica, il noto viaggiatore veneziano, non sarebbe mai andato oltre il Mar Nero, dove la sua famiglia conduceva l’attività mercantile. “Descrizione del Mondo”, il nome con cui era conosciuto “Il Milione” in principio, il libro che avrebbe dettato a Rustichello di Pisa, suo compagno di prigionia nel 1298-99 nelle prigioni di Genova, non sarebbe altro che una scopiazzatura delle cronache di altri viaggiatori. Il dubbio nascerebbe in quanto Marco Polo nel suo libro, tra le altre contraddizioni, non avrebbe affrontato alcune questioni, che, a parere dell’autrice, non potevano non essere menzionate, quali la Grande Muraglia, la tradizione del te’, l’uso delle bacchette per mangiare, per non parlare della mancata presenza del viaggiatore italiano negli archivi ufficiali cinesi dell’epoca.

In realtà l’idea che Marco Polo non fosse realmente mai giunto in Cina non era del tutto nuova, e circolava da tempo in diversi ambienti accademici e non. Per esempio, già nel diciannovesimo secolo alcuni storici dubitavano dell’autenticità della sua storia. Nel 1996, il Journal Star, pubblicò un articolo che metteva in discussione il viaggio della durata di 24 anni, effettuato dal signor Polo, ispirandosi probabilmente al libro della Wood. David Selbourne, uno storico inglese, invece aveva attribuito la prima cronaca di un viaggio in Oriente di un occidentale al viaggiatore Giacobbe d’Ancona, il cui diario però sarebbe stato celato dai possessori privati. Per la dottoressa Wood, “Il Milione”, rimane una splendida storia, il problema però, è che non vi sono prove a suo sostegno. Come altre grandi leggende, si tratta solo di un mito. L’autrice si spinge anche oltre, accusando la maggioranza degli storici di accettare passivamente la tradizione. Un vero storico invece, secondo l’autrice britannica, dovrebbe sempre analizzare criticamente i fatti, scindendo ciò che è inoppugnabilmente dimostrabile, da quanto invece non lo è.

Il libro, come altri testi revisionisti, ha avuto prevedibilmente un grande successo ed ha portato molta fama alla sua fortunata autrice.
I punti principali su cui si basa la tesi della Wood e dei detrattori di Polo sono:

  1. Il viaggio del mercante veneziano è geograficamente incoerente, sia dal punto di vista dell’itinerario che da quello cronologico.
  2. I nomi delle località non sono quelli utilizzati in cinese o mongolo, come ci si aspetterebbe, ma sono in persiano, il che confermerebbe una teoria del sinologo tedesco H.Franke, secondo la quale Polo avrebbe utilizzato fonti persiane per redarre il suo testo.
  3. Polo descrive erroneamente alcuni importanti luoghi, come ad esempio il celebre ponte di Marco Polo a Pechino, che secondo lui avrebbe 24 archi anziché 11 o 13.
  4. Non affronta alcune descrizioni di celebri usanze cinesi quali il sistema di scrittura cinese, i libri e la stampa, il te’, la porcellana, l’uso delle bacchette e la pesca con i cormorani.
  5. Marco Polo ignora l’esistenza della Grande Muraglia
  6. Marco Polo dichiara che suo padre Nicolò e lo zio Maffeo erano presenti all’assedio mongolo di Xiangyang, l’importante roccaforte Song nello Hubei. Ma tale episodio apparirebbe falso in quanto questo assedio si è svolto nel 1273, ed il clan Polo sarebbe giunto in Cina solo un anno più tardi.
  7. Il viaggiatore veneziano afferma di essere stato governatore per tre anni di Yangzhou nel Jiangsu, ma il suo nome non apparirebbe negli archivi ufficiali della zona.
  8. Nessun componente della famiglia Polo, nonostante l’importanza da loro rivendicata, verrebbero mai menzionato nelle cronache ufficiali dell’epoca.

Francis Wood a queste palesi contraddizioni già sollevate in passato, aggiunge che il suo testo non è scritto come un vero diario di viaggio, ma piuttosto come una guida per mercanti come la “Pratica della Mercatura” di Pogolotti. Alcuni resoconti, come quello che vede il ritorno di Marco in Occidente accompagnato dalla principessa mongola Kökechin fino in Persia per sposare Il-khan Arghun, potrebbero essere stati “presi in prestito” da altre narrazioni. Rustichello di Pisa, nel suo ruolo di redattore delle cronache è ambiguo. E difficile distinguere i contributi di Rustichello da quelli di Polo. Sicuramente però Marco Polo non ha introdotto in Italia l’uso degli spaghetti e del gelato (non essendo stato in Cina come avrebbe mai potuto fare altrimenti?).

Infine la Wood insinua la possibilità che suo padre e suo zio potrebbero anche avere effettuato il pericoloso viaggio verso la corte mongola giacché tuttosommato erano in possesso della tavola d’oro forse consegnata dallo stesso Kublai Khan, ma Marco potrebbe avere usurpato il loro ruolo attribuendo a sé stesso piuttosto meschinamente la gloria altrui. La conclusione finale della Wood è che Marco Polo avrebbe ottenuto le informazioni per stilare “Il Milione” parzialmente dai racconti della sua famiglia, e in parte da altri viaggiatori incontrati in Crimea e a Costantinopoli, con l’ausilio di guide e mappe Persiane.

Ma questi affascinanti dubbi sollevati dalla Wood, sono stati ampiamente criticati, confutati e smontati da molti storici cinesi, come Fang Hao o Yang Zhijiu, e di altre nazionalità, che si sono basati non sulle mancanze, in fin dei conti Marco Polo non stava scrivendo la Lonely Planet sulla Cina, ma sulle sue dettagliate descrizioni dei luoghi da lui visitati, e su altre prove.

Nel 1997 Igor de Rachewiltz, stimato docente universitario romano di origine polacche, ha analizzato e smantellato punto per punto le tesi revisioniste, nel suo articolo “Marco Polo è andato in Cina” pubblicato in Zentralasiatische Studien 27.

Marco Polo non era uno scrittore professionista, era un mercante. Le sue doti di scrittore erano limitate, e molto spesso faceva uso di formule classiche della mercatura. Lasciò Venezia ancora diciassettenne, e passò la maggior parte della sua vita all’estero. Era un osservatore attento, ma mancava di immaginazione. Considerazioni personali non emergono mai, e sono limitati esclusivamente al Prologo del libro, che lo studioso fa giustamente notare si chiama “Descrizione del Mondo”, e non è un diario di viaggio. Le descrizioni sono ciò che contano e il suo coinvolgimento personale è puramente accidentale. Il risultato è che gli eventi principali e i nomi sono generalmente corretti, ma non i dettagli. Bisogna tenere conto difatti che il libro è stato stilato molti anni dopo dal suo ritorno, Marco era anziano, e avrebbe potuto confondersi facilmente non potendo più verificare i suoi resoconti. Inoltre Marco Polo quasi certamente ha ingigantito il suo ruolo, infarcendo alcuni episodi con dettagli inesistenti. Non si può non considerare anche gli anni in cui è stato scritto il libro, un’epoca in cui i narratori indugiavano sui dettagli meravigliosi delle loro cronache. Se Marco avesse avuto realmente accesso alle cronache persiane non avrebbe commesso errori come quello della descrizione del ponte di Pechino o dell’esatta collocazione di talune città cinesi, errori molto più verosimilmente dettati da ricordi offuscati. Il libro di Marco non è neppure una guida per mercanti, anche se vi sono riferimenti continui a questo mestiere e lo stesso linguaggio ne risente. Lo stile è confuso ma non contradditorio, ed è dovuto proprio ai limiti stilistici di Polo e non alla mancanza di coerenza.

Igor de Rachewiltz fa notare che durante il suo lungo soggiorno in Cina, Marco Polo non si è mai mescolato ai cinesi, non ha mai imparato il cinese, e non era interessato alla loro antica cultura. Si muoveva piuttosto tra le comunità di stranieri, un po’ come fanno buona parte dei viaggiatori e studenti italiani in Cina oggigiorno, già presenti ancor prima dell’invasione mongola. Vi era un gran numero di mercanti persiani e turchi in grado di parlare lingue caucasiche, arabo, nonché altri viaggiatori da vari paesi occidentali, dall’Italia in particolare, che conducevano commerci con le repubbliche marinare. Il ruolo dell’inglese dell’epoca era stato preso dal persiano, che non solo era ampiamente utilizzato dai viaggiatori stranieri, ma era anche la lingua ufficiale straniera più utilizzata dagli stessi cinesi, come ha dimostrato l’Università di Hangzhou con gli studi di Huang Shiqian. Il cinese era la lingua dei dominati e il mongolo, e in misura minore il turco, quella dei dominatori. Un abisso separava queste due classi. I rapporti intessuti dagli stranieri con i cinesi erano puramente di natura economica o amministrativa, per cui questo genere di trattative avvenivano utilizzando la lingua franca persiana, e ciò dunque giustifica ampiamente l’utilizzo di Polo di nomi turchi e persiani. Inoltre molti dei nomi incorretti sono il risultato di ricordi offuscati, giacché, come detto precedentemente, il libro è stato redatto molto anni più tardi, in una prigione per giunta.

Le mancanze nelle sue descrizioni di abitudini dei cinesi vanno piuttosto interpretate come omissioni importanti, che tuttosommato sono comuni ad altri viaggiatori quali Ibn Battùta o Odorico di Pordenone. Marco in effetti accenna al processo di stampa, ma non lo definisce tale, definendola “suggellata”. Questo è chiaramente un suo limite culturale e spetta al lettore riuscire ad interpretare le sue descrizioni. Questi dettagli però molto probabilmente avrebbero potuto interessare viaggiatori più acculturati di Odorico o Marco. Non si deve dimenticare che all’epoca la maggioranza della popolazione era illetterata. L’usanza di bere te’, diffusa soprattutto tra i cinesi, era un dettaglio troppo banale per impressionare Marco. Neppure altri viaggiatori dell’epoca avevano accennato a questo costume, come neppure all’uso delle bacchette o della tradizione della fasciatura dei piedi. Per quanto riguarda la porcellana, Marco Polo in realtà la cita ben quattro volte, e Francis Wood dimostra di avere letto superficialmente il suo libro! Ricordiamo ancora che Marco Polo non frequentava cinesi per cui non era particolarmente interessato ai loro usi e costumi, per quanto ai nostri occhi di occidentali del 2000 possano risultare curiosi o importanti. La pesca coi cormorani è completamente omessa da Marco e da Ibn Battùta, ma non da Odorico.

Per quanto riguarda l’omissione della Grande Muraglia bisogna fare alcune semplici considerazioni storiche: la gloriosa opera d’ingegneria come noi oggi la conosciamo, non era ancora nella sua forma completa, ma era un insieme non uniforme di tratti di mura edificati in periodi differenti, ed è stata fortificata e terminata dai Ming, tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo. Per di più recenti studi hanno dimostrato che all’epoca i materiali utilizzati non andavano oltre il fango e terra puntellati da pali di legno. Molto difficilmente avrebbe potuto impressionare Marco Polo. L’unica leggenda ben chiara invece è quella che descrive la muraglia come un continuum dall’epoca del primo imperatore Qin Shi Huangdi. Neppure di questa meraviglia architettonica v’è traccia negli archivi ufficiali cinesi fino al tredicesimo secolo, ma non per questo non esiste! Per quanto riguarda l’assurdo episodio dell’assedio di Xiangyang si hanno solo due opzioni: vanagloria da parte sua, oppure si tratta di un aggiunta postuma di Rustichello in una edizione successiva per dare credito ai Polo. Sicuramente però l’episodio che vuole Marco Polo governatore di Yangzhou, è un’ esagerazione. Secondo Igor de Rachewiltz, non vi sarebbero ragioni per dubitare che egli abbia vissuto per un certo periodo nella città, giacché Yangzhou era un importante centro economico, e una comunità italiana di mercanti vi si stabilì tra il tredicesimo e quattordicesimo secolo. Ma Marco non fu di certo il suo governatore, sebbene molto probabilmente abbia avuto un qualche ruolo da funzionario. Questa invenzione può essere attribuita allo stesso Rustichello.

E’ vero che i Polo non appaiono negli archivi ufficiali cinesi, ma ad ogni modo non siamo a conoscenza del suo nome in cinese, sempre che ne avesse uno, e neppure di quello mongolo, a dispetto del fatto che Marco asserisce di essere sempre stato chiamato “Maestro Marco Polo”. Ad ogni modo i mongoli avevano l’usanza di attribuire dei soprannomi al proprio enturage, che potrebbero essere stati trascritti in cinese. Questa cosa naturalmente è solamente ipotizzabile dal momento che il suo soprannome non è mai stato rintracciato nelle cronache. Molto più probabilmente però Marco Polo, così come moltissimi altri viaggiatori stranieri dell’epoca è totalmente ignorato dagli archivi. Neppure Giovanni di Montecorvino, il primo arcivescovo cattolico di Pechino e contemporaneo di Marco appare menzionato, così come il frate Odorico da Pordenone, o Giovanni di Marignolli, il capo di un’importante ambasceria papale.

Molti altre obiezioni sollevate da Francis Wood sono dovute a maleinterpretazioni del testo di Polo.

Per quanto riguarda la storiella secondo la quale Marco Polo avrebbe importato gli spaghetti in Europa è dovuta ad un semplice errore di traduzione, giacché nelle versioni anglosassoni il termine “lasagne” viene tradotto con “vermicelli” o “spaghetti”. Ciò che Marco descriveva con lasagne in ogni caso non era altro che una variante di pasta già molto diffusa in Asia e in Europa, in forme differenti.

Infine Francis Wood fa altri clamorosi autogoal citando la storia del viaggio di ritorno con la principessa Kökechin e il mistero che circonda i sigilli dorati mongoli affidati ai Polo dal Gran Khan in persona che sarebbero dovuti essere consegnati al Papa e ad altri importanti monarchi europei. La natura del viaggio della principessa era personale e molto delicata, un affare interno alla famiglia reale mongola. Non vi è traccia negli archivi della dinastia Yuan di questa principessa. Ma alcuni carteggi dimostrano che furono portate avanti alcune trattative per un’ambasceria guidata da tre diplomatici in Persia. Da questi documenti si evince che le date e i luoghi corrispondono con quelli riportati da Polo, anche se la principessa e lo stesso Polo non vengono mai menzionati. La scoperta è stata fatta nel 1941 dallo studioso cinese Yang Chih-chiu. Inoltre lo storico persiano Rashìd al-Dìn, che scriveva pochi anni dopo questi eventi, menziona questa ambasceria guidata da Khoja, nominato dallo stesso Polo più volte nei suo resoconti, al suo arrivo a Abhar, e cita inoltre una sposa mongola tra i viaggiatori. E’ d’altronde impossibile che Polo fosse venuto a conoscenza di questi dettagli giacché la prima testimonianza scritta persiana di questo episodio è del 1311.

Ma c’è di più. Sappiamo di una conversazione di Marco Polo avvenuta nel 1303 con il celebre fisico e astrologo Pietro D’Abano (1250-1316). Marco fece alcune osservazioni astronomiche, illustrandole con degli schizzi. Di questa conversazione non v’è traccia nel Milione, eppure è riportata nel “Conciliator Differentiarum ” scritto dallo scienziato veneto. Uno studioso tedesco, J.Jensen, ha pubblicato un articolo nel 1997, analizzando questo testo, ha scoperto che Marco Polo necessariamente dovesse essere andato a Sumatra e nel Mar Cinese Meridionale per essere a conoscenza di questi dettagli, fino allora sconosciuti agli studiosi occidentali. E questa è una prova inconfutabile del suo meraviglioso viaggio. Per quanto riguarda infine la tavola d’oro mongola consegnata ai Polo dallo stesso Gran Khan, le descrizioni fornite dal viaggiatore veneziano, coincide con quella riportata dagli storici cinesi dell’epoca.

Pertanto in ultima analisi le tesi di Francis Wood appaino fragili e in malafede, dovute più a incapacità di interpretare un testo scritto più di settecento anni fa più che a volontà di fare luce su un importante documento.

Matteo Damiani / www.cinaoggi.it

I cinesi sono andati in America prima di Colombo?

I cinesi sono andati in America prima di Colombo? Certamente, ma non come pensano i revisionisti

Di tanto in tanto viene scomodato il grande ammiraglio musulmano cinese Zhenghe per avvalorare la tesi che l’America è stata scoperta prima dai cinesi.

Come qualcuno ha suggerito però, anche se fosse vero, non ne è rimasta traccia nella storia dell’umanità e pertanto la scoperta risulterebbe quantomeno inutile. Questa tesi ad ogni modo, oltre a fare acqua in più punti, dato che di prove certe non ce ne sono, è smentita in ogni caso da due prove inconfutabili. Innanzitutto già nel 900 d.C. i Vichinghi avevano stabilito degli insediamenti sulle coste nord orientali del continente americano (anche se non in forma permanente) ; in secondo luogo, l’America era già abitata da una moltitudine di popolazioni paleo indiane provenienti per lo più dalla Siberia Orientale e … dalla Cina.

Queste eterogeneo gruppo di popolazioni giunse in America in un arco di 30.000 anni passando per lo stretto di Bering, affrontando un pericolosissimo tragitto attraverso steppe, deserti, foreste e ghiacciai, costellato di pericoli insidiosi come i branchi di iene, grossi felini, il freddo e la fame pungente.

I Paleo-indiani o paleoamericani è la classificazione assegnata alle prime persone che sono entrate in America durante la fase finale della glaciazione avvenuta nel tardo Pleistocene. I primi gruppi di (coraggiosi) cacciatori, secondo le prove raccolte sino ad ora, sarebbero giunti nel continente americano attraversando lo stretto di Bering. All’epoca però un ponte naturale di terra, chiamato Beringia, connetteva l’Eurasia all’America. Beringia ha avuto vita relativamente breve (tra il 45.000 a.C e il 12.000 a.C). Il ponte non è stato utilizzato esclusivamente dagli umani, ma anche da grosse mandrie di bovini. Oltre a Beringia successivamente si formarono anche dei corridoi di ghiaccio tra i due continenti che furono sfruttati per ulteriori migrazioni di animali e uomini e che man mano percorsero l’intero continente americano, fino a giungere nel sud. Le datazioni di queste migrazioni sono tuttora oggetto di dibattito in quanto ovviamente non abbiamo testimonianze scritte di questi eventi, ma solo una serie di prove dirette ed indirette.

Gli oggetti più antichi rinvenuti dagli archeologi sono punte di freccia, strumenti in pietra e raschietti. I moderni indigeni americani sono legati da una lunga serie di prove scientifiche principalmente alle popolazioni della Siberia Orientale: queste prove variano da analogie linguistiche, alla distribuzione di tipi di sangue, alla composizione genetica riflessa dai dati molecolari come il DNA. Tra l’8000 e il 7000 a.C. il clima si stabilizzò e si mitigò, portando al fiorire delle nuove culture americane.

Il periodo litico: i Clovis e i Folsom

Dry Creek e la zona del lago Healy sono i due siti che offrono le prime prove del passaggio delle popolazioni asiatiche. I paleo indiani “ben presto” si sparpagliarono in tutto il continente, a cominciare proprio dalle immense praterie degli odierni Stati Uniti e Canada, fino ad arrivare a Monte Verde in Cile. Ad ogni modo tutti questi primi gruppi erano accomunati da una tecnica di fabbricazione di pietre scheggiate, utilizzate da piccoli clan nomadi formati da 20 a 50 individui. Queste prime tribù non avrebbero avuto capi e si guadagnavano il rispetto degli altri membri del clan esercitando l’arte della caccia, della pesca o della guarigione. Gli “anziani”, la cui aspettativa di vita all’epoca non andava oltre i 35 anni, venivano tenuti in alta considerazione in virtù della loro esperienza. Il periodo litico fu segnato da cambianti climatici che spinsero alcuni di questi gruppi a cercare nuove zone. Uno dei primi gruppi ad avere lasciato delle tracce è la cosidetta cultura di Clovis, che fabbricava strumenti in avorio e osso. Ad ogni modo i Clovis ebbero vita breve, e furono ben presto sostituiti da nuovi gruppi. Una curiosità; all’epoca in America vi sarebbero stati anche cammelli e cavalli, ma sarebbero morti in seguito alle glaciazioni. I cavalli vennero reimportati nel continente americano dagli spagnoli. Nello stesso periodo cominciarono a moltiplicarsi i bisonti, che ben presto cominciarono ad essere cacciati dai Folsom. La cultura Folsom era caratterizzata da uno stile di vita nomade e da piccoli gruppi di cacciatori. Verso la fine del litico, i ghiacci che ricoprivano buona parte dell’America settentrionale cominciarono infine a sciogliersi, lasciando nuovi territori da esplorare e abitare.

Il periodo arcaico

La fase arcaica è caratterizzata da un clima più tiepido o anche arido, ed è sostanzialmente la causa della scomparsa della megafauna. Gli ultimi gruppi di paleo indiani vennero ben presto assorbiti dalle nuove culture più sviluppate che si andavano formando. Alcuni di questi gruppi, come i Fuegian e i Patagoniani cominciarono a sviluppare strumenti più evoluti. Tra i materiali di lavoro, la pietra e l’osso, si vanno aggiungere il legno e la fibra delle piante.

Prove genetiche: i cinesi in america!

La genetica molecolare prova che tutte le popolazioni amerinde derivano da un solo gruppo di fondazione originario, ma che è limitato per una percentuale che va dal 50 al 70%. Questo proverebbe che successive ondate migratorie avrebbero influenzato le differenze genetiche delle popolazioni americane. Lo studio è stato affrontato dall’ American Journal of Human Genetics, realizzato nel 2007 che dimostra come 86 genomi mitocondriali completi derivino da una singola popolazione. La differenziazione genetica dei gruppi indigeni aumenta con la distanza dall’ipotetico primo punto di entrata (ovvero lo stretto di Bering). Il primo gruppo è così senza dubbio di origine siberiana.

Abbiamo quindi provato come le prime migrazioni avvenute tramite lo stretto di Bering abbiano popolato le Americhe. Ma le migrazioni, più tardi continuarono e cambiarono i punti di entrata. La genetica ancora una volta ci aiuta a sollevare alcuni dubbi e a provare inconfutabilmente come in questa fase entrarono nelle Americhe popolazioni di origine cinese. Un aplogruppo è un gruppo di aplotipi tra loro differenti, tutti però originati dallo stesso aplotipo ancestrale. L’aplogruppo B è una aplogruppo mitocondriale del DNA asiatico, comune a tutte le popolazioni dell’Estremo Oriente. Ora, la medesima differenziazione genetica è riscontrabile tra alcune popolazioni indigene in America settentrionale e meridionale. La Cina è il paese con la più alta diversificazione dell’aplogruppo B. Gli altri aplogruppi che si trovano in America, ovvero A,C,D e X sono di origini siberiana. Secondo i genetisti pertanto le popolazioni americane, dell’Asia Orientale e del Pacifico, facevano parte di uno stesso gruppo originario influenzato da successive ondate migratorie.

Una curiosità: l’aplogruppo X è l’unico aplogruppo presente in Europa, Asia e America, quindi non solo riferibile all’Asia Orientale ed è riscontrabile nelle tribù Sioux, Navajo e Yakama.

Altri studi, più o meno condivisibili, dimostrerebbero inoltre analogie linguistiche tra i dialetti Sino-Tibetani e altri del Nord America, a cominciare dall’Athabascan. Non sono state però finora trovate prove apprezzabili a sostegno di questa tesi. Altre tesi più azzardate inoltre suggeriscono legami linguistici e culturali tra popolazioni amerinde, del pacifico, cinesi, indiane, semitiche e addirittura europee, ma sinceramente non possiamo sostenere una tesi del genere, in quanto le analogie riportate sono ben più tarde del periodo delle grandi migrazioni e potrebbero piuttosto risalire ad un archetipo inconscio della natura umana, anziché ad influenze esterne. Tra queste analogie si possono trovare ad esempio il gioco indiano del Pachisi (all’origine dell’odierno Parcheesi ovvero il celeberrino “Non ti arrabbiare”) e il Patolli diffuso tra gli aztechi e alcuni motivi stratigrafici mortuari, condivisi tra alcuni gruppi della Micronesia e del Guatemala. Esiste una lunga letteratura a sostegno di queste tesi e di successive influenze asiatiche sulle culture mesoamericane e viceversa. Secondo alcuni vi sarebbero almeno 120 specie di flora e di fauna condivise tra vecchio e nuovo continente. La spiegazione andrebbe ricercata in successivi contatti navali tra le due sponde del Pacifico. Del resto è possibile. Le isole del pacifico sono abitate da lungo tempo e sarebbero potute servire da scali per questo genere di missioni. Ma queste rimangono ipotesi e non sono state ancora avvalorate da prove a sostegno inconfutabili. Purtroppo poi il confine tra l’archeologia e la fanta storia spesso è labile e vi è chi invece estende queste similitudini in una scala di dimensioni davvero troppo vaste. Vi è difatti una lunga lista di discrepanze cronologiche che in effetti lasciano perplessi, ma che potrebbero benissimo essere elencate come semplici fraintendimenti interpretativi.

di Matteo Damiani / www.cinaoggi.it
Fonti: Wikipedia, Enciclopedia Britannica, Sino-Platonic Papers

Le nuove leggende metropolitane

Tratto dalla scheda del libro presente nel sito del CICAP: http://www.cicap.org/new/prodotto.php?id=3429

Non passa giorno che in qualche parte del pianeta non esca fuori una nuova leggenda metropolitana.
Nell’epoca della comunicazione di massa proliferano frammenti di realtà che, ad un attento esame, si rivelano spesso voci infondate, leggende metropolitane o vere e proprie bufale.
A cosa servono questi racconti che sono presi per veri e che poi si rivelano totalmente infondati? Perché esistono queste narrazioni, espressione del pensiero simbolico e del folklore contemporaneo? E perché in tanti ci credono? Questo libro, scritto da sedici tra i massimi esperti della materia sia italiani che europei, offre gli strumenti per comprendere la genesi e i motivi più profondi che si celano dietro queste storie.
Insomma, tutto ciò che volevate sapere sull’argomento e che nessuno finora ha esposto in modo così completo e autorevole: un autentico manuale per detective antibufale.

Gli autori

Paolo Toselli è responsabile del Centro per la Raccolta delle Voci e delle Leggende Contemporanee (CeRaVoLC).
È un’autorità riconosciuta nel campo e al suo attivo ha numerosi articoli e libri tra cui 11 Settembre.
Leggende di guerra (Avverbi) e Storie di ordinaria falsità (Bur).
Stefano Bagnasco è laureato in Fisica e lavora presso l’Istituto Nazionale di Fisica nucleare.
È tra gli esponenti più attivi della sezione piemontese del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale (Cicap).
Tra gli altri autori vanno citati Cesare Bermani, storico e studioso della Resistenza, Jean-Bruno Renard, professore ordinario di Sociologia all’Università di Montpellier (Francia), Danilo Arona, autore di numerosi romanzi e saggi sull’immaginario collettivo, Lorenzo Montali, psicologo presso l’Università Milano-Bicocca, Paolo Attivissimo, divulgatore informatico e Laura Bonato, antropologa presso l’Università di Torino.

Dall’Introduzione

Una volta c’erano le leggende.
Narravano di fatti eccezionali, delle gesta di eroi, di esseri fantastici, di amori e tradimenti.
Oggi, nell’era di Internet, della tecnologia e delle comunicazioni di massa, le leggende sono quanto mai vive e continuano a intromettersi nella vita di tutti i giorni.
Quante volte ci siamo sentiti raccontare di un lontano cugino che una sera, dopo aver riaccompagnato a casa una ragazza da una festa, scopre che la giovane era in realtà morta molti anni prima? O la raccapricciante storia del gigantesco pesce siluro che emerge dalle acque di un fiume e si mangia un bambino che sta facendo il bagno? O che un misterioso arabo, per ringraziare di una gentilezza ricevuta, consiglia di stare alla larga dalla metropolitana di Milano in una certa data? Le chiamano in molti modi: urban legends, leggende metropolitane, miti moderni, leggende contemporanee.
Le studiano in tanti: psicologi, antropologi, sociologi, storici.
Eppure restano un fenomeno pieno di mistero.
A cosa servono dei racconti che viaggiano col più antico sistema di comunicazione, il passaparola, ma non disdegnano quelli più recenti, ad esempio Internet, e che vengono creduti veri, anche se molte volte si rivelano infondati? Perché esistono queste narrazioni, espressione del pensiero simbolico e del folklore contemporaneo? Pregiudizi, paure, eventi a cui non sappiamo dare un significato, ma anche celate aspettative, fanno da sfondo a queste storie, sempre più spesso promosse dai media al ruolo di notizie.
In una recente intervista, uno tra i maggiori esperti di leggende contemporanee, lo statunitense Jan Harold Brunvand, ha dichiarato: Quando ho iniziato a insegnare, ho notato che i miei studenti pensavano che il folklore fosse una cosa che riguardava solo i loro nonni o che esisteva nei tempi passati solo nei paesini di montagna o in piccole cittadine.
Allora ho cominciato a pensare che dovessero capire che il folklore esiste anche oggi e che fa parte della loro vita.
Così ho iniziato a chiedere loro che tipo di storie conoscevano, dove le avevano lette, se le avevano sentite raccontare da amici.
Le risposte che ottenevo erano gli esempi del folklore moderno.
Ho iniziato a raccogliere queste storie in un archivio e ho realizzato che molta gente conosceva queste storie ma non le riconosceva come folklore.
Fu così che nel giugno 1980 Brunvand pubblicò un articolo sulla rivista Psychology Today intitolato “Leggende urbane: il folklore odierno”.
Un testo che può considerarsi il fondatore di un genere, in quanto fornì agli specialisti in scienze umane un nuovo oggetto di studio e allo stesso tempo una definizione semplice che sarebbe divenuta negli anni a seguire sempre più di uso comune.
In Italia l’interesse per l’argomento si è attivato qualche anno dopo, ma ora finalmente ha raggiunto il dovuto riconoscimento.
Lo dimostra, tra l’altro, il notevole successo ottenuto dal primo convegno sulle “Contaminazioni: voci, bufale e leggende metropolitane nell’era di Internet”, organizzato a Torino nel novembre 2004 dal CeRaVoLC (Centro Raccolta Voci e Leggende Contemporaneee) e dal gruppo regionale Piemonte del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale).
Per la prima volta è stata data la possibilità ai maggiori esperti del settore, non solo italiani ma anche europei, di riunirsi assieme agli appassionati.
La manifestazione ha avuto pertanto una natura molteplice: convegno scientifico in cui presentare i risultati delle proprie ricerche e incontrarsi con altri ricercatori, convention di appassionati ed evento divulgativo per il pubblico.
Questo libro, grazie alla disponibilità dei partecipanti, raccoglie tutti i contributi presentati nel corso del convegno.
Ogni autore, sulla base della propria esperienza e specializzazione ha affrontato, attraverso l’analisi delle leggende metropolitane, le voci infondate, gli aneddoti di più recente diffusione, i diversi aspetti del problema.
L’insieme dei vari contributi ha fornito così un quadro completo delle tematiche affrontate, e anche per questo il presente saggio si differenzia e rappresenta una novità rispetto a quanto sinora pubblicato nel nostro Paese.
È stato qui volutamente mantenuto il tono discorsivo di molti testi in quanto insito negli interventi effettuati dai relatori nel corso del convegno (ad eccezione dei contributi a firma di Fabbri, Pannofino, Lo Cascio e Pace, che derivano dalla sezione poster).
Così come per i testi delle leggende che, quando ripresi da Internet o da racconti orali, sono stati riportati quanto possibile nella loro forma originale e dunque anche con qualche passaggio sgrammaticato.
Nelle prossime pagine verranno usati indistintamente i termini leggenda metropolitana, urbana, contemporanea, anche se gli studiosi preferiscono quest’ultimo, mentre il primo è quello più diffuso nel linguaggio comune.
Non è tanto la terminologia ad essere importante, ma quello che si vuol definire, ovvero una narrazione dai contenuti verosimili nata da una discussione collettiva e riferita come fatto realmente accaduto.
La leggenda contemporanea trae spunto di norma dalle nostre paure e angosce, ma anche dai nostri desideri.
Sovente contiene una morale.
Non è quasi mai rintracciabile la fonte primaria né il protagonista della storia, che resta nell’anonimato.
Di solito vive a lungo, trasformandosi attraverso numerose varianti collocate anche in luoghi geografici diversi (nazioni, continenti).
Le tematiche più frequenti o i problemi che ne sono alla base sono le nuove tecnologie, lo straniero, l’altro, il diverso, la violenza urbana, la natura selvaggia, il cambiamento delle abitudini e dei costumi, e, in minima parte, il sovrannaturale.
(…)

Draghi

Il drago è una delle creature che più affascinano l’uomo; il suo mito è presente in innumerevoli culture, dall’occidente all’oriente, pur con connotazioni e sfumature diverse. In ogni caso essi sono sempre stati descritti come creature simili a enormi serpenti, con grandi arti anteriori e posteriori, dotati di fauci enormi e artigli taglienti. Essi compaiono nelle leggende del passato, ma mentre per la cultura occidentale essi erano considerati l’incarnazione del male, portatori di distruzione e morte, in oriente erano visti come potenti creature sagge e benefiche.
Le prime origini della mitica creatura si possono far risalire alla mitologia mesopotamica. Secondo la leggenda, dall’unione degli Spiriti primordiali Apsu e Tiamat nacquero gli dei, uno dei quali uccise il padre, Apsu. La rabbia di Tiamat (creatura descritta in modo molto simile ad un drago) generò dei mostri, incaricati di perseguitare gli dei. L’eroe Marduk lottò con Tiamat, facendolo sprofondare degli inferi.
Anche gli Egizi avevano il loro drago, Apopi, che veniva sconfitto ogni notte dal Dio Ra, che scendeva negli inferi ogni giorno dopo il tramonto. Nella cultura egizia viene sottolineata la malvagità della creatura. Sono stati poi i Greci a introdurre il motivo del fuoco, con il titano Tifone, sconfitto da Zues in un duro combattimento. Vuole la leggenda che Tifone non sia morto, ma continui ad esalare fuoco e fiamme; questa sarebbe la genesi dell’Etna secondo la mitologia greca.
Con la caduta dei greci e l’avvento dell’impero romano i draghi rimasero nell’immaginario collettivo del tempo come simbolo di virilità, di forza, di potenza. Nel Centro-Europa di loro si ritornerà a parlare nel medioevo. Ma in questo lasso di tempo essi non erano scomparsi, erano semplicemente emigrati a Nord, dove, secondo le cronache, avrebbero devastato la Scandinavia e la Russia, facendo nascere eroi come Beowulf.

A differenza dei draghi occidentali i draghi d’Oriente sono creature esistenti sin dalla notte dei tempi, pacifiche e amiche dell’uomo. Secondo tali tradizioni furono loro ad originare la vita, a governare la forza della natura, in attesa che l’uomo crescesse ed evolvesse.

A volte dotati di ali, a volte rossi o neri, i draghi nascono come animale mitico in Occidente durante il Medio Evo, presenti non solo nei tanti bastiari dai contenuti fantastici, ma anche nei trattati di scienze naturali del ‘500 e del ‘600.
Essi erano simboli di lotta e di guerra, tanto che la loro immagine veniva spesso usata come araldo in battaglia come simbolo di forza. Ma non solo, sono innumerevoli i documenti antichi contenenti descrizioni dettagliate sull’aspetto e sulle loro abitudini. Secondo molti la loro estinzione sarebbe dovuta proprio ai cavalieri erranti, avventurieri e cacciatori che cercando di compiere gesta eroiche li avrebbero cercati e poi uccisi. Non solo, i loro resti (dalla pelle alle ossa) erano ritenuti oggetti magici, dotati di poteri sovrannaturali; ciò potrebbe spiegare il fatto che non sia stata mai trovata alcuna traccia. Non sono pochi coloro che sostengono la reale esistenza dei draghi, come lo scrittore Peter Dickinson, il naturalista svizzero Konrad Gesner.

Anche in Italia non mancano le testimonianze. Ad esempio, nel 1572 un medico bolognese, Ulisse Aldovrandi, descrisse in modo molto particolareggiato un draghetto ucciso nei dintorni di Bologna. Lo stesso medico descrive anche il ritrovamento del 1499 in Svizzera di un drago molto più lungo, e di un’altro ritrovamento, in Francia, di un drago alato, portato poi al cospetto del Re Francesco I.
Un altro sarebbe stato sconfitto addirittura dalla Madonna a Terravecchia, in Calabria, e San Leucio incatenò il drago di Atessa (Chieti).
San Gottardo, in Trentino, avrebbe sconfitto addirittura un basilisco, una specie di drago ma dai poteri differenti, come quello di pietrificare esseri viventi solo con lo sguardo.